STEVE MOSBY.
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50/50 KILLER.
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Titolo originale: The 50/50 Killer. 2007.
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Parte 1.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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4 dicembre, ore 2.15.
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5 ore e 5 minuti all'alba.
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Eileen.
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Eileen era di sopra, sulla comoda poltrona di pelle nello studio di John,
quella che lui occupava per almeno un'ora tutte le sere. Dato che lui non
c'era, sembrava uno spreco lasciarla vuota. Ai tempi in cui John si alzava
presto, lei rotolava spesso dalla sua parte del letto, continuando a dormire
nel posto che lui aveva lasciato, per sentirlo vicino anche durante l'assenza.
Adesso era pi o meno la stessa cosa, anche se le emozioni che provava
erano diverse.
Lo studio era il luogo in cui il marito svolgeva la maggior parte del lavo-
ro, quando si trovava a casa. Lungo la parete c'erano due librerie affianca-
te. La scrivania con sopra il computer stava di fronte. Alla parete dietro la
scrivania erano appesi attestati in cornice, articoli di giornale e fotografie:
ritagli che raccontavano un'intera carriera. La stanza era illuminata da
un'unica lampada a stelo, dalla luce morbida e soffusa.
Davanti a lei, le tende erano spalancate e il suo riflesso ricambiava lo
sguardo dal vetro della finestra: una gentile sagoma confusa, quasi spettra-
le, che reggeva il telefono contro la testa.
Dall'altra parte, il telefono continuava a squillare, e la frustrazione di Ei-
leen cresceva a ogni rabbiosa esplosione sonora.
Rispondi, lo incitava.
Il numero di casa era memorizzato sul cellulare di John. Lo immagin
guardare il display e, sapendo che era lei, meditare se rispondere o no. Alla
frustrazione si aggiunse la rabbia.
Rispondi.
Guard il proprio riflesso che prendeva il bicchiere di vino e ne beveva
un altro sorso.
Ehi, ciao, disse lui.
Grazie al cielo. Adesso che aveva risposto, la paura si allent, ma la rab-
bia rimase. Riappoggi il bicchiere sul tavolo, forse un po' troppo rumoro-
samente. Te la sei presa comoda.
Scusami. Sono dovuto uscire in corridoio. Sto lavorando.
John non aveva mai amato parlare al telefono, e i silenzi altrui lo mette-
vano a disagio. Cos Eileen lo lasci cuocere nel suo brodo per qualche i-
stante, per vedere come avrebbe reagito. Fu piacevolmente imbarazzante.
Poi lui disse:  tardi per essere ancora in piedi.
S, vero?
Sulla parete c'era un orologio: segnava le due e venti. Era passato molto
tempo dall'ultima volta che, di notte, aveva visto un'ora del genere su un
quadrante.
Da giovane, succedeva pi spesso. Aveva preso l'abitudine di rimanere
alzata fino a tardi e di alzarsi presto la mattina, perch aveva troppe cose
da fare. Sul letto di morte, nessuno si sarebbe voltato indietro, augurandosi
di aver passato pi tempo a dormire. Anche John era sempre stato cos. In
lui c'era lo stesso slancio e in parte era proprio quello che l'aveva attratta,
all'inizio. Per un lungo periodo, la loro relazione si era svolta tranquilla-
mente e con gli stessi ritmi, convincendoli che erano una bella coppia, par-
tner alla pari. Che andava tutto bene.
Strano ripensarci, adesso che tanto detestava la sua abnegazione al lavo-
ro. Per era vero.
Invecchiando insieme, ovviamente, le cose erano cambiate. Mentre le
giornate di Eileen avevano cominciato ad accorciarsi a entrambe le estre-
mit, quelle di John si erano fatte ancora pi lunghe. La raggiungeva a let-
to dopo diverse ore e, quando lei si svegliava, trovava il posto di lui gi
vuoto. Al momento, la cosa non le era sembrata importante, ma il crollo di
John li aveva costretti a riconsiderare la questione. Quand'era uscito dall'o-
spedale, il semplice fatto di ritrovarselo accanto nel letto, ogni sera, l'aveva
indotta a ripensare alle volte in cui non c'era stato. Aveva avuto l'impres-
sione di avergli doverosamente tenuto il posto in caldo per tutto quel tem-
po, in paziente attesa, mentre lui l'aveva messa da una parte per inseguire i
suoi obiettivi. Obiettivi che avevano messo a rischio entrambi. Quei giorni
dovevano lasciarseli alle spalle.
 davvero tardi, ripet lui. Credevo che dormissi, ormai.
 per questo che non hai telefonato? Non credevi che sarei rimasta al-
zata ad aspettare la tua chiamata? Terrorizzata? Spaventata... a morte?
Non ci ho pensato. Scusami.
Sai che mi aspetto che telefoni.
Non ce n' stato il tempo.
Riconoscendo quel tono di voce, Eileen contrasse la mascella. Le pareva
di vederlo: con lo sguardo rivolto di lato, si stava passando le dita tra i ca-
pelli, con la mente gi rivolta ad altro. Qualunque altra cosa, a quanto
sembrava, era pi importante di lei.
Non hai idea del casino che c' qui, disse lui. Senza un attimo di re-
spiro. Lo sai anche tu come pu essere.
S, ricordo perfettamente come pu essere. Fremeva di rabbia. Un'e-
mozione nuova, ma che non le era sconosciuta. Se n'era fatta una ragione
durante la sua convalescenza, quand'era infuriata con John come se lui a-
vesse avuto una relazione clandestina. E in un certo modo l'aveva avuta,
anche se col suo lavoro anzich con un'altra donna. Ma Eileen aveva con-
tinuato a fremere in silenzio e aveva messo da parte quella rabbia, per la
semplice ragione che lui era suo marito e quella era la vita che condivide-
vano. Qualunque fosse stato l'errore di John, insieme avrebbero trovato
una soluzione. L'unica cosa che gli aveva chiesto era di non ripetere gli
stessi errori, o almeno evitare di mettersi in una situazione in cui potessero
ripetersi. S, certo che ricordava come poteva essere. Sembrava che fosse
lui, piuttosto, a non rendersi conto dei rischi che stava correndo.
Un altro sorso di vino.
Stai bene? le chiese. Dalla voce sembra che tu abbia bevuto.
S, ho bevuto. Sto ancora bevendo.
Lui fece una pausa. Sono le due e mezzo del mattino.
E dovrei essere a letto?
No, voglio solo dire che  un po' tardi per bere.
Suppongo di s.
La sorella di Eileen le aveva detto le stesse cose quando si erano sentite
per telefono, poco prima di mezzanotte. Non avrebbe dovuto affogare la
propria tristezza nel vino. E perch no? le aveva risposto Eileen. Era stu-
fa di prendersi la responsabilit per tutti gli avrebbe dovuto. John avrebbe
dovuto essere l con lei - per esempio - per non c'era. Perch doveva esse-
re sempre lei quella responsabile? Aveva bisogno di qualcosa che la aiu-
tasse a restare calma.
Sono ancora in piedi alle due e mezzo, pens. Dopo essersi scolata quasi
una bottiglia di vino. Era davvero come essere di nuovo giovane. Ora ave-
va solo bisogno di John al suo fianco per condividere quell'esperienza.
Pensi di andare a letto, adesso? le chiese.
Non lo so. Tu quando torni a casa?
Qui  tutto in movimento, perci non ne sono sicuro. Uno di quei casi
in cui, se non si reagisce subito, si rischia di perdere tutto e...
Tu dove sei?
Dove? In ospedale. Stiamo interrogando uno.  ferito, e gli stanno pre-
stando le prime cure.
S, lo so cos' un ospedale. Al Rutlands, immagino.  l che sei?
Al Rutlands, s.
Eileen annu. Era lo stesso ospedale in cui l'aveva portato dopo il crollo,
al funerale di Andrew Dyson. Quel luogo le evocava ricordi sgradevoli; ci
aveva passato la prima notte del ricovero, ed era tornata a trovare John per
quattro giorni, prima che lo dimettessero. Associava i lunghi corridoi del
reparto psichiatrico alla sensazione che il suo mondo fosse distrutto al di l
di ogni speranza.
Si chiese come si sentiva John, di nuovo in quel posto, e sotto la rabbia
improvvisamente si affacci una fitta di preoccupazione. Ma la soppresse
con altrettanta velocit. La scelta di ritrovarsi in quell'ospedale era stata so-
lo sua. Faceva male anche a lei, e John non avrebbe dovuto farglielo. Era
l'ultima goccia. Sua sorella le aveva consigliato di essere pi dura, perch
lo doveva a se stessa, ed era vero. Bisognava che la percentuale del loro
reciproco impegno tornasse a un livello di parit. E John avrebbe dovuto
saperlo, dopo tutto quello che le aveva fatto passare. Vuoi che venga a
prenderti? le aveva chiesto la sorella, preoccupata, e Eileen aveva sorriso,
sapendo che Debra sarebbe arrivata in un batter d'occhio, indifferente allo
scompiglio che ci le avrebbe creato. No, grazie, le aveva risposto. 
una cosa che devo risolvere da sola. Bisogna che me ne occupi io.
Eileen disse con fermezza: Voglio che torni a casa. Da me.
Silenzio all'altro capo della linea. Poi: In questo momento non posso.
Be',  quello che voglio io. Troppo brusca e bellicosa, si disse, troppo
stizzita. Lott per recuperare la compostezza. Ho sentito cos'hai detto,
John, ma voglio che tu lo faccia. Ti prego, torna a casa.
Non posso. Vorrei poterlo fare, ma  il mio lavoro.
Le venne quasi da ridere.  uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve
pur fare?
Come?
Niente.
Sorseggi il vino e poi di nuovo lo pos bruscamente, come se le fosse
venuto in mente qualcosa. Dimmi che non ha niente a che fare con An-
drew. Il riflesso nella finestra di fronte si chin di colpo in avanti. Od-
dio, John. Dimmi che non sei di nuovo sulle tracce di quell'uomo!
No, non ha niente a che fare con quella storia.
Era il vino che la rendeva paranoica? Qualunque fosse il motivo, non era
certa di potergli credere. Giuramelo.
Lo giuro. Ci stiamo occupando di un'effrazione con aggressione. Brutta
storia, ma niente a che vedere con quella.
Il panico si acquiet, ma non del tutto. Se  cos brutta, avresti potuto
lasciarla a qualcun altro.
Be', di certo  stata una lunga giornata, ma sto bene.
Ma io no! avrebbe voluto urlargli. Non si tratta di te!
Invece rimase in silenzio. Poteva benissimo urlare e arrabbiarsi e piange-
re... e, se l'avesse fatto, lui si sarebbe forse arreso, tornando a casa. Ma
quello non avrebbe risolto niente, non sul serio. Se doveva costringerlo a
tornare a casa, allora non ne valeva la pena.
La verit era che, nonostante quello che aveva detto a Debra, le ci erano
volute due ore prima di decidersi a chiamare John. Invece di limitarsi a
sollevare il telefono, aveva continuato a ripetersi che sarebbe tornato pre-
sto. E, se proprio non fosse tornato, sarebbe stato lui a telefonarle. Gli con-
ceder altri dieci minuti, fino alle dodici, si era detta; e poi fino alle dodici
e mezzo. In realt, aveva avuto paura di quella telefonata. Non perch lui
avrebbe potuto dare la precedenza al suo lavoro - in fondo l'aveva gi fatto
-, ma per il modo in cui l'avrebbe fatto: come se fosse un uomo qualsiasi
che faceva un lavoro qualsiasi; trattandola come se fosse soltanto una mo-
glie iperprotettiva che lo tormentava e s'intrometteva in faccende che non
la riguardavano.
Aveva sempre saputo che sarebbero arrivati a quel punto. Poteva urlargli
in faccia la verit e fargliela capire, una volta per tutte? Metterlo di fronte
alla sua stessa debolezza, al modo in cui la trattava, e obbligarlo a ricono-
scere i suoi errori? Rabbia e preoccupazione le fecero salire le parole fino
alle labbra, ma l'amore le trattenne. La frustrazione e lo smarrimento che
ne scaturirono minacciarono di lacerarla.
Sar a casa non appena posso.
Ecco come faremo, John. Tu tornerai a casa il prima possibile.  quello
che voglio. E nel frattempo mi telefonerai. Ogni due ore.
Telefonarti?
Mentre lo diceva, Eileen si rese conto che c'era qualcosa di puerile nella
sua richiesta. Ma al diavolo! Era il minimo che lui potesse fare, no? Un
compromesso. Un piccolo gesto per lei, anche se rifiutava tutte le altre co-
se che avrebbe dovuto fare.
Ogni due ore. Cos sapr che stai bene.
Ci prover, ma...
Prima che potesse aggiungere altro, Eileen riagganci.
Per un momento, il silenzio nella stanza fu assordante. Tremando leg-
germente, lei rimase a fissare il proprio riflesso nella finestra, svuotando la
testa dai pensieri. Forse non era stato saggio comportarsi in quel modo. Un
groppo di emozioni le serrava la gola - una combinazione di rabbia e pena,
di paura e amore - e l'esperienza le aveva insegnato che stenderci un velo
sopra non avrebbe risolto la questione. Quei sentimenti poteva nasconderli,
o affogarli nell'alcol, ma prima o poi avrebbe dovuto districarli e ripren-
derne le fila.
Quella notte, la sua mente non era abbastanza lucida per mettersi a gio-
care coi sentimenti; se lei ci avesse provato, non avrebbe fatto altro che
peggiorare le cose. Non c'era ragione di tormentarsi pi di quanto avesse
gi fatto. La mattina dopo, con la mente pi sgombra... Quando fin il vino,
in un unico sorso, le tremava la mano.
Andr tutto bene. Lui star bene, e anche tu.
Poi si alz e scese al piano di sotto.
Continuare a bere probabilmente non era la pi saggia delle decisioni,
ma pazienza. Ancora un altro bicchiere - o quanti ne avesse voluti, in effet-
ti - e poi se ne sarebbe andata a letto, portandosi appresso il telefono. Se
non chiama, che Dio lo aiuti. Vedremo. Aveva bisogno di calmarsi. Aveva
bisogno di una medicina che placasse i suoi pensieri.
Avevano parecchie bottiglie di vino, in casa. Nel corso degli anni, ave-
vano accumulato una cantina di tutto rispetto, dalla quale tirare fuori le
bottiglie migliori, per le occasioni speciali o per le cene con gli amici, e al-
la quale aggiungerne di nuove, comprate nei posti visitati nel corso delle
loro tranquille vacanze. Quando apr la porta che, dalla cucina, conduceva
in cantina, Eileen sapeva che avrebbe potuto ricordare dove e quando ave-
vano acquistato almeno met delle cinquanta bottiglie che si trovavano l
sotto. Era confortante. In qualche modo, quelle bottiglie registravano la lo-
ro storia di coppia. Quindi le sembr appropriato, quella notte, trovarvi
consolazione.
4 dicembre, ore 2.30
4 ore e 50 minuti all'alba
Mark
Decompressione.
Le due e mezzo del mattino. Mi aggiravo per i corridoi dell'ospedale. A
essere precisi, cercavo di ricostruire a ritroso la serie di svolte a destra e a
sinistra che credevo di aver memorizzato per raggiungere l'ascensore. E
stavo fallendo miseramente. Quel posto era un labirinto. In realt, quello
che pi mi attirava era stendermi su una lettiga e dormire. Oppure prendere
a calci le pareti di quello stramaledetto corridoio finch non fossero crolla-
te.
Trovai un ascensore affollato che stava scendendo, mi ci infilai a fatica e
respirai a fondo mentre le porte si chiudevano.
Ero furibondo con me stesso, ma lentamente stavo riacquistando il con-
trollo: capivo bene cos'era successo con Scott. Avevo avuto l'incarico di
costruire un rapporto di empatia con lui, di entrare nella sua testa, almeno
in parte. Ci ero riuscito fin troppo bene. E di conseguenza ero rimasto scot-
tato.
Lise era da qualche parte nella mia mente, in profondit, ancor pi del
solito. Certo per via di quella giornata, del mio primo giorno da detective.
Ma c'era di pi... c'era anche quell'indagine. Prima, quando avevo visto il
filmato dell'interrogatorio di Daniel Roseneil, non avevo biasimato
quell'uomo perch non ricordava nulla. Come avrei potuto? E poi, guar-
dando Scott, riflettendo sul fatto che era un sopravvissuto, che ce l'aveva
fatta... in realt mi ero quasi ritrovato a osservare me stesso.
Non potevo neppure considerare quella possibilit. Finch mi trovavo
nella stanza con lui dovevo convincermi che Jodie era ancora viva, sebbe-
ne fossi pressoch certo che non lo era. Se avessi stabilito un legame di
empatia troppo forte, se avessi pensato troppo a Lise... S, dovevo starci at-
tento. Non solo per Scott, ma anche per me.
Perci: decompressione. Mi sforzai di considerare l'ascensore una specie
di camera d'equilibrio, che permetteva di lasciare tutte quelle emozioni al
piano superiore. Le avrei recuperate in seguito, nel prossimo interrogato-
rio.
Pianterreno.
Uscii insieme con la folla, voltai a destra, poi mi fermai e svoltai invece
a sinistra.
Seguendo le istruzioni del dottor Li, trovai Greg e Mercer rinchiusi in un
vecchio spogliatoio in fondo all'ospedale. Quella parte dell'edificio era sta-
ta sgomberata per la ristrutturazione e molti dei corridoi erano chiusi,
bloccati da fogli di polietilene opachi e chiazzati di polvere. Le luci al ne-
on tremolavano leggermente e ronzavano pi forte. Mi venne quasi subito
mal di testa.
La stanza che ci avevano assegnato era in disarmo. Vecchi armadietti ad
altezza d'uomo erano stati rimossi dalle pareti e accumulati in tetre cataste
nell'estremit pi lontana. I neon appesi al soffitto erano spietati come i ri-
flettori su una scena del crimine.
Mercer era al centro, seduto su una vecchia sedia di plastica, e aveva l'a-
ria di essere stato scaricato l dentro insieme col resto delle masserizie. La
luce proveniente dall'alto gli disegnava profonde occhiaie e gli sbiancava
la pelle, evidenziando le imperfezioni dell'et e facendolo sembrare ancora
pi vecchio di quanto non fosse. Il suo sguardo era perso nel nulla, privo di
espressione. Impossibile dire se fosse estremamente concentrato su qual-
cosa o se non stesse pensando a niente.
Greg, invece, aveva l'aria assai indaffarata. Un impressionante arma-
mentario informatico era stato scaricato dal furgone e sistemato su tre lun-
ghi tavoli. Su ognuno c'era un monitor, collegato a tre portatili, una stam-
pante che faceva anche da fax, e un bel po' di equipaggiamento per le regi-
strazioni. L'energia elettrica proveniva da un viluppo di prolunghe che si
estendevano fuori dalla stanza e lungo il corridoio. Non c'erano prese, ma
solo vecchie tubature bluastre che sembravano abbastanza robuste da po-
terci salire sopra.
Il computer centrale era collegato alla sala istruzioni virtuale. Il monitor
pi a sinistra mostrava le riprese in diretta di una videocamera in quel
momento al buio; quello di destra, davanti al quale era al lavoro Greg, era
fitto di script di programmazione. E, a giudicare dalla sua espressione, gli
stava creando qualche difficolt.
Interrogatorio numero uno, annunciai, posando accanto a Greg l'equi-
paggiamento di registrazione.
Grazie.
Come va?
Indic il computer. Sto cercando di mettere in rete anche Pete.  nel
bosco, ma non riesco a stabilire il collegamento. Maledetti computer.
Be', intanto vi aggiorno su quello che ho ottenuto.
Mentre Greg si concentrava sulla connessione, fornii a entrambi un rias-
sunto del colloquio con Scott: l'aggressione in casa, il tragitto sul furgone,
il sacchetto sulla testa e la camminata nel bosco. Greg si sforzava di ascol-
tarmi, ma era evidentemente preoccupato per il suo lavoro. Invece Mercer
continuava a fissarmi senza neppure battere ciglio. Era snervante. Non a-
vevo idea se quello che stavo dicendo riuscisse a penetrare sotto la superfi-
cie o si limitasse piuttosto a rimbalzare come la luce riflessa da un vetro.
A un certo punto mi fermai, incerto se continuare o no. Mercer allora
sembr scuotersi e mi chiese: Quanto alla ragazza?
Secondo lui, quando il killer lo ha rapito, lei era gi nel furgone. Se ha
ragione sui tempi,  probabile che l'abbia sequestrata mentre era al lavo-
ro.
Mercer annu. Da quanto risulta dal contratto d'affitto dell'appartamen-
to, lavora alla SafeSide Insurance. Bisogner svegliare qualche collega,
vedi di scoprire qualcosa.
D'accordo.
Pu anche darsi che oggi non sia andata a lavorare, aggiunse. Non
scordiamoci che ha passato la giornata di ieri da Simpson.
S, certo. In effetti me n'ero scordato, o almeno lo avevo allontanato
dalla mente.
Mercer mi porse qualcosa. Una fototessera. La teneva nel portafoglio.
La studiai con attenzione.
Corrisponde alla descrizione che ci hanno fatto i vicini di Simpson.
La ragazza nella foto aveva capelli castani e un bel sorriso attraente, ap-
pena un po' asimmetrico. La sua espressione diceva: Detesto farmi foto-
grafare. Non era bella, per aveva un certo non so che. Carattere, forse. La
foto era una semplice istantanea, ma sembrava aver catturato qualcosa del-
la sua personalit.
Immaginai Scott in attesa, fuori dalla macchinetta, che chiacchierava con
lei attraverso la tendina mentre il flash scattava. Magari le sussurrava qual-
cosa per farla sorridere. E poi ritagliava una foto per tenersela nel portafo-
glio, mostrarla alla gente. Questa  Jodie. Non  fantastica?
Nel mio portafoglio c'era una foto simile, di Lise.
L'abbiamo passata allo scanner e caricata, disse Mercer. Jodie
McNeice. Per salvarle la vita ci sono rimaste meno di cinque ore.
Era un commento insidioso. Greg e io non replicammo.
Ero anche distratto, pensavo ancora a Kevin Simpson. Pur sapendo che
era andata cos, avrei voluto che Jodie non avesse avuto una relazione con
lui. Dall'interrogatorio era evidente quanto Scott l'amava. Aveva tenuto
quella foto nel portafoglio come emblema della loro vita insieme. Inoltre,
nella foto, Jodie sembrava troppo felice per tradirlo. Ma pensai che chiun-
que cerca di sembrare felice davanti a un obiettivo fotografico. Poi mi
venne in mente la foto dei Roseneil, cos felici il giorno delle loro nozze.
Era sbagliato accettare quella felicit come un dato di fatto. Dietro i sorrisi
e gli aneddoti spassosi che la gente  sempre disposta a condividere, ci so-
no passi falsi e incrinature. Segreti. La gente ti fa vedere solo quello che
vuole che tu veda.
Mander qualcuno a mostrarla anche a Yvonne Gregory, mormorai.
Vediamo se pu identificarla come la visitatrice di casa Simpson.
Ottimo. Mercer si strofin il viso, riportando un po' di vita sulle guan-
ce - come se si fosse svegliato da un sonnellino -, poi si alz e cominci a
camminare avanti e indietro. Ottimo. Che altro  emerso dall'interrogato-
rio? Cosa pu dirci Banks sul posto dove lo hanno tenuto?
Per il momento non molto.  confuso. Stanco, sconvolto. Non ricorda
granch di quanto  successo. E soffre non appena ci prova.
Mercer si pass le dita tra i capelli. Per via delle torture?
In parte. Ma c' un altro blocco, oltre alle torture. Alla fine, quando
stava parlando di Jodie, era angosciato.  stato allora che ho deciso di so-
spendere per un po'.
Non ricorda la fuga nel bosco?
No, veramente no. Si tratta di ricordi particolarmente dolorosi, per lui.
Rammentare di essere scappato nel bosco significa avvicinarsi a quello che
 successo subito prima.
Cio a quello che vogliamo noi, no? Mercer sembrava sorpreso. Ca-
pisco che non sia piacevole, ma, se riesce a ricordare qualche punto di rife-
rimento nel bosco, potrebbe aiutarci a rintracciare la sua ragazza.
Scossi la testa. Mercer aveva ragione, per anche Scott era una vittima.
Ripensai a quando si era messo a piangere, a quando la saracinesca si era
abbassata. Forzarlo sarebbe stato troppo, per lui. E con tutta probabilit
non avrebbe nemmeno condotto al risultato sperato. Bisogna trattarlo con
cautela, dissi. Se lo costringiamo a parlare, rischiamo di perdere anche
lui.
S, ma se ci muoviamo troppo lentamente  certo che perderemo lei.
Forse  gi successo. Far quello che posso.
Mercer annu, come se gli avessi dato ragione. S, non  affatto piace-
vole, e probabilmente  l'ultima cosa di cui avrebbe bisogno. Ma  neces-
sario. Dovresti anche chiedergli di Kevin Simpson. Capire se sa chi , o in
che rapporti era con Jodie, a parte quello pi ovvio.
Annuii lentamente. Pensando allo stato in cui si trovava Scott, se avesse
soltanto sospettato che, oltre a tutto il resto, Jodie lo tradiva... be', non ave-
vo idea di come avrebbe reagito. Probabilmente molto male. Ma d'altra
parte non potevo sollevare altre obiezioni se non mettendo in discussione
l'assunto di fondo di Mercer, cio che Jodie era ancora viva. In quel mo-
mento, l'unica cosa che gli interessava era riuscire a salvarla.
Greg approfitt dell'interruzione e tossicchi. Guardai dalla sua parte e
vidi che pure il terzo portatile funzionava a dovere.
Eccoci nel bosco, disse.
Uno dei modi in cui mi ero preparato a quel nuovo incarico era stato
leggere tutto il possibile sulla citt. Mi ero procurato un blocco, una guida,
diversi opuscoli fitti d'informazioni utili, e mi ero studiato le cartine sino a
raffigurarmi lo schema della citt quando chiudevo gli occhi. Il bosco si
estendeva per una quindicina di chilometri lungo il margine superiore
dell'abitato, a nord. Partendo dalla circonvallazione, c'erano circa sei chi-
lometri e mezzo di alberi e colline prima di arrivare alle montagne.
Un centinaio di chilometri quadrati di terreno vergine: destinati a riserva
naturale, sebbene non accoglienti come la denominazione avrebbe lasciato
sperare. Erano un bosco fitto, in qualche punto addirittura impenetrabile.
Un paio di percorsi naturalistici ne scorrevano lungo il lembo pi vicino
alla citt, ma senza inoltrarsi pi di un paio di chilometri verso l'interno.
Ci sono posti in cui si va in cerca di tranquillit, per rilassarsi e fuggire
da tutto. Ma ce ne sono altri che sono pericolosi per le medesime ragioni, e
la tranquillit del bosco a nord della citt sembrava appartenere a questa
seconda categoria. Era frequentato da individui che, per varie ragioni, cer-
cavano l'isolamento: barboni senza altri luoghi in cui rifugiarsi o criminali
coi loro affari da sbrigare. Girava addirittura voce che, nella zona pi vici-
na alle montagne, vivessero piccoli gruppi di separatisti. Tutta gente che
un individuo civile e indifeso non avrebbe voluto incontrare durante una
passeggiata nel bosco. Sarebbe stato come inoltrarsi in uno zoo soltanto
per scoprire che le gabbie non avevano sbarre.
Non era facile cercare qualcuno l in pieno giorno e col sole. Alle due e
mezzo del mattino, e con un tempo come quello, era praticamente impos-
sibile.
A giudicare da quello che si vedeva, Pete sembrava in mezzo all'Artico.
Teneva il bavero del cappotto alzato, le spalle curve, e guance e fronte
sembravano convergere, mentre lui socchiudeva le palpebre per scorgere
qualcosa attraverso la neve che continuava a cadere, neanche potesse far
cambiare il vento con le sue smorfie. Non avevo mai visto qualcuno tanto
infelice e intirizzito.
Greg si era spostato a un altro monitor e lavorava su un'immagine che
sembrava una mappa. Mercer era seduto alla scrivania davanti alla we-
bcam. Io ero nel mezzo, leggermente arretrato.
Ciao, Pete, disse Mercer. C' qui anche Greg. E quello sullo sfondo 
Mark.
Pete grugn. Lo vedo.
Come vanno le cose?
Dalla sua espressione, sembrava che non avesse mai sentito una doman-
da pi stupida. Vanno lente. E gelide.
Qualche progresso?
Pete si guard attorno. Be', mi trovo nel punto in cui il nostro Mr Banks
 sbucato sulla strada. Stiamo stendendo il cordone: un uomo ogni cento
metri e a ogni curva della strada, in modo da mantenerci in contatto visivo.
Se qualcuno dovesse uscire dal bosco, lo vedremmo.
Ottimo, approv Mercer. Non hanno ancora trovato il furgone?
S, ce l'abbiamo. A circa un chilometro e mezzo da qui. Parcheggiato e
coperto di neve.
Eccellente.
Nonostante l'evidente stanchezza, Mercer sembrava pi vivace. Se il
furgone era rimasto l, la sua teoria che ci fosse rimasto anche il killer si
rafforzava. Fallo controllare dagli artificieri prima che ci salga la Scienti-
fica.
Certo, John.
Nel frattempo, diamo un'occhiata all'area di ricerca. Come andiamo,
Greg?
Con un'aria poco soddisfatta, Greg si abbandon contro lo schienale del-
la sedia.  il meglio che posso fare. Gir il portatile in modo che noi due
potessimo vedere. Non  granch.
Una linea bianca s'incurvava nella parte bassa del monitor: probabilmen-
te rappresentava la circonvallazione alla periferia nord della citt. Gli uo-
mini del cordone erano collegati al sistema di monitoraggio satellitare del
dipartimento e apparivano come puntini gialli, che si allargavano a partire
dal centro. A intervalli di qualche secondo, la mappa si aggiornava e i pun-
tini si distanziavano.
Un ammasso al centro dell'immagine indicava la posizione di Pete, che
era anche il punto in cui Scott era uscito dal bosco. Un altro ammasso, pi
a destra, segnalava la posizione del furgone.
Pi in alto c'era una mappa approssimativa del bosco, macchie di luce e
ombra separate da occasionali linee di colori vivaci, che rappresentavano i
sentieri. Quello principale partiva dal punto in cui era stato abbandonato il
furgone, puntava a nord per circa tre chilometri e poi piegava a destra, di-
segnando un'ampia curva, e infine si dirigeva a sud, verso la circonvalla-
zione. Pareva formare una grossa N, appoggiata sulla strada carrozzabile.
Il furgone era alla base della gamba sinistra della lettera; Scott era sbucato
poco pi a destra. Ancora pi in alto si distingueva la striscia azzurra di un
ruscello, simile a un sorriso sbilenco, che non sfiorava la gobba della N.
Greg fece muovere il puntatore. La maggior parte del territorio  coper-
ta da un fitto bosco, e probabilmente i sentieri non sono cos evidenti. Il
puntatore sfior alcune sagome bianche. Questi sono i vecchi edifici di
pietra. Strutture ormai in rovina.
L'espressione di Pete si era fatta pi dubbiosa a ogni parola. Fantastico,
Greg, disse. Che ne dici se ce lo portiamo appresso e completiamo la
mappa mentre procediamo?
Greg sollev le mani in segno di resa. Non sparate sul messaggero.
No, figurati.  che sul monitor sembra anche carino, ma, da dove mi
trovo io, quegli alberi laggi non sono altro che una muraglia nera del caz-
zo. Perci mi servirebbe qualche indicazione in pi, se non vi dispiace,
prima di cominciare a mandare degli agenti l in mezzo.
Dopo aver osservato con attenzione la mappa, Mercer si fece avanti e
prese il mouse a Greg. Il puntatore si mosse in direzione dei puntini gialli
vicino al furgone di Carl Farmer. Mi sembra evidente che sia andata cos:
Banks e la sua ragazza sono entrati nel bosco da qui, lungo questo sentie-
ro. Mosse la mano e il puntatore segu la linea bianca, la gamba sinistra
della N. A giudicare dal punto in cui  sbucato Banks, credo che a un cer-
to punto si siano infilati in questa zona. E tracci un cerchio tra le due
gambe della N.
Annuii. Tirava a indovinare, ma da professionista. Scott era fuggito dal
luogo in cui era stato tenuto prigioniero ed era emerso da un bosco fitto e
difficile da attraversare proprio in mezzo a due sentieri. Se non si fosse gi
trovato in quell'area, avrebbe dovuto attraversare uno dei sentieri per arri-
vare l. E se, correndo nel sottobosco, si fosse imbattuto in un percorso pi
facile, di certo lo avrebbe seguito.
Erano solo ipotesi, ovviamente. Disorientato com'era, forse Scott aveva
attraversato il sentiero senza neanche accorgersene. E, anche se il killer
stava ancora trattenendo Jodie da qualche parte, niente gli avrebbe impedi-
to di spostarsi, inoltrandosi in profondit nel bosco. Ma era un inizio; d'al-
tronde sarebbe stato umanamente impossibile controllare cento chilometri
quadrati di bosco impenetrabile nel poco tempo che ci restava. Individuan-
do un'area pi ristretta, Mercer aveva trasformato una missione impossibile
in un'impresa pi abbordabile. Era un buon punto di partenza.
Okay, sospir Pete. Ammettiamo che tu abbia ragione. Quanto sar?
Una ventina di chilometri quadrati?
E allora? Non hai tutti quegli scaldasedie a disposizione?
Ho degli uomini... che siano caldi non ci conterei. Trenta agenti, a parte
quelli gi impiegati per il cordone. Un numero lontanissimo da quello ne-
cessario. Abbiamo anche alcuni volontari delle squadre di soccorso. Dieci
civili e tre cani.
I cani non hanno individuato nessuna traccia?
Non ancora. I cinofili hanno fatto annusare loro i dintorni del furgone e
qui attorno. Ma i cani sono addestrati a trovare chi si  perso nel bosco,
non a ripercorrere il tragitto che hanno compiuto. E la neve certo non aiuta.
In terra non ci sono segni, e la traccia olfattiva  coperta.
Mercer non sembr impressionato. L'elicottero?
Contro ogni buonsenso  in volo, e sta arrivando.
 gi qualcosa. Deve riferire di ogni traccia di calore che riesce a trova-
re. Dobbiamo verificarle una per una. Nel frattempo, abbiamo tutte quelle
vecchie strutture da controllare.
Pete fece una smorfia, forse per la prospettiva di quel che lo aspettava
oppure, pi probabilmente, per l'uso del noi. Forse Mercer se ne accorse,
ma lo ignor.
C' la possibilit che la tenga l dentro. Non credo voglia stare all'aper-
to con un tempo del genere.
No, concord Pete. Ma ci non vuol dire che non ci stia. Potrebbe
essere ovunque.
Anche dalla parte opposta della citt, pensai.
Be', in un modo o nell'altro dobbiamo delimitare l'area di ricerca, no?
disse Mercer con tono paziente. Altrimenti sarebbe impossibile. Perci
ipotizziamo che sia dentro una di quelle costruzioni. E controlla anche le
tracce di calore non appena ne trovate. Per nostra sfortuna, al momento 
tutto quello che abbiamo.
Pete si limit a fissarci per qualche istante, mentre la neve continuava a
fioccargli attorno. Poi chiese: Non abbiamo ottenuto niente da Banks?
Non ancora, rispose Mercer. Sembra che abbia rimosso quasi tutto.
Mi sentii sprofondare, irritato con me stesso per non aver capito quale
direzione stava prendendo quello scambio di battute. Pete era sconcertato,
per non dire ostile, all'idea di accollarsi un incarico cos impegnativo; io
ero riluttante a forzare Scott. Mercer aveva fatto in modo che i due pro-
blemi si scontrassero, contando sul fatto che qualunque obiezione io potes-
si sollevare avrebbe avuto scarso peso agli occhi di un uomo sotto la neve,
al freddo, e in procinto d'intraprendere una lunga e difficile ricerca. E ov-
viamente aveva ragione.
Be', lo capisco, borbott Pete. Ma noi partiamo dal presupposto che
la vita della sua ragazza sia in pericolo. Tutto quello che riesce a dirci pu
essere d'aiuto. Anche se fosse soltanto il ricordo di essere stato rinchiuso
da qualche parte.
Mercer mi guard. Io sbirciai la mappa e poi la smorfia di Pete. Di col-
po, le mie obiezioni sembrarono prive d'importanza. Non avevo pi la for-
za di ribattere. Okay, dissi con un sospiro. Vado a parlare con lui.
4 dicembre, ore 2.50
4 ore e 30 minuti all'alba
Scott
Con l'avanzare della notte, era cambiato anche il tono dei sogni di Scott.
La sua mente addormentata sembrava in guerra con se stessa. Gli era suc-
cesso qualcosa. Una parte del suo subconscio premeva perch lo riportasse
alla luce e lo esaminasse, mentre l'altra cercava di seppellirlo e nasconder-
lo, con sempre minore efficacia.
Le memorie e i ricordi pi felici erano una casa fatta di carta, le cui fon-
damenta poggiavano su una pozza d'inchiostro nero. Gradualmente tutto si
oscurava.
Nel sogno, era stato il telefono a svegliarlo e, per tutta la telefonata, la
sua mente era rimasta prigioniera dei filamenti viscosi del sonno. All'altro
capo della linea, Jodie stava piangendo. Quando aveva parlato, la sua voce
era debole e tremante. Gli aveva detto cos'era successo. Cos'aveva fatto.
Lui era seduto sul bordo del letto ad ascoltarla e intanto giocherellava
col filo del telefono, avvolgendosi le spire attorno alle dita. Poi l'aveva la-
sciato, allungando la mano per aprire le tende gialle, socchiudendo le pal-
pebre nel sole mattutino. Le sei e venti. Sembrava che facesse gi caldo. In
ufficio sarebbe stata una giornata caldissima.
Non so che dire, aveva mormorato Jodie.
Toccava a lui rispondere, no? Era assurdo che si sentisse cos distaccato.
Nel loro rapporto, era sempre stato il pi paziente - quello che restava cal-
mo, quello che dimostrava comprensione -, ma un simile atteggiamento era
ridicolo. Jodie avrebbe potuto essere l nel letto, addormentata accanto a
lui. E invece si trovava a duecento chilometri di distanza e gli stava rac-
contando la cosa peggiore che lui poteva immaginare.
Non lo so neanch'io, aveva replicato.
Le auto continuavano a passare. Il mondo esterno sembrava indifferente.
Aveva lasciato cadere la tenda e la camera da letto era ripiombata in una
pi rassicurante penombra.
Sono rimasta sveglia tutta la notte, pensando a qualcosa da dire.
E non ha funzionato, vero?
Se l'era meritata, ma subito lui aveva avuto l'impulso di scusarsi per es-
sere stato cos brusco. Non farlo. Una volta tanto doveva tenere a freno
quella parte di s.
Suppongo di no. Facevo le prove, cercando di mettere insieme qualcosa
di coerente. Credo di aver fatto un gran casino. Ho rovinato tutto.
Di solito, quando s'inoltrava in quel territorio di autocommiserazione, lui
cercava subito di rincuorarla. Ma adesso sarebbe stato fuori luogo. Stavolta
non avrebbe fatto finta di nulla, come se fosse stata lei quella che aveva
subito il colpo. Non hai dormito per niente? le aveva chiesto.
No, sono rimasta in piedi tutta la notte. A vomitare, pi che altro.
Non aveva riso.
Non so che dire, aveva ripetuto lei.
Be', questo l'hai gi detto.
Ma non mi viene altro da dire.
Non c' altro, aveva pensato lui. Puoi solo continuare a ripeterlo, per-
ch ora come ora riassume perfettamente la situazione. Non so che dire.
Per il resto della conversazione, si erano limitati a studiarsi. Jodie aveva
chiesto se era finita; Scott aveva replicato che gli serviva tempo per pen-
sarci. In realt, aveva bisogno di tempo per rendersene conto. Lo sorpren-
deva averla presa cos bene. Di solito era un tipo alquanto insicuro, ma, per
qualche ragione, quel fatto non gli sembrava la fine del mondo. Si era sco-
pata il suo socio in affari? Sai che tragedia! Per c'era anche quella sensa-
zione, quel sentirsi svuotato fin nel profondo... Si era convinto che prima o
poi sarebbe crollato, cominciando a preoccuparsene davvero.
Sono emotivamente squassato.
Non c'era niente che si potesse risolvere al telefono. Eppure...
Ti richiamer dopo il lavoro, le aveva detto.
Me lo prometti?
Era ridicolo. Lei sembrava ferita e sconvolta, come se fosse stato lui a
fare qualcosa di male. Una parte di lui avrebbe voluto allungare una mano
fino all'altro capo del filo e prenderla a sberle. L'altra parte avrebbe voluto
stringerla forte e dirle che andava tutto bene. Trovava assurdamente elet-
trizzante quella battaglia interiore.
Lo prometto, aveva replicato. Ho bisogno di rifletterci.
Quella frase aveva provocato un nuovo accesso di disperazione: Mi
ami?
Devo andare.
Aveva chiuso la comunicazione, interrompendo il rumore del suo pianto.
Scott era rimasto seduto per qualche istante, mentre il silenzio gli stri-
sciava addosso. Gli sembrava che l'aria fosse pressurizzata, come se lui
fosse sott'acqua. Sentiva le auto, le voci delle persone, ma si sentiva spen-
to. Come una casa vuota. La luce colpiva le finestre, per nessuno guarda-
va fuori; il vento sferzava i muri, per i muri non lo sentivano.
L'orologio sul comodino diceva: 6.34, in cifre rosse luminose.
Aveva sentito un rumore alle sue spalle, come un respiro.
Scott si era voltato molto lentamente. Sotto di lui, il letto aveva cigolato.
Quella cosa era sulla soglia, con le spalle che si sollevavano e riabbassa-
vano pesantemente, come se avesse fatto una lunga corsa per raggiungerlo.
Teneva in mano qualcosa.
Vedendolo, Scott aveva cercato invano di muoversi. Ma aveva gli a-
vambracci premuti sulle cosce, immobilizzati da legami che non riusciva a
scorgere.
Panico.
80, aveva detto la cosa. La voce sembrava pi normale che nei sogni
precedenti. Hai scelto me. Cosa vuol dire?
Cosa voleva dire? Scott era stato sul punto di affermare che non lo sape-
va. Se si trattava di Jodie... era sbagliato. Lei non lo aveva scelto per nien-
te; era vero piuttosto il contrario. Ma poi un'immagine gli attravers la
mente. Jodie seduta sul letto nella sua stanza d'albergo, la testa tra le mani.
Piangeva.
Non era obbligata a telefonarmi, aveva detto. Poteva far finta di
niente. Non era neppure obbligata a dirmelo.
Il diavolo aveva inclinato la testa. E dopo cos'hai fatto?
Non mi sento bene, aveva detto alla segreteria telefonica dell'ufficio.
Il nastro di registrazione girava lentamente nell'ufficio deserto. Il suo capo
non arrivava mai prima delle nove e a volte non veniva affatto.
Sono rimasto alzato quasi tutta la notte. Temo di aver mangiato qualco-
sa che mi ha fatto male. Sto da cani. Dopo aver aggiunto qualche altra co-
sa, nessuna particolarmente convincente, aveva riattaccato.
Sul comodino c'era un bicchiere d'acqua, che lui aveva afferrato, sca-
gliandolo contro il muro. Si era pentito subito di quel gesto. Le assi del pa-
vimento avevano frusciato mentre lui spazzava via i vetri rotti, e il secchio
della spazzatura al piano di sotto, accogliendo le schegge, aveva esalato un
fruscio polveroso.
Aveva preso le chiavi, il portafoglio e il cappotto e si era avviato alla
porta.
Sei andato da lei, vero?
Il diavolo era accosciato di fronte a lui. La mente addormentata di Scott
lo aveva accettato; a un certo livello, comprendeva quello che stava acca-
dendo. La memoria del tradimento di Jodie risaliva a due anni prima, men-
tre il diavolo apparteneva a ricordi pi recenti, ma le due cose erano legate.
Avevano parlato del tradimento. E, quando i ricordi si sovrapponevano per
qualche istante, anche i racconti s'incrociavano. Il veleno poteva affiorare.
S, aveva risposto.
La stanza d'albergo di Jodie era molto pi grande di quanto si fosse a-
spettato. Di solito gli piacevano gli alberghi. C'era qualcosa di rassicurante
nei corridoi stretti, nelle luci soffuse, nelle stanze quasi cavernose. Ma in
quel momento non ci trovava niente di confortante. Continuava a immagi-
nare Jodie e Kevin insieme.
L'aveva incontrata nel corridoio e si erano avviati verso la stanza senza
dirsi granch. Accendendo la luce, lei aveva sussultato.
Sul mobile appoggiato alla parete c'erano un piccolo televisore e un vas-
soio col necessario per preparare t o caff. Niente tazze sporche o filtri
usati, ma di certo lei aveva bevuto qualcosa. Lui si era chiesto se gli addet-
ti al servizio in camera avessero gi portato via qualche tazza sporca.
Il letto matrimoniale era appoggiato alla parete opposta, una lampada a
ogni lato della testiera. Un divanetto a due posti e due sedie circondavano
un tavolino dall'altra parte della stanza.
Caff? aveva chiesto lei.
Lui aveva annuito, ma Jodie lo stava gi preparando. Questo bollitore
ci mette secoli a scaldare l'acqua.
Era agitata, non riusciva a star ferma. Dopo alcuni lunghi minuti di si-
lenzio, il vapore aveva cominciato a uscire dal beccuccio del bollitore. Lei
gli aveva porto una tazza di caff, tenendola fra il bordo e il fondo in modo
da lasciargli libero il manico.
Grazie, le aveva detto.
Di niente.
Sei sorpresa che sia venuto?
Sono contenta.
Bene.
Per favore, non... Mentre lo diceva, le parole erano rimaste prive di
fiato, e lei aveva dovuto ricominciare. Per favore, non lasciarmi.
Dobbiamo parlarne.
Per favore, non lasciarmi. Non so come farei, altrimenti. Aveva bevu-
to un sorso di caff. Far quello che vuoi. Sul serio. Farei qualunque cosa
perch non fosse successo, vorrei poter tornare indietro, ma non si pu.
Posso soltanto chiederti scusa. Ero cos ubriaca.  stato un errore mador-
nale. Aveva appoggiato la tazza sul pavimento. Odio me stessa pi di
quanto potresti mai odiarmi tu.
Io non ti odio, Jodie.
Dovresti.
Autocommiserazione, di nuovo, e solo per essere rassicurata. Lui invece
aveva allargato le mani, cercando di parlarne nel modo pi semplice.
Dobbiamo capire cosa fare da adesso in poi.
D'accordo.
Io vorrei che tutto riprendesse come prima. Ma non so se sar possibile.
 tutto il giorno che mi sento strano. Strano e ferito. Ancora non l'ho me-
tabolizzato.
Lascer il lavoro, se serve. Lo aveva detto troppo in fretta. Se  quel-
lo che vuoi, lo far. Lo far subito.
L'aveva guardata. Faceva sembrare tutto cos facile, cos semplice... Ma
lei era stata socia in quell'attivit fin dall'inizio, e ci erano voluti tre duris-
simi anni prima che cominciasse a decollare. Avrebbe dovuto essere pi
tormentata, almeno in apparenza, invece sembrava del tutto convinta.
Jodie stava scegliendo lui. Se lui l'avesse voluta, avrebbe mollato tutto il
resto. Per salvare la loro relazione. Scott aveva continuato a fissarla, senza
sapere cosa dire o come risponderle.
Era impossibile chiederle una cosa del genere. Ma lui sapeva pure che,
se Jodie avesse continuato a lavorare con Kevin, a vederlo tutti i giorni, sa-
rebbe stato assurdo tornare insieme. Non c'era una via di mezzo.
Cos non aveva detto nulla. Dopo un momento, lei aveva annuito.
Nei due anni successivi, Scott aveva ripensato a quel gesto, servendose-
ne per giustificare quello che era successo.
Annuendo, lei gli aveva offerto la possibilit di mentire a se stesso. Non
era stata una decisione di Scott.
Non le aveva chiesto lui di rinunciare alla sua vita. Lo aveva deciso lei,
di testa sua.
Hai scelto me...
Di colpo si ritrov in un altro posto: un luogo orribile, in cui i frammenti
d'immagini erano brevi e aspri. Era buio, una costruzione di pietra, e il
diavolo era chino su di lui. Reggeva un cacciavite, dal quale si levava un
filo di fumo.
Il diavolo gli premette la lama arroventata su una spalla. Scott cerc di
divincolarsi, ma non poteva muoversi. Per un attimo tutto si confuse... poi
il dolore gli serpeggi lungo la clavicola e gi fino alle costole.
Cominci a gridare, la bocca spalancata, sbattendo la testa da una parte e
dall'altra. Non riconosceva neppure lui i suoni che emetteva.
Ma il diavolo continu a premergli la lama sulla carne. Scott sent la
propria pelle che sfrigolava. Sent l'odore della sua stessa pelle che brucia-
va.
Era possibile perdere i sensi all'interno di un sogno?
Quando la cosa stacc il cacciavite e lo spost contro l'interno della co-
scia, scopr che non lo era.
4 dicembre, ore 3.00
4 ore e 20 minuti all'alba
Mark
Dopo che Pete si era congedato, allontanandosi per coordinare le ricer-
che, mi collegai alla sala istruzioni virtuale per dare lo stop alla mia squa-
dra porta a porta. Notai con fastidio che sembravano tutti e tre pronti a
continuare per giorni e giorni, e mi sentii piuttosto inadeguato. Ero cos
stanco che i miei pensieri faticavano a seguire un filo logico. Bisognava
per dire che loro se ne stavano a inserire i dati degli interrogatori in un
bell'ufficio caldo, sorretti da tutto il caff che erano in grado di bere.
Spiegai cosa dovevano fare. Svegliare Yvonne Gregory - con gentilezza
- e mostrare in giro la foto di Jodie McNeice per ottenere un'identificazio-
ne certa, poi scovare qualche collega di lavoro di Jodie per farsi conferma-
re se, negli ultimi giorni, lei era andata in ufficio. In seguito ci sarebbe sta-
to altro da fare, aggiunsi, tenendomi sul vago. Si trattava di due incarichi
rognosi, con la minaccia di altri in arrivo, ma apparentemente vennero ac-
cettati di buon grado. Invidiai la loro energia. Per quanto cercassi di girarci
attorno, non poteva dipendere solo dalla caffeina.
Mentre tornavo verso la camera di Scott, la stanchezza mi piomb ad-
dosso con tutto il suo peso. Procedevo lungo i corridoi e il mio sguardo
sembrava precedermi di diverse lunghezze, finendo ogni tanto col perdersi.
Nel contempo, cercavo di lasciarmi alle spalle la maggior parte dei pensie-
ri. Quando mi fermai, tutto il resto sembr muoversi per qualche secondo
ancora. Ero ubriaco di stanchezza.
Mi scusi, agente.
Scusi lei.
L sotto non era poi cos male. C'era meno gente in movimento, ognuno
aveva una cartellina in mano, oppure spingeva un carrello coi medicinali o
quello per le pulizie. Ma al piano di sopra non c'era nessuno che bighello-
nava. C'erano vite da salvare, e tutto era estremamente organizzato e fret-
toloso. Dovevo creare meno intralcio possibile e levarmi di mezzo, ma
l'impresa sembrava superiore alle mie forze. Mi sentivo malfermo nel cor-
po e nella mente. Prima di parlare con Scott, dovevo recuperare un minimo
di calma e di sicurezza.
Due minuti pi tardi, senza sentirmi meglio, ero di nuovo nella stanza.
Mi ero scordato quanto fosse tranquilla e silenziosa. La luce bassa dava
una sensazione di pace, sottolineata dalle pulsazioni costanti di Scott, am-
plificate dal macchinario accanto al suo letto. Era ancora nella stessa posi-
zione in cui l'avevo lasciato, sollevato sui cuscini con la testa girata verso
le persiane chiuse. Sembrava tranquillo, tanto che per un momento credetti
che fosse addormentato.
Ma lui si volt subito a guardarmi. Ah,  lei. E torn a girarsi verso la
finestra.
Chiusi lentamente la porta.
Stava aspettando il medico? Gliene chiamo uno, se vuole. Mi creda, ce
ne sono a centinaia, qui fuori.
No. Speravo che fosse lei. Mi scusi per prima.
Non c' niente di cui scusarsi. Mi tremavano un po' le gambe. Ripresi
la mia posizione sulla solita sedia accanto al letto e misi in funzione l'at-
trezzatura per registrare.
Che ore sono?
Le tre appena passate.
Non l'avete ancora trovata?
No, non ancora. Le sue domande erano interessanti. Che fosse in
qualche modo consapevole della scadenza fissata per l'alba? Ma la trove-
remo. Ci sono agenti che la stanno cercando proprio adesso, nel bosco.
Controllano una serie di luoghi in cui pensiamo possa tenerla.
Durante la mia assenza, avevo scordato l'orrore dell'aspetto di Scott. Per-
sino nascoste sotto garze e bendaggi, le sue ferite erano dolorose anche so-
lo da vedere.
Per si tratta di un'area molto vasta, perci abbiamo proprio bisogno di
tutto il tuo aiuto. Diamoci del tu, va bene? Per quanto difficile, devi cerca-
re di ricordarti quello che ti  successo.
Forse era un gioco della luce o della mia memoria, ma le ombre sul suo
viso mi sembravano pi profonde di prima e il dolore che vi si leggeva an-
cora pi radicato. Pareva tormentato, come se i fantasmi dei ricordi cui
cercava di sfuggire cominciassero a rimaterializzarsi nella semioscurit di
quella stanza. Era cos schiacciato dallo sconforto che il dolore fisico sem-
brava passare in secondo piano.
Infine si volt di nuovo verso di me, troppo stanco per provare imbaraz-
zo per il suo stato. Ma non cerc scuse per non rispondere. Mi  tornato
in mente qualcosa.  strano.
Cosa?
Nel furgone. Mi  sembrato che ci fossimo fermati un paio di volte
lungo la strada...
S, me l'hai detto.
Be',  strano, ma credo che sul furgone ci fosse un bambino.
Non riuscii a nascondere la sorpresa. Un bambino?
Un bimbo piccolo, intendo, aggiunse, come se ci rendesse la cosa pi
normale. Il tizio con la maschera da diavolo continuava a sussurrare a
qualcuno che stava sul sedile del passeggero. Come per rassicurarlo. Ri-
cordo di aver sentito il pianto di un neonato. E poi, dopo una delle fermate,
non l'ho pi sentito.
Lo fissai per un momento, riflettendo. Non perch non gli credessi; tut-
tavia dovevo tener conto del trauma che aveva subito e dei tranquillanti
che gli avevano somministrato. Forse la sua mente stava cercando di dare
un senso logico a una serie di eventi che le si erano presentati in maniera
completamente diversa.
Oppure poteva essere vero. In tal caso, aveva ragione lui: era strano. Lo
archiviai mentalmente, per approfondire la questione al piano inferiore.
Riesci a ricordare quello che diceva l'uomo?
No. Non quello che ha detto allora, comunque.
Feci una pausa, poi chiesi: E in altri momenti?
S. Annu lentamente. In effetti, credo che abbia parlato molto con
me. Ma  come svegliarsi da un brutto sogno. Sai di aver parlato con qual-
cuno, per non resta nessuna traccia di cosa vi siete detti. Ho la sensazione
che abbiamo avuto un lungo dialogo, tuttavia non ricordo su cosa. Si con-
centr profondamente, poi scosse la testa. Per non sembrava angosciato,
solo confuso. Ebbi l'impressione che volesse sentirsi chiedere altro.
Quell'uomo... sembra che segua le persone per molto tempo, continuai
con cautela. Impara molte cose, e le usa poi contro di loro.
Non capisco.
Sai bene che ti ha fatto del male. Ma il dolore che lui infligge non  so-
lo fisico. Ti ha probabilmente detto alcune cose capaci di sconvolgerti. Po-
trebbe averti raccontato qualcosa di spiacevole su Jodie, per esempio.
Scott mi guard.
Ti viene in mente qualcosa?
Lui sembrava gi lontano.
Scott?
Lui: Kevin.
Cercai di non far capire che conoscevo quel nome.
Ricordi qualcosa?
Credo di s. Mi ha parlato di Kevin.
Chi  Kevin?
Fece per rispondere, ma s'interruppe subito e distolse lo sguardo.
Attento, mi dissi. Non forzarlo. Lascia che si prenda il suo tempo.
Fiss a lungo la finestra. Attesi pazientemente, ascoltando il bip del
macchinario e chiedendomi se lui stesse cercando le parole oppure i ricor-
di, o pi semplicemente il coraggio necessario per parlare.
Alla fine disse: Jodie ha avuto una relazione.
Capisco.
Non una relazione vera e propria. Una storia di una notte.
Quand' successo?
Un paio d'anni fa. Kevin era un suo vecchio compagno di universit.
Finiti gli studi, hanno messo in piedi una societ, partendo da zero. Co-
minciava a funzionare abbastanza bene e quella volta erano in viaggio d'af-
fari insieme. Nello stesso albergo. Respir a fondo e poi ripercorse velo-
cemente i fatti, come se fossero le ultime ripetizioni di una sessione di al-
lenamento. Si  ubriacata. Sono finiti a letto insieme. Il giorno dopo, lei
mi ha telefonato e me l'ha detto. So che non ha senso, per credo che il ti-
zio con la maschera da diavolo mi abbia parlato di questa storia.
Non era quello che mi aspettavo e ci misi qualche istante per contestua-
lizzare la rivelazione. Scott mi aveva detto che Jodie non soltanto aveva
messo in piedi la CCL con Kevin Simpson e aveva avuto una fugace rela-
zione con lui due anni prima, ma pure che il 50/50 Killer lo sapeva. Seb-
bene non fosse impossibile che avesse seguito la coppia per tutto quel
tempo, sembrava comunque inconcepibile. Per erano due anni che non si
sentiva pi parlare di lui, no? E, come aveva detto Mercer, in quel periodo
aveva avuto tutto il tempo di organizzarsi.
Cos' successo dopo quella notte? gli chiesi.
Abbiamo parlato. Di tutto. Della possibilit di lasciarci. Ma era stato
semplicemente un errore, dovuto alla sbornia. Non volevo lasciarla per
quello.
Mi venne in mente che Jodie adesso lavorava per una compagnia di assi-
curazioni. Jodie ha lasciato la societ?
 stata una decisione sua, non le ho chiesto io di farlo. Sembrava fru-
strato. Certo, non gliel'ho neppure impedito, per. Se avesse continuato a
lavorare con lui, tra noi non avrebbe pi funzionato. Metteva tanta energia
in quel lavoro che, alla fine, passava pi tempo con Kevin che con me, e io
non sarei pi riuscito a sopportarlo. Suppongo che se ne sia resa conto.
Cos ha scelto me.
Capisco. E poi? mi chiesi.
Scott si riferiva a fatti avvenuti due anni prima. Jodie aveva continuato
la sua relazione con Kevin per tutto quel tempo? E il 50/50 Killer lo aveva
raccontato a Scott? Di certo doveva averlo fatto.
Scott stava cominciando ad agitarsi. Lei ha scelto me, ripet.
La scelta delle parole era rivelatrice: Lei ha scelto me. Stava annaspando
in direzione di ci che era successo e, se mai l'avesse trovato, non gli sa-
rebbe piaciuto.
Stai tranquillo, mormorai. Come ti dicevo, l'uomo che ti ha fatto tut-
to questo parlava soltanto per ferirti. Capisci? Se ne serviva per farti del
male.
Sarebbe questo il gioco?
Lo guardai, pensando a cosa dire. Aveva assoluto bisogno di una rispo-
sta, ma la verit poteva essere troppo difficile da sopportare. Infine chiesi:
Cosa ricordi in proposito?
Solo quelle parole. Ha parlato di un gioco. Ha detto che alla fine l'avrei
ringraziato. La parte del viso lasciata libera dalle bende sembr assumere
un'espressione pi determinata. Continua.
Lo guardai. Non cambi atteggiamento. Avevo quasi la certezza che fos-
se arrivato il punto di lasciar perdere, per mi servivano informazioni, e mi
ero impegnato ad arrivare sino in fondo. Se lui aveva il coraggio di chiede-
re, io dovevo avere quello di rispondere. Il gioco sta nel prendere di mira
una coppia, mormorai. Soltanto uno dei due  destinato a morire all'al-
ba... e lui lascia che sia l'una o l'altro a decidere. Sceglie un membro della
coppia e poi si serve di ogni possibile tortura, sia fisica sia emotiva, per
costringerlo a tradire il proprio partner. Il gioco consiste in questo. Suo-
nava spietato e lugubre, ma non c'era altro modo di spiegarlo.
Vai avanti, disse lui.
Eccoci al punto. Mi appoggiai allo schienale.
In superficie, la determinazione c'era ancora, ma sotto di essa si stava in-
sinuando qualcos'altro. Ricordi che affioravano, forse, o la consapevolezza
di ci che avevo appena detto. Poi la fermezza scomparve e, per quanto
lentamente, il terrore cominci a prendere il suo posto. Allora l'ho tradi-
ta?
Questo non possiamo saperlo.
 l'unica spiegazione...
Qualunque cosa sia successa, non c'era niente che tu potessi fare, lo
interruppi con tatto.
Deglut a vuoto. Gli trem la voce. Perch?
Mi chinai verso di lui.
Perch lo fa? chiese Scott.
Bella domanda.
Era sempre quella, la domanda, no? Io stesso me l'ero posta fino alla
nausea negli ultimi sei mesi e mi ero sempre ritrovato col solito, insoddi-
sfacente pugno di risposte. Perch lei  annegata? Per la serie di eventi che
ci ha condotto fino a quella spiaggia. Per la fisica del moto ondoso. Per la
fisica di un corpo in acqua. Ma quelle erano soltanto spiegazioni e io vole-
vo qualcosa di pi profondo. La verit  che al mondo non importa un ac-
cidente di ci che  importante per me.
Perch il 50/50 Killer faceva quelle cose alle coppie? Per distruggere
l'amore che c'era tra i due, perch si voltassero le spalle. Era un lupo dello
spazio... qualunque cosa significasse. Un diavolo. Ma questo non faceva
che sollevare altre domande. Quando ci si chiede: Perch? la risposta di
solito  la somma di un centinaio di motivi diversi, ognuno insoddisfacente
se preso da solo e insoddisfacenti anche nel loro complesso. Proprio come
me, Scott non si accontentava di nessuno di quei motivi. Il suo Perch?
si collocava a un altro livello, dove nessuna risposta era possibile.
Non lo sappiamo, ammisi. Per ora, possiamo soltanto interpretare i
fatti e ipotizzare teorie. Quando lo prenderemo, forse potremo chiedergli
una spiegazione. Adesso, per, conta soltanto riuscire a fermarlo prima che
faccia del male a Jodie. Pi di quanto non le abbia gi fatto.
Lo sguardo terrorizzato non era scomparso dal viso di Scott, ma se non
altro lui non si era ancora lasciato sopraffare dall'emozione.
Scartabellai il dossier, presi la foto di Carl Farmer e gliela porsi. Lui la
prese e la osserv, il volto sempre pi impietrito. La mano trem.  lui?
chiese.
Speravo che me lo dicessi tu.
Si concentr, fissando la foto. L'ho gi visto da qualche parte. So di a-
verlo visto.  stato in casa nostra. Qualche mese fa. A leggere il contato-
re.
Bene.
Ottimo, pensai. Con quella, erano due le identificazioni raccolte da due
fonti indipendenti. Per quanto sembrasse incredibile, il 50/50 Killer ci ave-
va davvero permesso di scoprire la sua faccia.
Per non so se  lo stesso uomo nel bosco, continu, restituendomi la
foto. Ricordo solo che sembrava il diavolo. Non soltanto per via della
maschera. L'uomo che ho in mente... non era neppure un uomo. Si gir di
nuovo verso la finestra, e io lasciai che le sue parole restassero come so-
spese nell'aria. Anche Daniel Roseneil aveva detto qualcosa di molto simi-
le: Era il diavolo.
Ovvio che non lo era. Il diavolo non esiste. Ci sono solo storpi, persone
deformi. Ma, pur sapendolo, non ero cos sicuro che Daniel e Scott avesse-
ro completamente torto. Nel nostro fallibile mondo di cause ed effetti, in
cui le risposte non sono mai soddisfacenti, poteva anche essere vero.
Muri di pietra, mormor Scott.
Era ancora voltato dall'altra parte. Mio malgrado, avvertii un palpito di
eccitazione. Muri di pietra?
Il posto in cui mi teneva, i muri erano di pietra. Deglut. Lo ricordo.
Era stretto, non ci si muoveva. Le pareti mi sfioravano le spalle.
S, Scott, cos va benissimo.
Quindi lo aveva tenuto prigioniero in una delle costruzioni che si trova-
vano nel bosco. La zona delle ricerche si stringeva ancora di pi: a giudi-
care dalla mappa, ce n'erano diverse, ma non era un'impresa impossibile
setacciarle. Forse avevamo ancora una possibilit di trovare Jodie viva pri-
ma dell'alba, dopotutto.
Riesci a ricordare qualche altro dettaglio?
Rammento i muri di pietra. Lui era accovacciato davanti a me, e mi
parlava. Scott continuava ad annuire, a tratti e impercettibilmente. Qual-
cosa lo angosciava, ma lui stava cercando di resistergli il pi a lungo pos-
sibile. Sussurrava nel buio. Vicinissimo. Ero terrorizzato.
Ormai avevo ottenuto quello che volevo, e il mio primo istinto fu di ti-
rarmi indietro, di portar via Scott dal luogo in cui la sua memoria lo stava
riconducendo. Ma non sarebbe stato giusto. Se lui era pronto a parlare, io
dovevo essere pronto ad ascoltarlo. Era buio pesto? gli chiesi.
No, c'era un po' di luce.
Un fuoco?
S, credo di s. Lo usava per...
Il ricordo gli piomb addosso senza preavviso. Smise di annuire, smise
di parlare, rimase assolutamente immobile. Poi si port lentamente una
mano al viso. Lottai contro l'impulso d'imitarlo.
Non preoccuparti, Scott.
C'erano muri di pietra.
Grazie. Te la sei cavata benissimo.
Muri vecchi.
Stavolta non si mise a piangere, ma si copr l'occhio ferito con la mano.
Ero stato io a ridurlo in quello stato; era colpa mia. Sarei dovuto restare,
per fare tutto ci che potevo per aiutarlo ad affrontare quel ricordo appena
riemerso. E invece ero costretto a lasciarlo, almeno per un po', per riferire
quelle informazioni al piano di sotto e dare indicazioni a Pete per la sua
squadra di ricerca. Scott, torner prima che posso. Mi sentivo in colpa
mentre mi alzavo, raccoglievo l'equipaggiamento e andavo alla porta. Pri-
ma di uscire, mi voltai. Grazie, gli dissi di nuovo.
Ma lui non diede segno di avermi sentito. Era girato verso la finestra,
con la mano ancora appoggiata sul bendaggio che gli copriva il viso.
4 dicembre, ore 3.20
4 ore all'alba
Charlie
La guerra era cominciata.
Charlie si rincantucci in fondo al suo rifugio, tremante. Non era per il
freddo. Erano anche i nervi; i nervi che lo scuotevano. Dolci filamenti di
eccitazione gli incendiavano lo stomaco e gli facevano tremare il cuore. Il
momento stava per arrivare.
Il cielo si sarebbe incrinato e poi...
Aggrott la fronte nell'oscurit. Be', di certo ci sarebbe stato il calore e
immaginava che ci sarebbe stata anche la luce. Per il resto, forse era que-
stione di avere fede. Di stare a vedere cosa sarebbe successo. Per ora aveva
il fuoco, che intanto gli forniva luce e calore a sufficienza.
Devi accendere un grande fuoco, gli aveva detto il diavolo. S, ac-
cendi un gran fuoco, cos loro non potranno vederti.
Due giorni prima, gli aveva mostrato come. Lui era andato al campo e
aveva trovato il diavolo seduto a gambe incrociate nella piccola radura, in-
tento a preparare il combustibile. L vicino c'era gi una grossa catasta di
legna secca, che il diavolo aveva alimentato poco a poco.
Riesci a vederlo apparire?
All'inizio, Charlie non l'aveva visto e si era scoraggiato: forse non ne era
degno, dopotutto. Anche il diavolo sembrava deluso, ma lo aveva rassicu-
rato, incoraggiandolo a fissare la pira e a concentrarsi di pi. Alla fine,
socchiudendo le palpebre, l'aveva visto crescere. Si era esaltato come non
mai.
Il diavolo aveva approvato. Quando avremo finito, t'insegner a farlo
da solo, gli aveva promesso. E non solo con la legna.
Il rifugio di Charlie era nel folto degli alberi e il fuoco di quel legno ma-
gico ardeva a una decina di metri da lui, al centro della piccola radura. Una
corona di fiamme danzanti, grande abbastanza per la fronte di un gigante.
Il cielo continuava a scaricare neve, e il fuoco lo ripagava con fumo e sbuf-
fi di cenere, che s'innalzavano, galleggiando su immense ondate di calore.
Nonostante quel tempaccio continuava ad ardere, brillante: un cerchio d'in-
ferno impastoiato, che fiammeggiava rabbioso verso il cielo. La legna bru-
ciava e si carbonizzava. Di tanto in tanto, un ciocco precipitava e un pen-
nacchio di scintille roventi si levava nell'aria. Persino a quella distanza se
ne percepiva il calore. Si sentiva le guance gonfie ed era coperto di sudore.
Spost il coltello nell'altra mano e si asciug il palmo lungo la gamba.
Poi riprese il coltello e si assicur una buona presa sull'impugnatura. Do-
veva tenersi in forma. Essere pronto. Era un buon fuoco, doveva esserlo.
Adesso sei uno dei miei soldati, gli aveva spiegato il diavolo. Sai co-
sa vuol dire? Che quando gli angeli passeranno in volo, qui sopra, guarde-
ranno in basso e non vedranno altro che il fuoco.
Gli angeli erano gi in volo. Non c'era ritorno.
Perci ti serve il fuoco per nasconderti.
Era da un'ora che li ascoltava volare nel cielo e, se mai c'era stato qual-
che dubbio sulle parole e sulle promesse del diavolo, ormai era svanito del
tutto. Gli angeli erano terrificanti. Rombavano nel cielo, il muso simile a
cento spadoni che mulinavano nell'aria. Sotto di loro, gli alberi fremevano,
tremando di paura. Charlie rimase immobile in mezzo a tutta quella confu-
sione. In lontananza, lampi di luce saettavano dal cielo. E lui continuava a
restare calmo.
Il momento stava arrivando, e lui doveva essere forte.
Era cominciato circa una settimana prima.
Fino ad allora, la vita di Charlie era stata piuttosto irreggimentata.
L'amministrazione comunale pagava la sua retta alla Casa sulla Collina,
vale a dire vitto e alloggio con tre pasti completi al giorno e tutto il resto.
Al contrario di altri ospiti, lui era libero di andare e venire come meglio
credeva. Le infermiere erano preoccupate per l'uomo che ogni tanto gli
parlava dentro la testa, ma era passato molto tempo da quando aveva detto
a Charlie di fare qualcosa di brutto. Pi che altro, era lui a rimanere scon-
volto dalle cose che gli diceva quell'uomo e, se la prendeva proprio male,
seguiva il consiglio delle infermiere e se ne stava a letto, ignorando tutto e
tutti. Dopo un po', l'uomo si era zittito. A Charlie piaceva socializzare, e
alle infermiere non importava se andava a fare un giro in citt o una pas-
seggiata o quello che gli pareva. Ma a lui la citt non piaceva. L'uomo gli
aveva detto che in citt la gente era diversa, che non lo voleva. Preferiva
l'isolamento delle camminate nel bosco. Era pi tranquillo. Non c'era nes-
suno in giro, e quello lo rendeva felice.
Ma la settimana precedente si era inoltrato nel bosco pi del solito e si
era accorto di non essere solo. Si stava muovendo senza una meta precisa
lungo il sentiero, guardandosi attorno, quando di colpo aveva sentito un
brivido. C'era qualcosa di diverso. L'uomo nella sua testa gli aveva detto di
fermarsi, e lui aveva obbedito.
Per un attimo, non aveva sentito altro che il canto degli uccelli. Poi si era
sollevata la brezza, facendo stormire le cime degli alberi: un suono che
somigliava a quello di una cascata. Quindi, sulla sua destra, lo scricchiolio
di un ramo che si spezzava.
Va' a vedere, gli aveva detto la voce, e lui aveva obbedito.
Il diavolo era a una quarantina di metri, camminava lungo un sentiero
parallelo al percorso principale. Charlie non riusciva a scorgere granch
del suo corpo, quasi tutto nero, per vedeva chiaramente la testa, perch la
pelle rossa si stagliava contro il verde delle foglie e il marrone dei tronchi.
Aveva cominciato a tremare.
Il diavolo aveva continuato a camminare, apparentemente senza notarlo,
per, subito prima di sparire alla vista, si era fermato. Non aveva guardato
verso di lui: si era limitato a inclinare appena la testa di lato, come se a-
scoltasse un radar interno. Ma Charlie aveva subito capito che si era accor-
to di lui. Era sembrato non badarci. Un paio di secondi dopo, aveva ripreso
il cammino ed era svanito nel sottobosco.
Seguilo, lo aveva incitato la voce.
No. Charlie aveva scosso la testa. Non voleva.
Seguilo!
Charlie era rimasto immobile per un po', spaventato, sconvolto, ma an-
che incuriosito. Una parte di lui non voleva che il diavolo se ne andasse
senza poterlo rivedere. L'uomo nella testa sembrava saperlo, cos aveva ir-
radiato flussi di parole in quella parte del cervello di Charlie e li aveva fatti
crescere, sinch non erano stati troppo grossi per poterli ignorare.
Il suo corpo aveva gi cominciato a muoversi, senza aspettare il permes-
so. Aveva tagliato in mezzo al sottobosco, tra i due sentieri. Adesso che
non si tratteneva pi si sentiva molto meglio, come sempre.
Ma il diavolo era sparito. Quel giorno non lo aveva pi ritrovato.
Quand'era tornato alla Casa, l'uomo nella sua testa lo aveva avvisato di
non raccontare niente a nessuno, nemmeno al suo amico Jack, e la cosa
preoccupava Charlie. Era da tanto tempo che non sentiva pi la voce cos
seria e soffocata. Stava male e quasi non era riuscito a chiudere occhio.
Quando ci riusciva, la voce gli parlava.
Il giorno dopo, Charlie si era svegliato pieno di buone intenzioni. Torna-
to nel bosco, si era messo a gironzolare nella stessa zona. Faceva delibera-
tamente scricchiolare i rametti sotto gli scarponi. Tossiva forte e borbotta-
va. Alla fine, si era messo le mani a coppa attorno alla bocca e aveva chia-
mato il diavolo: Fatti vedere, per piacere. Voglio parlare con te, di tutto!
E il diavolo si era fatto vedere.
Era uscito dal sottobosco al lato del sentiero e si era fermato davanti a
Charlie, dritto come la luce fredda del sole che filtrava attraverso i rami
degli alberi. Aveva il corpo nero e sformato, il viso orrendo. La pelle era
rosa e gommosa, come se l'epidermide fosse stata ustionata. Piccole corna
gli sporgevano dalla fronte, seminascoste dalla zazzera incolta di flosci ca-
pelli neri.
Ti stavo cercando, aveva detto a Charlie la voce. Diglielo.
Mentre lui si dibatteva, incapace di trovare le parole, il diavolo se ne
stava l, fermo, in piena vista. Gli uccelli cantavano. Gli alberi stormivano.
Charlie sentiva che qualcosa si faceva strada dentro di lui: una sensazione
di gioia. Continuava a crescere, partiva dallo stomaco, risaliva nel petto e
poi fino alla gola.
Diglielo! gli aveva ordinato di nuovo la voce. E lui aveva obbedito.
Ma il diavolo si era voltato, allontanandosi. In seguito gli aveva detto
che lo stava valutando per capire se fosse degno oppure no. Charlie era
dovuto tornare nel bosco un paio di volte prima che il diavolo prendesse la
sua decisione.
Voci.
Non troppo vicine, ma neppure tanto lontane, pens. Quella notte era
difficile giudicare le distanze. I suoni, proprio come le fiamme, sembrava-
no caotici, frammentati e dispersivi. Il diavolo gli aveva spiegato cosa sa-
rebbe successo l e nel mondo. Luoghi in fiamme. Citt che esplodevano di
violenza, palazzi ridotti in briciole. Il fumo che riempiva il cielo. La gente
che urlava e implorava, colpi di pistola che laceravano l'aria gelida. La
guerra era cominciata in ogni casa, in ogni citt e in ogni Paese, e quel bo-
sco era soltanto una piccola parte di quel grande processo mondiale. Con
una differenza fondamentale. Il diavolo era l, nel fitto del bosco, e i suoi
nemici lo stavano cercando. Anche se l'intero pianeta era in preda alle
fiamme della battaglia, la guerra sarebbe stata vinta o persa proprio l.
Adesso sei un soldato, gli ricord la voce. Ed era vero.
Gli angeli lo avevano sorvolato, scorgendo il suo fuoco. Ben presto a-
vrebbero mandato gli uomini a controllare - a verificare se il calore veniva
dalle fiamme o dall'inferno dell'esercito del diavolo - e, dato che il cerchio
di fuoco era cos grande, Charlie sarebbe rimasto nascosto, in un primo
tempo. Il rifugio nel sottobosco lo avrebbe tenuto al sicuro sinch non fos-
se venuto il momento di affrontare il nemico.
Non mancava molto, ormai.
Pass il coltello da una mano all'altra, asciugandosi di nuovo i palmi.
Il nervosismo c'era ancora, ovviamente, ma la voce continuava a dirgli
che andava bene cos. Dopotutto erano impegnati in una missione impor-
tante, e un po' di nervosismo li avrebbe aiutati a rimanere entrambi all'erta
e pronti.
E poi hai il coltello.
Era vero. Come ogni buon soldato, aveva ricevuto armi e rifornimenti.
Prima il diavolo aveva innalzato la pira per alimentare l'illusione che fosse
un bersaglio. Poi gli aveva mostrato il rifugio che aveva costruito per lui
tra gli alberi. E infine gli aveva dato il coltello.
Charlie lo guard, attento a non farlo risplendere alla luce delle fiamme.
La lama era lunga e sottile: un centimetro nel punto pi largo, all'attacco
dell'impugnatura, per poi assottigliarsi in una punta crudele una spanna pi
in l. Il taglio era estremamente affilato e il coltello aveva l'aria solida,
bench fosse cos sottile. Senza cedimenti.
Un buon coltello, aveva detto il diavolo quando gliel'aveva dato. Fa-
r il suo dovere.
Charlie aveva annuito. Si trattava di una buona arma, lo sapeva. Il diavo-
lo gli aveva detto di averlo gi usato anche lui. Aveva ucciso uno dei suoi
nemici e il coltello portava ancora tracce del sangue di quell'uomo. Ecco
perch aveva propriet magiche.
Le voci si stavano avvicinando.
Charlie strinse la presa sul coltello. E, come un segreto nascosto tra gli
alberi, attese.
4 dicembre, ore 3.30
3 ore e 50 minuti all'alba
Mark
Quando tornai nella stanza al pianterreno, era evidente che qualcosa non
andava. La tensione tra Greg e Mercer aveva continuato a salire per l'intera
giornata e, dall'atmosfera che regnava nella stanza, capii che durante la
mia assenza era arrivata al culmine, o stava per arrivarci. La squadra si
stava frantumando.
Persi nei loro pensieri, nessuno dei due mi consider pi di tanto, mentre
riassumevo il contenuto della mia seconda conversazione con Scott. Greg
era tutto preso a inserire i dati nel file. Mercer sedeva in disparte a fissare
nel vuoto, annuendo di tanto in tanto per invitarmi a continuare. Raccontai
dei muri di pietra e del fuoco e della breve relazione tra Jodie e Kevin
Simpson.
 arrivato il rapporto della tua squadra, disse a un certo punto. La vi-
cina di Simpson ha identificato Jodie McNeice dalla foto. C'era lei, in casa,
ormai  sicuro.
Mi si strinse il cuore, anche se lo sapevo gi. Dunque la relazione tra
Jodie e Kevin era andata avanti. Ripensai al killer che parlava con Simp-
son, nella registrazione. Come credi che si senta adesso? Pensi che si sen-
ta in colpa per aver mentito a Scott in modo da passare la giornata con
te? Ha fondato la CCL con Simpson, spiegai. Per quanto ne sa Scott,
sono stati insieme solo una volta, due anni fa. Da allora lei se n' andata e
non ha pi rivisto Simpson.
Tu credi di amarla.
Quindi non sa nulla della loro relazione attuale? chiese Mercer.
Credo che, in un modo o nell'altro, lo sappia. Potrebbe essere una delle
cose che il killer ha usato contro di lui. Ma, se cos  stato, non se ne ricor-
da.
Mercer sollev lo sguardo su di me. Aveva gli occhi iniettati di sangue
per la stanchezza e sembrava che ci fosse qualcosa in lui che stava rallen-
tando.
Per ricorda un bambino, aggiunsi.
Mercer sussult. Un neonato?
Gi. Gli raccontai quello che mi aveva detto Scott. Ma non so se
possiamo prenderlo alla lettera.
Mi scrut per un momento, con espressione vuota. Prima sembrava che
prendesse ogni fatto nuovo e lo incasellasse al suo posto; adesso trasmet-
teva la sensazione di esserne sommerso. Pareva vicino al crollo.
Greg era di umore polemico. Perch avrebbe dovuto portarsi dietro un
bambino?
Per adesso lasciamolo perdere, disse Mercer, fissando il pavimento.
Devo pensarci su. Trasferisci le informazioni a Pete.
S, signore.
A disagio, mi sedetti e cominciai a comporre un messaggio da inviare al
furgone delle comunicazioni che si trovava nel bosco. Mentre aspettavo la
conferma di ricezione, controllai il rapporto della mia squadra. Breve ma
completo. Avevano parlato con la SafeSide Insurance. A quanto pareva,
Jodie era scomparsa durante la pausa pranzo: era uscita e non si era pi vi-
sta. Il suo capo aveva detto che non era andata al lavoro neppure il giorno
precedente, ufficialmente per un'emicrania. Ma era una bugia. Si era presa
un giorno libero per trascorrerlo con Kevin Simpson.
Greg attir la mia attenzione con una gomitata. Quando alzai lo sguardo,
fece un cenno quasi impercettibile in direzione di Mercer. Guardai verso di
lui.
Rimasi a fissarlo, affascinato.
Da quando aveva parlato con me non si era praticamente mosso. Era an-
cora seduto nella stessa posizione, con gli occhi chiusi, e si massaggiava la
radice del naso. Delicatamente, avanti e indietro. Non fosse stato per quel
movimento, si poteva pensare che dormisse. E, anche cos, sembrava in
trance.
Tutto bene, signore?
Sollev le sopracciglia, ma continu a massaggiarsi il naso. Mark, po-
tresti portarmi un caff, per favore?
Mentre mi alzavo, Greg mi diede ancora di gomito e io quasi me lo
scrollai di dosso. Ma certo, risposi.
La macchinetta pi vicina si rivel quella accanto all'accettazione. Ser-
viva un caff al punto di ebollizione in sottilissime tazze di plastica. Ripor-
tarne indietro tre fu traumatico. Mi versai addosso il liquido bollente ancor
prima di allontanarmi dalla macchinetta, ustionandomi le mani, e poi al-
meno altre due volte lungo il corridoio. Tutto mi si rivoltava contro. Im-
precai, resistendo all'impulso di scaraventare le tazze contro il muro.
Nell'ufficio-spogliatoio, posai le tazze sul tavolo e mi strofinai le mani
arrossate sui calzoni. L'atmosfera sembrava un po' migliorata. Mercer era
sveglio e attivo, anche se con lo sguardo velato, ed era seduto accanto a
Greg, davanti al computer di sinistra. Sul monitor c'era Simon, in collega-
mento dal furgone parcheggiato vicino alla casa di Scott e Jodie.
Frugare tutto il bosco con questo tempo? esclam, inarcando le so-
pracciglia. Sembrava fresco come quando mi aveva salutato quella matti-
na, a casa di Kevin Simpson. Accidenti!
Mercer non era dell'umore adatto a tollerare quel dissenso, per quanto
diplomaticamente espresso. Hai qualche novit per noi?
Siamo a buon punto. Vi spiegher man mano che scorrono le immagini
che abbiamo scattato. Hai il file aperto, Greg?
Fra un attimo.
Simon aveva gi preparato un rapporto preliminare su quello che la sua
squadra scientifica aveva trovato in casa di Scott. Greg clicc sino ad apri-
re le foto e il filmato, in modo da consentirci di seguire la spiegazione.
La prima foto mostrava l'esterno di un edificio, che sembrava una H ma-
iuscola, rovesciata di piatto sulla neve.
Sei appartamenti, disse Simon. Due per piano, Banks e la sua ragaz-
za abitano in quello in basso a sinistra. L'accesso  attraverso il portone al
centro. Poi ci sono un corridoio centrale e le scale che portano ai singoli
appartamenti.
Niente mansarde o soffitte in cui lui potesse nascondersi? chiese Mer-
cer.
No, niente del genere. Ma ci sono prove evidenti che ha fatto tutti gli
altri suoi giochetti. Guardate un po'.
Simon fece qualche operazione e, un secondo pi tardi, le icone di una
serie di foto erano evidenziate sul monitor principale. Greg le apr una alla
volta, affiancandole.
Foto di prese svitate dal muro, con le mascherine buttate sulla moquette.
Plafoniere strappate dal soffitto. Cassetti sfilati. Scatole rovesciate.
Prima, aveva sempre lasciato tutto in ordine, comment Greg.
Era l'esatto contrario delle precedenti scene del crimine. L'assassino ci
aveva permesso di scoprire che faccia aveva e adesso... quello.
 convinto di non doversene pi preoccupare, disse Mercer. Non ha
pi paura di essere catturato.
Rieccolo. Anche se esausto, Mercer sembrava sempre un paio di passi
troppo avanti perch noi riuscissimo a stargli dietro. Avevamo gi ipotiz-
zato che il killer non considerasse pi importante nascondere la sua identi-
t. E adesso, a quanto pareva, non si curava pi nemmeno di essere cattu-
rato.
Era un passo pi in l di quanto Greg fosse disposto ad accettare.
Be', no, non  detto. A quel punto aveva gi la ragazza nel furgone,
quindi  pi probabile che non abbia avuto tempo di sistemare tutto. Pro-
babilmente pensava di tornare pi tardi, a finire il lavoro.
Mercer scosse la testa e agit una mano. Per lui era semplice e ovvio.
No. Pensa alla telefonata che ha fatto all'ufficio di Simpson. Alla masche-
ra che ha lasciato per noi nella casa di Carl Farmer. Questa conversazio-
ne...
Ha cambiato il suo modus operandi...
Non m'interrompere!
Ma Greg non si lasci impressionare e non fece il minimo tentativo per
nasconderlo. Chiuse gli occhi e continu a parlare, coprendo la voce del
suo capo. ... ha cambiato il suo modus operandi, e il punto  che non sap-
piamo cosa stia macchinando.
Io lo so...
Ma sono sicuro che farsi prendere non rientra nel suo piano del cazzo.
Io so cosa sta macchinando! Mercer diede una manata sul piano della
scrivania e poi indic la mappa.  l nel bosco che ci aspetta. Tutta que-
sta storia... ci ha coinvolti nel suo gioco. Non capisci? Ci ha dato tempo fi-
no all'alba per salvare la vita di quella ragazza.
Il silenzio parve vibrare. Mercer ci guard, poi si lasci andare pesante-
mente contro lo schienale della sedia e chiuse gli occhi. Era come se qual-
cuno gli avesse estorto una confessione. Scosse la testa. Mi resi conto che
era irritato con se stesso per aver perso il controllo.
Greg e io ci scambiammo un'occhiata. Greg era pallido, ma aveva le
guance chiazzate per la rabbia. L'esplosione di Mercer lo aveva evidente-
mente colpito.
Aveva colpito anche me. Secondo Mercer, il 50/50 Killer aveva cambia-
to il suo modus operandi con l'unico scopo di coinvolgerci. Non ci stava
solo prendendo in giro: eravamo noi il suo obiettivo. Anzi Mercer era con-
vinto di essere lui il suo obiettivo. Il 50/50 Killer aveva attirato la nostra
attenzione con Kevin Simpson, e adesso aspettava pazientemente nel bo-
sco che il famoso sergente John Mercer riuscisse a trovarlo prima dell'alba,
salvando cos la vita della ragazza. Ecco perch non gli importava pi di
nascondersi. Era l'ultima partita, con la vita di Jodie McNeice come posta.
Ed era una stronzata, di sicuro. Guardando Mercer, ero combattuto tra la
preoccupazione e l'imbarazzo. La sua teoria non contrastava coi fatti, per
aveva anche ben poco su cui reggersi. Era sin troppo facile ripensare a
quello che aveva detto Pete prima di lasciare l'ospedale. Probabilmente
Jodie era gi morta. Invece Mercer aveva bisogno che fosse viva per poter-
la salvare, per sconfiggere quell'uomo.
Quel bisogno disperato, ormai quasi palese, costituiva una spiegazione
assai pi credibile della sua teoria.
Sospir e si chin di nuovo in avanti. Comunque non ha importanza.
Che altro abbiamo?
Ah! Simon aveva l'aria allegra come sempre. Le delizie del salotto.
Sembrava strano riprendere dopo quello sfogo, ma Greg scosse la testa e
torn al suo portatile. Ridusse a icona le foto del materiale abbandonato
sul posto dal killer e apr il file successivo.
Era una foto presa dalla porta del salotto. Vicino all'obiettivo c'era un ta-
volo da pranzo col piano di cristallo, sul quale era appoggiato il computer
e, poco pi lontano, si scorgeva un divano piazzato di fronte al televisore,
che stava nell'angolo, accanto alla finestra. Il televisore era acceso. A met
della parete di destra, una porta conduceva in quella che sembrava una cu-
cina. Al centro della stanza, giaceva una sedia metallica, rovesciata su un
fianco e circondata da schegge di vetro.
Okay, disse Mercer.  evidente che Banks  stato aggredito in salot-
to, il che coincide coi suoi ricordi.
Hai mica visto qualche bambino in giro, Simon? chiese Greg, sarca-
stico.
L'espressione di Simon cambi leggermente. Per la prima volta nella
giornata sembrava perplesso. Perch me lo chiedi?
Perch Banks ricorda che il killer aveva con s un bambino, ovviamen-
te. Greg aggrott la fronte. Perch? Hai visto qualcosa?
No, no. Simon fece una smorfia, pensieroso. Certo che no. Per  in-
teressante. Poco fa Hunter era al telegiornale. C' stato per tutto il giorno,
in effetti. La sua squadra ha una bambina rapita. Cio, ci sta lavorando,
ovvio.
Per un attimo si sent solo il ronzio dei computer, interrotto da un rumo-
re metallico nelle vecchie tubature.
Lanciai un'occhiata a Mercer. Fissava il pavimento. La stessa reazione di
quando gli avevo riferito le parole di Scott a proposito del bambino. Non
sembrava sorpreso. Un istante dopo, misi insieme le due cose.
Lo sapeva gi.
Di diritto, il caso del 50/50 Killer era responsabilit di Hunter; invece lui
ora stava indagando sul rapimento di una bambina. Mercer lo sapeva e,
quando gli avevo riferito la rivelazione di Scott, un campanello di allarme
gli era squillato in testa. Non si sarebbe lasciato sottrarre quell'indagine.
Guardai Greg. Se n'era accorto anche lui. La sua espressione era incre-
dula.
Simon non aveva notato nulla. Probabilmente non c' nessun collega-
mento, disse. Pare sia connesso a un problema di affidamento, perci
stanno cercando il padre. L'ho ascoltato solo a met. Pi che altro mi stavo
godendo l'impareggiabile Mr Hunter che si esibiva davanti alle telecame-
re.
Mercer si pass lentamente una mano sul viso. Giusto. Probabilmente
non c' nessun collegamento: controller dopo.
Non dovremmo farlo subito?
Tra un momento. Mercer scocc un'occhiataccia a Greg, poi si gir di
nuovo verso il monitor. C' qualcos'altro?
Simon fece una pausa, forse accorgendosi della strana atmosfera. Be',
in salotto c' un computer, rispose infine. Forse lo avete visto nell'ultima
foto. Acceso. Con un interessante salvaschermo.
Non toccarlo, per favore.
Non l'ha toccato nessuno, Greg. So che  territorio tuo.
Ti va di fare un giretto laggi, Greg? Controlla tutte le e-mail, i file,
eventuali tracce di keylogging.
Volentieri.
Aspettate, sono ancora qui, ci ricord Simon. Prima che scappiate
tutti vorrei farvi vedere l'ultimo file, quello in fondo.
Greg ridusse a icona la foto e clicc sul file indicato da Simon.
La foto era stata scattata in camera, dai piedi del letto, di fronte alla te-
stiera. Sulla parete color crema c'era una delle ragnatele del 50/50 Killer.
Era grande, spaventosa e - proprio come quella trovata a casa di Simpson -
sembrava disegnata con un grosso pennarello nero. Ogni linea era larga
quanto la punta di un dito. E ognuna era attraversata da un breve tratto tra-
sversale.
Mercer si chin in avanti. Greg, puoi aprire una delle foto prese a casa
di Farmer?
Greg si mise al lavoro.
Nel salotto di Farmer, avevamo identificato la ragnatela che il killer a-
veva disegnato sulla parete di Kevin Simpson, supponendo che gli altri di-
segni fossero soltanto degli schizzi preparatori. Ma, quando Greg apr la
foto e piazz le due immagini fianco a fianco, ci occorse soltanto un attimo
per capire.
Guarda.
Uno dei disegni era quello lasciato sulla parete della casa di Simpson; un
altro da Scott e Jodie. Due su una trentina.
Mercer sembrava affascinato. Indic la foto della parete di Carl Farmer.
 evidente che alcuni disegni sono molto simili tra loro. Sapete cosa
stiamo guardando? Quand'eravamo l, c'ero quasi arrivato, ma poi ho perso
il filo. Quelli sono i suoi appunti.
Greg aggrott la fronte. Che cosa vuole dire?
Il portatile era in un angolo della stanza, sussurr Mercer. Mi sembra
di vederlo all'opera. Lui guardava i video, ascoltava le registrazioni. E, per
tutto il tempo che ha trascorso in quel luogo, prendeva delle note sulla pa-
rete.
Le ragnatele dovrebbero rappresentare le vittime?
Pi o meno. Studia le persone per un periodo molto lungo, e queste so-
no le loro connessioni. Poi taglia ogni filo, uno per uno. Mercer batt col
dito sul monitor, indicando i vari legami interrotti. Usa quello che ha sco-
perto per costringerle a sacrificare il proprio compagno, se vogliono sal-
varsi la vita. Ma  l'intera ragnatela a rappresentare il suo obiettivo. Nella
sua mente, la vera vittima  la relazione stessa.
Inclinai leggermente la testa per osservare meglio i disegni. Per un atti-
mo non ci vidi nulla, ma poi misi a fuoco. Bench non capissi ancora tutto,
li vidi. Sotto i miei occhi, le ragnatele diventarono qualcosa di stracciato,
di rovinato. Le intricate connessioni di una relazione erano interrotte e
strappate e distrutte, rimanevano a penzolare dalla parete proprio come i
cadaveri delle vittime, abbandonati sotto di esse.
Appunti.
Cercai di assumere il punto di vista del killer. Impossibile. Non riuscivo
a immaginare quali filtri mentali trasformassero le informazioni raccolte su
vari individui in cose tanto orribili. Eppure quei filtri esistevano. In tutto il
loro orrore, quelle ragnatele non erano casuali. Era evidente che ognuna di
esse era stata accuratamente studiata e progettata. I primi schizzi non erano
del tutto esatti, ma poi... A noi sembravano disegnati a caso, e invece il
killer aveva individuato in essi le parti che non andavano, modificando
certi piccoli dettagli, perfezionandoli gradualmente.
Guardai Greg. Anche lui pareva ipnotizzato. Sapeva che Mercer aveva
ragione, tuttavia sembrava riluttante ad ammetterlo e faceva del proprio
meglio per restare impassibile. Va bene, disse. Adesso possiamo veri-
ficare il caso di Hunter, per favore?
Mercer non replic. Si dedic di nuovo al proprio computer e si mise al
lavoro sui log-in.
In attesa del caricamento, riportai l'attenzione sulla ragnatela dell'appar-
tamento di Scott, scrutando certi punti, osservando le cancellature e le cro-
ci che il killer aveva tracciato. Simbolicamente, aveva spezzato, uno alla
volta, i fili che tenevano insieme Scott e Jodie, che li rendevano un tutt'u-
no. Ce n'erano dieci, dodici, forse quindici, di quei tagli. Ognuno rap-
presentava un'incrinatura... magari una bugia o una verit inaccettabile.
Quello era l'amore ridotto alla sua meccanica. Una serie di fili, di legami
illusori che potevano essere scuciti uno per uno, finch la relazione non
fosse andata in pezzi, morta. Un corpo che si piegava lentamente all'indie-
tro, con le vertebre che si spezzavano una alla volta.
Una di quelle macchie, accuratamente posizionata secondo una logica
che non ero in grado di comprendere, rappresentava la relazione tra Jodie e
Kevin Simpson. Mi ritrovai a chiedermi qual era. Sempre che avesse im-
portanza.
D'un tratto, Mercer sospir.
All'inferno, borbott Greg.
Mercer aveva un gomito appoggiato alla scrivania, gli occhi chiusi, si
massaggiava la fronte con la punta delle dita. I suoi movimenti rivelavano
la pi totale disperazione, come se lui continuasse a ripetersi: Tieni duro,
tieni duro.
Sul monitor era comparsa la pagina principale dell'indagine di Hunter.
JAMES REARDON, diceva il titolo. Accanto al nome, nell'angolo destro,
c'era la foto di Reardon, il padre in fuga che la squadra di Hunter stava
cercando.
Carl Farmer.
4 dicembre, ore 4.00
3 ore e 20 minuti all'alba
Pete
Nell'oscurit del bosco, le torce disegnavano coni di luce dai contorni
netti e definiti, che tagliavano a met gli alberi butterati e facevano ri-
splendere milioni di cristalli nello spesso strato di neve che ricopriva il ter-
reno irregolare.
Faceva un freddo cane. Ogni volta che respirava, Pete avvertiva un dolo-
re sordo alle labbra, per il resto insensibili. Il fiato gli usciva a nuvolette, e
se lo immaginava solidificato come un fumetto di ghiaccio, per poi fran-
tumarsi a mezz'aria. Davanti a lui, altri fiocchi di neve continuavano a ca-
dere lampeggiando, un movimento confuso oltre i fasci delle torce che a-
vanzavano a sobbalzi. Se li sentiva addosso persino attraverso il cappotto:
una serie di tocchi leggeri e continui.
Occhio a dove metti i piedi, disse all'agente che lo seguiva.
S, signore.
Il sarcasmo nella voce dell'uomo era piuttosto evidente, ma Pete lasci
correre, almeno per il momento. In una situazione del genere, un certo gra-
do di fastidio era inevitabile, persino camminando lungo i sentieri. Invece
loro si stavano facendo strada in un sottobosco intricato, che scendeva in
maniera dolce ma irregolare. Non era facile e neppure piacevole. Ma anda-
va fatto.
 solo che non voglio che mi cadi addosso, aggiunse seccamente.
L'agente non replic.
Suo malgrado, Pete era irritato. Li voleva pi all'erta, pi concentrati di
quanto non fossero. Il fuoco si distingueva attraverso gli alberi, a un centi-
naio di metri, l dove finiva il pendio. La luce che emanava era frammen-
tata e gli alberi sembravano gonfiarsi e ondeggiare secondo i guizzi delle
fiamme. Era un grosso fal. E ci rendeva Pete nervoso.
Aveva a disposizione trenta uomini. Ne aveva lasciati sei ai furgoni, per
coordinare le squadre e l'elicottero, quindi aveva sei squadre di quattro
uomini, ognuna accompagnata da un volontario del soccorso locale, prati-
co della zona. I cani non avevano trovato nulla, ma i volontari avevano in-
sistito per dare comunque una mano e quello, secondo Pete, metteva nella
giusta prospettiva le lagnanze dei suoi uomini. Non appena era arrivato il
rapporto che parlava del fuoco, un volontario li aveva condotti il pi vicino
possibile lungo il sentiero principale, quindi Pete gli aveva detto di aspet-
tarli, lasciando con lui un agente a proteggerlo.
Il fal era troppo grande. Significava che poteva esserci pi di una per-
sona, e lui non voleva correre il rischio che un civile rimanesse ferito. Ov-
viamente, per, c'era un lato negativo: con Pete erano rimasti solo due a-
genti, che oltretutto sembravano incapaci di concentrarsi.
Il pendio si livell poco a poco. Lungo quasi tutto il percorso, Pete ave-
va tenuto la torcia puntata verso il basso, per vedere dove metteva i piedi.
Di tanto in tanto sollevava il raggio, per esplorare gli alberi che aveva da-
vanti e sui lati.
Niente.
Qui non c' nessuno, disse un agente.
E allora il fuoco chi l'avrebbe acceso? sbott Pete.  stato forse un
accidente di autocombustione?
No, ma con tutto questo andirivieni se ne saranno andati da un pezzo.
Vedremo.
Scosse la testa. Per l'amor di Dio! Non che si facesse troppe illusioni,
ovvio: le probabilit di trovare la ragazza, Jodie, ancora viva erano irriso-
rie, e la ricerca diventava pi difficile e complicata a ogni passaggio dell'e-
licottero. Via radio era giunta notizia che Banks era stato tenuto prigionie-
ro in una delle costruzioni di pietra, perci l'elicottero doveva sorvolarle
tutte alla ricerca di tracce di calore. Ma le informazioni raccolte riguarda-
vano soltanto fonti di calore lontane dalle strutture in pietra, le quali anda-
vano comunque controllate perch, nel frattempo, il killer poteva benissi-
mo essersi spostato.
Fino ad allora, la sua squadra ne aveva verificate due, ritrovandosi en-
trambe le volte a puntare le torce sulla faccia di un derelitto che dormiva
all'addiaccio, cos intirizzito da non poter fare altro che fissarli, spaventato
e sbalordito. Probabilmente Mercer avrebbe voluto che li trascinasse via -
giusto in caso -, ma d'altra parte lui voleva un sacco di cose. Pete doveva
cavarsela con le poche risorse di cui disponeva, e non aveva uomini suffi-
cienti a radunare tutti i derelitti che incontrava. E perch, poi? Solo per star
dietro alle idee balzane di Mercer?
Era un lavoro deprimente, che non avrebbe portato a nulla. In un'altra
occasione, Pete avrebbe accantonato quel pensiero, abbassato la testa, e
fatto ci che doveva. E ci stava anche provando, ma non erano soltanto i
dubbi o le scarse probabilit di successo a turbarlo. Era anche John Mer-
cer. Pete era incapace di serbare rancore e, dopo l'ultimo collegamento, l'ir-
ritazione era scomparsa, per lasciar spazio a un'ansia crescente. Nel corso
degli anni, da semplici colleghi, loro due erano diventati amici, e per quel-
lo l'atteggiamento di John lo impensieriva. Ci credeva davvero, ed era ov-
vio che si era spinto fin troppo lontano su quella strada. Quando avessero
trovato la ragazza - morta -, Pete se ne sarebbe tornato a casa, avrebbe
dormito male e poi sarebbe andato al lavoro, ricominciando con un nuovo
caso. John, invece... Correva seriamente il pericolo di andare in pezzi una
volta per tutte.
Ecco perch ogni commento inutile di uno dei suoi uomini gli scatenava
la voglia di staccargli la testa a morsi. Il lavoro era quello che era. Dove-
vano affrontarlo a testa alta, senza continuare a ripetersi quanto fosse diffi-
cile. Ogni lamentela non faceva altro che acuire le sue preoccupazioni e,
per il bene delle loro ricerche, lui doveva tenere la mente sgombra da quel
genere di pensieri.
In una situazione normale, forse avrebbe cercato di spiegare la faccenda
ai suoi uomini, almeno in parte; tuttavia in una situazione normale non ci
sarebbe stato niente da spiegare. Tutti stavano lavorando sodo; tutti erano
stanchi e nervosi. Doveva cercare di ricordarlo, se non altro.
State attenti, tutti e due, disse.
S, signore. In caso ci fosse qualcuno, gli chieder se posso sedermi ac-
canto al fuoco per scaldarmi, va bene?
Nell'oscurit, Pete fece un sorrisetto forzato. Credo che possa andare.
Li condusse in direzione del fal, sollevando la torcia all'altezza della
spalla per illuminare gli alberi all'intorno. Polizia! grid. Se c' qualcu-
no, si faccia vedere subito.
Ottenne la risposta che prevedeva: un silenzio di tomba, a parte il crepi-
tio delle fiamme. Evidentemente quel fal era stato acceso gi da un pezzo:
c'era un quantitativo enorme di legna carbonizzata e di cenere lungo il bor-
do, mentre, al centro, un mucchio di ciocchi era ancora impilato alla base
delle fiamme, che ardevano vigorose. Il calore era intenso. Quando Pete
distolse lo sguardo, scintille verdastre gli lampeggiarono negli occhi.
Era possibile che il fuoco fosse abbandonato a se stesso. Di certo la neve
non sembrava avere il minimo effetto su di esso. Ma ci significava che la
legna doveva essere inzuppata di qualcosa, forse di paraffina. Sembrava
uno sforzo eccessivo per una persona sola. Un singolo uomo non avrebbe
dato fuoco a quel combustibile tutto in una volta. Forse c'erano state pi
persone in quel posto, impegnate in faccende che dovevano restare lontane
dagli occhi della polizia.
Pete fece lampeggiare la torcia lungo i margini del fal. Tutto attorno, la
neve era intatta. Riprov a fare il giro, ma non c'era niente da vedere.
Nessuna impronta. Chiunque sia stato qui, se n' andato da abbastanza
tempo perch la neve ricoprisse le sue orme.
Potrebbero essere sparite al primo passaggio dell'elicottero.
Pete annu. Probabilmente immaginavano che la polizia li stesse cercan-
do. Tuttavia, ovunque fossero andati, l'elicottero li avrebbe individuati. E,
se avessero tentato la fuga verso la strada, sarebbero finiti tra le braccia del
cordone di agenti messo a sorvegliarla.
Ma l non c'era niente. Diede un calcio alla neve ai suoi piedi. Nemmeno
un rifiuto. Non si sarebbe stupito di trovare qualche siringa, una bottiglia,
delle tracce di cibo, qualcosa, insomma; gli sembrava strano che avessero
ripulito tutto prima di andarsene. E la neve non poteva aver coperto tutto.
Punt la torcia in direzione degli alberi, muovendola lentamente in cer-
chio e ascoltando con attenzione. C'era un silenzio assoluto, e gi quello lo
aveva colpito come...
C'era qualcosa.
Torn indietro con la torcia e lo vide.
Cos' quello? disse uno degli agenti.
I tre fecero convergere i raggi delle torce fra gli alberi. All'inizio, Pete
non era sicuro di aver visto bene. Sembrava un buco triangolare nel terreno
in pendenza - l'imbocco di una caverna -, solo che i lati erano troppo sim-
metrici. Poi comprese. Una tenda, esclam.
La torcia la illumin sino in fondo. Dentro non c'era nessuno.
Pete abbass la torcia davanti all'ingresso, scorgendo neve smossa e im-
pronte fresche. Le segu col fascio di luce, proprio mentre l'uomo, urlando,
schizzava fuori dagli alberi.
Avvert il pericolo una frazione di secondo prima di essere colpito, e ro-
te la torcia in direzione dell'aggressore. Troppo tardi. Qualcosa gli urt la
parte superiore del braccio. Non sent dolore, ma si ritrov la mano vuota e
inerte. Cazzo! Altri colpi. Si volt, cercando di allontanare l'uomo, per
non riusciva a sollevare il braccio. Il bosco gli roteava attorno. E poi un
colpo sulla spalla, troppo forte, troppo sbagliato. Non somigliava all'im-
patto robusto di un pugno... Di colpo, Pete si ritrov in ginocchio.
Gi!
Tutti urlavano. Pete sent nell'aria l'odore dello spray antiaggressione e
sollev lo sguardo in tempo per vedere il suo avversario che crollava nella
neve. I due agenti gli furono subito addosso e gli immobilizzarono le brac-
cia. Quindi cal un manganello e l'uomo url di nuovo. La luce lampeggi
su qualcosa che gli era caduto di mano.
Un coltello.
Pete si tocc il braccio e, quando ritir la mano, il guanto era bagnato.
Cazzo, mormor.
Si sollev a sedere. Non era la cosa peggiore del mondo, beccarsi una
coltellata nel braccio. Non piacevole, ma neppure tremenda. Per era l'ul-
timo colpo a impensierirlo. In direzione della spalla, vicino alla clavicola.
Signore?
Fa' venire quel cazzo di elicottero, riusc a dire. Vedi di renderti uti-
le, una volta tanto!
Se non altro, adesso se ne sarebbe tornato a casa.
Poi il suo campo visivo si riemp di stelle. Pete chiuse gli occhi e si la-
sci andare all'indietro.
Non gli faceva troppo male. Ed era ragionevolmente sicuro che non sta-
va per morire. Quindi il suo ultimo pensiero fu per la fine di Andrew
Dyson. Immagin quale effetto avrebbe avuto su John Mercer quello che
era appena successo.
Una figura s'inginocchi accanto a lui. Pete sent la mano dell'agente sul
suo petto e il clamore della sua voce terrorizzata alla radio. Poi pi nulla.
4 dicembre, ore 4.10
3 ore e 10 minuti all'alba
Mark
Dopo che Simon aveva chiuso il collegamento, Greg e Mercer avevano
avuto una discussione prevedibile, per quanto ragionevolmente tranquilla,
su come procedere.
Greg era convinto della necessit di contattare Hunter e unire le squadre,
e io ero persuaso che avesse ragione. Stavamo cercando lo stesso uomo,
dopotutto, e alle indagini per il rapimento del bambino erano stati assegna-
ti un bel po' di uomini, alcuni dei quali avrebbero potuto raggiungere le
squadre di ricerca nel bosco, come rinforzo.
Mercer naturalmente non era d'accordo. Insisteva che tutto ci non a-
vrebbe fatto altro che complicare le cose. Ogni vantaggio assicurato dai
nuovi arrivati sarebbe stato reso nullo dalla perdita di tempo, perch
Hunter non avrebbe mai ceduto una parte dei propri uomini senza aver
prima compreso a fondo il quadro globale. Cera un'operazione in corso, e
doveva continuare a ogni costo.
In realt, il vero scontro riguardava le cose non dette. Se Mercer avesse
contattato Hunter, quest'ultimo gli avrebbe tolto la responsabilit del caso.
Senza contare che l'urgenza delle ricerche nel bosco era basata pi su un'i-
potesi che su fatti concreti. Inoltre io e Greg sapevamo che, quando avevo
menzionato il bambino, Mercer era rimasto in silenzio, probabilmente per-
ch aveva intenzione di controllare in seguito, nella speranza che non ci
fosse nessun collegamento. Il suo bisogno di catturare il 50/50 Killer lo
aveva portato dritto nel regno della negligenza professionale e, di fatto,
quella era l'ultima occasione che avevamo per prendere le distanze da lui.
Ma Greg non disse nulla di tutto ci. Lo scambio rimase su un livello
pratico e funzionale; la decisione ultima spettava a Mercer.
Stiamo perdendo tempo, qui, disse Mercer.
Greg fremeva, ma riusc a controllarsi. Posso fare altro per lei, prima di
andare?
Mercer scosse la testa.
Bene, allora vado.
Mentre si avviava alla porta, Greg mi lanci un'occhiata, di cui non
compresi subito il significato. Era l'equivalente del Tienilo d'occhio di Pete
o si trattava invece di qualcos'altro? Avrei compreso soltanto in seguito:
era uno sguardo rassicurante, una specie di Andr tutto bene. Il fatto che
lui si fosse arreso con troppa facilit avrebbe dovuto insospettirmi, ma io
ero stanco e stressato, e attribuii quella remissivit al precedente scatto di
Mercer.
Non appena Greg fu uscito, Mercer riprese la sua posizione abituale: oc-
chi chiusi e dita che massaggiavano il naso. Sembrava il suo modo per ri-
caricarsi. O forse per sottrarsi ai pensieri, almeno per un po'.
Un caff, signore?
Non rispose, ma sollev le sopracciglia. Mi sembr la risposta pi vicina
a un s in cui potessi sperare.
Cinque minuti pi tardi, ero di ritorno coi due caff. E Mercer era torna-
to dal regno dei morti: gomiti appoggiati alla scrivania e mani allacciate
davanti a s, stava fissando intensamente il monitor. Grazie. Prese il caf-
f e fece un cenno distratto in direzione del monitor al centro. Siediti. Te
ne ho stampato una copia.
Presi i fogli. Era il riassunto dell'indagine di Hunter, contrassegnata col
nome di James Reardon e con la foto ormai familiare dell'uomo che noi
conoscevamo come Carl Farmer.
Sorseggiai il caff e cominciai ad approfondire i dettagli.
La prima cosa che mi colp fu la quantit d'informazioni disponibili su
Reardon. Data di nascita, storia familiare, occupazioni... Era improbabile
che si trattasse di una falsa identit. Avevamo finalmente l'uomo che aveva
usato tutti quei nidi.
Reardon aveva trentun anni e, nella sua pur breve permanenza su questa
terra, aveva messo insieme una bella serie di reati, sconvolgendo la vita a
diverse persone. Ragazzo brillante, col passare del tempo era diventato
sempre pi nervoso e distruttivo. Aveva collezionato due imputazioni per
rissa, tre per ubriachezza e disturbo della quiete pubblica, una per aggres-
sione e diverse denunce per piccole questioni di droga. E cos via. L'im-
pressione che emergeva dal rapporto era quella di un uomo grande e gros-
so che, quando beveva, diventava pericoloso - se perdeva il controllo, lo
perdeva sul serio, insomma -, sebbene, negli ultimi anni, i suoi reati sem-
brassero incanalarsi in un'altra direzione.
Amanda Reardon, la moglie separata, aveva ripreso il proprio cognome
da ragazza, Taylor. Nel file c'era una sua foto: pallida, capelli biondi e sot-
tili. Pi giovane di Reardon, appariva pi vecchia di quello che era, soprat-
tutto per via dello sguardo: sembrava esausta sin nel profondo dell'anima.
Come se dovesse stare continuamente in guardia e non dormisse granch.
La loro relazione era continuata a fasi alterne per diversi anni. Era una
storia monotona e deprimente di rotture e riconciliazioni, inframmezzate
da accuse a Reardon che lo qualificavano come aggressivo, instabile e i-
naffidabile, accuse ritrattate ogni volta che la coppia si rimetteva insieme.
Una storia gi sentita. Pensai com'era triste che certe persone continuasse-
ro a restare attaccate a compagni evidentemente sbagliati per loro. Quasi
fossero convinte di non poter trovare di meglio. Investi in qualcuno e poi
ci resti aggrappato.
La loro seconda figlia, Karli, era nata appena un anno e mezzo prima, e
pareva che fosse stato proprio quello il punto di svolta.
Il documento conteneva un breve riassunto della prima fase della batta-
glia per la custodia, iniziata subito dopo la separazione. Amanda Taylor
aveva ottenuto l'affidamento, ma Reardon si era opposto per entrambi i fi-
gli, accusando la donna di essere una madre indegna. Non era stato un
buon avvocato di se stesso: in un caso, aveva preso di mira con un martello
l'auto su cui lei si trovava, mandando in pezzi i finestrini; in un altro, l'a-
veva aggredita per strada. Era stata emessa un'ordinanza restrittiva nei suoi
confronti, alla quale si era duramente opposto e che aveva ripetutamente
infranto. C'erano stati altri episodi e, come risultato finale, a Reardon era
stato impedito d'incontrare i figli, almeno per il momento. Amanda Taylor
aveva condotto il proprio gioco con pazienza, e alla fine aveva vinto lei.
L'indagine di Hunter si riferiva al rapimento da parte di James Reardon
della figlioletta Karli, avvenuto la mattina del giorno precedente. Il com-
pagno di Amanda Taylor, Colin Barnes, aveva portato Karli al parco col
passeggino verso le nove, e un individuo l'aveva seguito, aggredito e infine
era scappato, portando con s la bambina e scomparendo nel nulla. Barnes
aveva identificato l'uomo come James Reardon. Gli appelli che lo invita-
vano a farsi avanti erano caduti nel vuoto.
Guardai la foto, e ancora una volta mi colp la sua espressione, assolu-
tamente vuota. Facile immaginare quegli occhi che ti fissavano attraverso i
buchi di una maschera, illuminati dal bagliore delle fiamme. Facile imma-
ginare che fosse quello l'uomo che aveva torturato Scott e che stava ancora
torturando Jodie, sempre ammesso che lei fosse ancora viva.
Facile... ma come esserne certi?
La prima cosa di cui mi resi conto era che i tempi coincidevano, e il col-
legamento di Reardon al caso era corroborato da pi elementi indipendenti.
Il killer aveva lasciato la casa di Kevin Simpson alle otto in punto. James
Reardon aveva rapito la bambina verso le nove. Megan Cook aveva visto
Reardon entrare nella casa di Carl Farmer alle undici. Due testimoni indi-
pendenti... E ce n'era anche un terzo. Scott aveva identificato Reardon co-
me l'uomo che si era presentato a controllare il contatore.
Era una triangolazione di colpe. Prese singolarmente, le testimonianze
potevano anche essere spiegate in un altro modo; messe insieme, diventa-
vano inoppugnabili.
Guardai Mercer, assorto a leggere i documenti e mi resi conto che, fino a
quel momento, aveva avuto ragione lui. Avevamo la faccia del killer; ave-
vamo il suo vero nome e la sua identit. Forse ancora non bastava a giusti-
ficare la sua teoria che si trattasse di una sfida a noi, per non mi venivano
in mente possibili alternative. Cosa aveva in mente Reardon? Cosa aveva
progettato e cosa stava portando a compimento?
Tornai al rapporto.
Reardon si adattava al profilo per et e per temperamento: intelligente
ma asociale; incostante da ragazzo, poi pi controllato e calcolatore col
procedere degli anni. Avevo la sensazione che avremmo trovato una certa
simmetria tra gli alti e bassi della sua relazione con la moglie e i crimini
del 50/50 Killer. Ma tant'era...
Hai letto dei suoi genitori? disse Mercer.
Non ancora.
Deceduti in un incidente d'auto, sei anni fa. Hanno lasciato a Reardon
la casa e una somma consistente di denaro. Lui ha venduto la casa, usando
il ricavato per affittarne un'altra. Da allora ha lavorato solo saltuariamente,
un po' ovunque.
Annuii. Un'altra casella spuntata.
La mia eccitazione cresceva. Pi leggevo, pi le tessere andavano al loro
posto.
Il dettaglio pi rivelatore, all'interno del rapporto, riguardava la battaglia
di Reardon per la custodia dei figli. Quando lo vidi, trattenni il fiato. Verso
la fine della cagnara legale e dopo i suoi ultimi eccessi, la figlioletta era
stata restituita ad Amanda, con un orsacchiotto nuovo avuto in regalo dal
padre. Insospettita, la donna aveva aperto il giocattolo, scoprendo nell'im-
bottitura un dispositivo d'ascolto.
Reardon aveva negato di avercelo messo, pur ammettendo di essere af-
franto e preoccupato per le compagnie che la sua ex frequentava e per l'ef-
fetto che potevano avere sui bambini. Il caso era arrivato fino ai giornali:
solo un trafiletto, ma il ritaglio era stato scannerizzato e incluso nel rappor-
to. Reardon aveva rifiutato di concedere una vera e propria intervista, limi-
tandosi a qualche breve dichiarazione.
Nessuno  in grado di comprendere quanto un padre ami i propri figli,
aveva detto. Quella donna non ha idea di cosa sia l'amore.
Guardai Mercer, che era praticamente raggiante. Colsi una fugace visio-
ne di come doveva essere il John Mercer che avevo immaginato io: quello
che risolveva i casi di alto livello, quello che, con una sola occhiata ai rap-
porti, era in grado d'individuare i dettagli chiave e di giungere al risultato.
In quel momento, pareva che tutta la fatica e tutti i contrasti l'avessero
miracolosamente abbandonato. Era fresco come una rosa. Per la prima vol-
ta in quella giornata, ebbi la sensazione che lui potesse risolvere il caso. E
che pure lui ne fosse convinto. Emanava un'energia quasi palpabile. Me ne
accorsi con un brivido.
Mi resi conto che, per tutto il giorno, avevo lottato contro un certo di-
sappunto. A torto o a ragione, quello per me non era solo un buon incarico;
rappresentava molto di pi. Ero l per dimostrare che meritavo la fiducia
riposta in me da Lise. Volevo fare qualcosa che potesse renderla orgoglio-
sa. Eppure mi era sembrato che il mio fosse poco pi di un lavoro d'uffi-
cio; mi era parso di essere diventato uno scribacchino. Solo in quel mo-
mento, in quel preciso istante, stavo finalmente cominciando a vedere
l'uomo per cui avevo sempre voluto lavorare e per il quale avevo fatto tan-
ta strada.
Lo prenderemo, mi disse.
Annuii. Gli credevo.
E immagino fosse inevitabile che proprio allora, con un singolo bip del
computer, tutto andasse a rotoli.
4 dicembre, ore 4.30
2 ore e 50 minuti all'alba
Eileen
Eileen stava di nuovo facendo lo stesso sogno. Quello che aveva gi fat-
to il venerd precedente e che aveva raccontato a John a colazione. Quello
in cui lui la lasciava.
Spero che tu non stia pensando di scappare.
Nella vita reale, le aveva detto che era troppo vecchio e stanco per farlo,
ma nel sogno aveva evidentemente trovato l'energia, chiss dove. Manca-
vano i suoi vestiti dall'armadio, i libri dagli scaffali, i quadri dalle pareti.
Eileen vagava da una stanza all'altra, osservando come i suoi oggetti
sguazzassero negli spazi vuoti che lui aveva lasciato. Una casa prima con-
fortevolmente piena delle cose di due persone, adesso era ridotta a una ca-
sa mezza vuota, e di conseguenza tutto pareva fuori posto, a disagio.
Quando la vita di due persone si fondeva e cresceva, non si poteva sempli-
cemente strapparne via una e pretendere che l'altra si reggesse da sola,
come in passato. Non era cos che funzionava. Tutto si reggeva in perfetto
equilibrio. Dunque ci che era rimasto sarebbe crollato.
Dapprima il rumore la strapp lentamente dal sogno. Con quegli eventi
ancora vivi e reali nella mente, riacquist consapevolezza del letto sotto la
schiena e delle coperte addosso.
La sveglia si era spenta.
Qualcosa non andava. Sollev la testa dal cuscino, guardandosi attorno
con gli occhi ancora velati di sonno.
Le tende erano nere, il tavolo da toeletta immerso nell'ombra. Controll
l'orologio. Erano solo le quattro e mezzo, e le cifre non stavano lampeg-
giando.
Il telefono dello studio.
Allora le torn in mente. John che lavorava fino a tardi; la paura e la
rabbia; la promessa di telefonarle ogni due ore che lei gli aveva strappato...
Cos'era successo? Aveva deciso di rimanere sveglia, per vedere se lui a-
vesse telefonato, ma poi si era stesa sul letto per riposare un po' e ovvia-
mente si era addormentata. Cretina, pens.
Per almeno lui aveva telefonato.
Butt gi le gambe dal letto e si rimise in piedi, piuttosto malferma. A
causa del vino, le ultime tracce del sogno sembravano turbinare nella sua
mente. Il mondo beccheggiava. Non fu semplicissimo arrivare fino all'in-
gresso nell'oscurit, mentre tutto ruotava lentamente attorno a lei; lungo il
percorso, and a sbattere contro un muro e rimbalz contro il corrimano,
per poi mancare la porta dello studio e ritrovarsi a mani avanti contro la
parete fredda, appena oltre la porta. Tre o quattro secondi di disperazione
prima di trovare l'interruttore della luce. E qualche altro secondo dopo es-
sere rimasta abbagliata da quell'improvviso lampo doloroso ed essersi stro-
finata gli occhi per scacciarlo.
E il telefono continuava a squillare.
Pronto?
Eileen?
Una voce maschile, ma non quella di John.
S, rispose lei. Chi parla?
Sono Geoff Hunter. Mi spiace disturbarla a quest'ora, di solito non lo
farei.
Hunter. L'immagine dell'odioso collega di John le si affacci alla mente,
e lei si accigli. Ovvio che normalmente non l'avrebbe disturbata a quell'o-
ra... e allora che diavolo voleva? E perch non era John?
S'irrigid. Gli era successo qualcosa.
Fu invasa dal terrore; la preoccupazione e l'amore per il marito rimpiaz-
zarono di colpo la rabbia per essersi sentita trascurata, per il rischio che lui
si assumeva a spese di entrambi. Se era ferito, se gli era successo qualco-
sa... Ma, se cos fosse stato, non sarebbe stato Hunter a chiamarla. No, sa-
rebbe stato qualcuno della sua squadra. Allora doveva trattarsi di...
James Reardon, mormor. Lo avete trovato?
Non ancora.
E allora cosa vuole?
Si tratta di suo marito.
C'era una sgradevole nota di trionfo nella sua voce. Eileen chiuse gli oc-
chi e si sent cadere a terra. Non sapeva esattamente cosa stesse per piom-
barle addosso, per ne aveva una vaga idea.
C' qualcosa che credo lei dovrebbe sapere, disse Hunter.
4 dicembre, ore 4.40
2 ore e 40 minuti all'alba
Mark
L'ispettore Alan White era il superiore diretto di John Mercer, pur es-
sendo un po' pi giovane di lui. Succede. In tutte le organizzazioni, arriva
il momento in cui si smette di avanzare di grado automaticamente e biso-
gna spingere per andare avanti. Mercer avrebbe anche potuto farlo, ne ero
certo, ma stava bene dov'era, mentre White era pi addentro alle manovre
politiche, e si era dato da fare per salire la scala gerarchica. Da qualche
breve accenno nel libro di Mercer, sembrava che i due fossero in buoni
rapporti e si rispettassero a vicenda, ma al momento tutto ci non impediva
a White di essere incazzato nero. Forse lo aiutava a stemperare la rabbia
con un tocco di tristezza e di rimpianto, ma di certo non gli impediva di fa-
re il suo dovere.
Quel pomeriggio, mentre leggevo il file del 50/50 Killer, avevo sentito
Mercer fare rapporto a White, ma era la prima volta che vedevo l'ispettore.
Aveva i capelli neri, era stempiato, e con un viso squadrato eppure strana-
mente carnoso. Gli occhi scuri intimidivano persino attraverso un monitor.
Faccia a faccia, probabilmente riuscivano a spellarti vivo.
John, voglio sapere cosa sta succedendo, ripet. Stamattina hai co-
minciato a occuparti di una violazione di domicilio...  tutto il giorno che
mi parli di questa intrusione.
 il caso al quale stiamo lavorando, Alan...
Piantala di raccontarmi stronzate, John. Ho appena letto il rapporto,
scoprendo una violazione di domicilio con un mucchio di altre cose di cui,
lo sappiamo bene entrambi, avrei dovuto essere informato. E sai perch mi
sono messo a leggere il rapporto? Perch Geoff Hunter mi ha appena tele-
fonato, urlando come un ossesso. Perci ti chiedo - di nuovo - che cazzo
succede?
Mercer lo fiss. Per un attimo ci fu soltanto uno sguardo duro come l'ac-
ciaio, poi comparve una traccia di sorriso.
Aveva capito di essere arrivato alla fine. E aveva anche capito esatta-
mente cos'era successo. Si era fidato di qualcuno che l'aveva tradito. Geoff
Hunter aveva telefonato a White. Poco prima, quando Greg aveva lasciato
la stanza, mi era sembrato che si fosse arreso troppo facilmente: adesso sa-
pevamo entrambi perch. Persa definitivamente la pazienza, aveva deciso
di scavalcare Mercer. Per certi versi, non potevo biasimarlo.
Stavo per mettermi in contatto con voi due, disse Mercer.
Davvero?
S. Scelse le parole lentamente e con attenzione. All'inizio del caso
avevamo qualche dubbio, ma adesso sembra tutto chiaro. L'uomo che
stiamo cercando  il responsabile della morte di Andrew. Tra le altre co-
se.
Qualche dubbio all'inizio del caso. C'era una certa ironia, perch era sta-
to proprio Greg a mettere in dubbio il collegamento, in un primo tempo.
Mercer aveva abbassato lo sguardo sulla tastiera, conservando lo stesso
vago sorriso privo di divertimento.
John... Ne abbiamo gi parlato, no? replic White. Sai come la pen-
so. Era ovvio che da qui in poi il caso diventasse di Geoff, e gi cos si
metteva male. A peggiorare le cose, mi sembra di capire che hai trovato un
collegamento col caso su cui Geoff sta lavorando.  esatto?
Mercer annu, una volta sola. S.
Hai idea di quanto mi rendi tutto difficile?
Abbiamo appena letto il rapporto riassuntivo...
John...
Mercer allarg le braccia. Il collegamento  un nuovo sviluppo.
John, per favore. White scosse la testa e distolse lo sguardo. Sembrava
che si fosse ritrovato qualcosa in bocca e non ne trovasse gradevole il sa-
pore.
Mercer rimase in attesa.
Bene, riprese White. Geoff  per strada, diretto alla circonvallazione,
visto che la maggior parte degli uomini  laggi. Assumer lui il comando.
Ha ordinato alle squadre di ricerca di uscire dal bosco, almeno finch non
avr valutato la situazione.
Mercer alz lo sguardo, sconvolto. Ma, Alan...
Niente 'ma', John. Siamo in piena notte, e c' un cazzo di bufera, l fuo-
ri. A cosa stavi pensando?
Ha ordinato, notai. Al passato. White aveva deciso di rimpiazzare Mer-
cer prima ancora di fare quella telefonata. Se n'era accorto anche Mercer.
Si stava lasciando prendere dal panico.
Siamo a un punto cruciale, Alan. Ci siamo, siamo cos vicini... Se ci
fermiamo adesso, quella ragazza potrebbe morire.
Sei fin troppo vicino, sibil White. Ci sei cos vicino da perdere la
tua capacit di giudizio. Ho dato una scorsa al rapporto, e ci che hai fatto
 pura follia. Stai rischiando la maggior parte dei tuoi uomini, laggi. Te
ne rendi conto?
Alan...
Sappiamo entrambi che Geoff  pi che competente. Si occuper lui del
caso e lo condurr nella maniera pi opportuna.
Cazzo, Alan, dobbiamo salvarla!
Ci fu una pausa. White si limit a fissarlo, con un'espressione che oscil-
lava tra il disgusto e la piet. Come per il suo scatto precedente, mi sentii
in imbarazzo per Mercer. Cinque minuti prima, era brillante e ottimista.
Adesso stava crollando, ed era doloroso assistere a quel tracollo. Eravamo
tutti preoccupati delle possibili conseguenze di un fallimento nell'esito di
quelle indagini. Ora le avevo sotto gli occhi.
Vorrei che ti vedessi, mormor White.
Sto bene.
Questo sta a me giudicarlo. No, non stai bene; stai andando in pezzi. Ti
ordino di andare a casa. E, solo per rispetto di quello che abbiamo passato
insieme, in questo momento non ti dico altro. Quando ci avrai dormito so-
pra, ne riparleremo.
Mercer inspir a fondo, e poi espir lentamente.
Mi sono spiegato? chiese White.
S, Alan.
Passami il tuo uomo.
Dato che Mercer non si muoveva, attivai la webcam del mio computer e
la passai sul monitor, in modo che White potesse vedermi. Detective Nel-
son, mi presentai.
Immagino che abbia sentito tutto.
S, signore.
Voglio che prepari un rapporto per il sergente Hunter.
Certo.
Entr nei dettagli. Hunter desiderava un riassunto degli eventi della
giornata: cos'era successo; cosa sapevamo fino a quel momento; qual era la
nostra situazione attuale... I fatti, sottoline White.
Ascoltai, annuendo al momento giusto e, ogni secondo che passava, sen-
tivo di tradire Mercer. Avrei voluto fare qualcosa, compiere un gesto di ri-
bellione a suo sostegno, ma non sarebbe servito a niente. Ero pagato per
fare quello che mi ordinavano di fare e mi sforzai di tenerlo a mente. An-
che cos, per, un senso di colpa e di frustrazione si accumulava lentamen-
te sotto la superficie.
Tutti gli uomini dovevano uscire dal bosco.
Quando chiusi il collegamento, la stanza era molto silenziosa. Il ronzio
smorzato dei computer aggiungeva qualcosa di sinistro a quel silenzio:
l'atmosfera era sovraccarica, come se l'aria fosse satura o potesse mettersi a
urlare al minimo rumore.
Guardai Mercer.
Nelle ultime ore, mi ero abituato a vederlo seduto in una certa posizione,
coi gomiti sulle ginocchia o sul piano della scrivania, con la testa fra le
mani e con lo sguardo concentrato oppure perso nel nulla. Adesso che era
tutto finito, era semplicemente abbandonato contro lo schienale, con le
mani sulle cosce. La rassegnazione sul suo viso non nascondeva altre emo-
zioni. Rabbia, senza dubbio. Ma anche un senso di sollievo. Almeno cos
mi parve.
Mi ricord mio padre. Da piccolo, quando la sua attivit era fallita, mi
aveva fatto sedere di fronte a lui per spiegarmi la situazione. Mi ero sentito
a disagio, perch ero ancora piccolo e quella era la prima volta che mio
padre mi sembrava vulnerabile. Era sempre stato una roccia ed era tremen-
do vederlo cos, stroncato dal fallimento. Ma peggio ancora era sapere che
lui capiva ci che stavo provando. In Mercer trovavo la medesima combi-
nazione di vecchiaia, fragilit e tristezza.
Nel caso di mio padre, il danno era limitato dalla sua incrollabile certez-
za che nessun colpo assestato dalla vita era troppo duro: bisognava solo in-
cassarlo e tirare avanti. Mercer invece sembrava definitivamente sconfitto.
Mi dispiace, signore, gli dissi. Avrei voluto che potesse arrivare sino in
fondo.
Mi fiss per un momento, come se mi stesse soppesando. Valutando.
Quasi come se guardasse dentro di me. Poi si sporse in avanti e sembr sul
punto di dire qualcosa.
Ma, prima che potesse farlo, un rumore acuto ruppe il silenzio, facendo-
ci sobbalzare. Il suo cellulare.
Merda.
Lo prese di tasca, guard il display ed esit, incerto se rispondere. A-
spettai, ma lui continuava a lasciarlo suonare. Chiunque stesse chiamando
non aveva intenzione di arrendersi. Trenta secondi pi tardi, Mercer spense
il telefono pigiando il tasto con un'unghia e interrompendo cos lo squillo.
Quindi pos l'apparecchio sulla scrivania, in mezzo alle carte. Mia mo-
glie, sussurr. Chiuse gli occhi.
Non vuole parlare con lei?
Non ora, no. Sar a casa tra poco.
Guardai l'orologio.  tardi per essere ancora in piedi. Oppure  molto
presto.
Si preoccupa per me. Ma non si preoccupano tutti per me?
Riflettei su quel commento. E rammentai che non avevo risposto al mes-
saggio dei miei genitori. Anche loro si preoccupavano per me, bench non
ce ne fosse bisogno. Sapevo quanto fosse seccante. La gente... Mi fer-
mai, perch mi resi conto che stavo per dire una cosa stupida. Mercer non
l'avrebbe vista in quel modo, non in quel momento. Ma poi aggiunsi: La
gente ci vuole bene...
No, la gente si preoccupa. E sai una cosa? A volte sono io il primo a
essere preoccupato per me stesso. Sono io che devo conviverci, con la mia
preoccupazione. La gente sembra scordarselo. Per sono passati due anni,
e devo fare qualcosa. Non posso starmene a casa per sempre. Nessuno
pensa a questo. Be', quasi nessuno. E guard il display.
Feci per rispondere, ma mi bloccai. Quasi nessuno, aveva detto. In quel-
le parole c'era qualcosa che mi suonava strano. Un istante pi tardi, ram-
mentai un'altra cosa che lui aveva detto: Lo ha progettato per due anni.
Erano passati due anni da quando si erano perse le tracce del 50/50
Killer. Ed erano passati sempre due anni dal crollo di Mercer. Lui era con-
vinto che non fosse una coincidenza e quella convinzione era stata alla ba-
se del suo modo di vedere il caso. Era stato certo fin dall'inizio che l'inter-
vallo di due anni non aveva tanto a che fare con la pianificazione di nuovi
delitti, quanto con la volont del killer di dargli il tempo di guarire e di ri-
buttarsi nella mischia.
Che avesse ragione? Per quanto improbabile fosse sembrata in un primo
tempo, ora che eravamo rimasti solo noi due quell'ipotesi assumeva una
forza singolare.
So benissimo quello che stanno dicendo gli altri, riprese Mercer. 
stato ovvio fin da stamattina. Tutti a muoversi in punta di piedi, convinti
che lo faccio per Andrew. Che non sono in grado di resistere alla pressio-
ne. Che sono troppo coinvolto. Tutti si aspettano che stia per... non so, per
crollare o qualcosa del genere. Apr gli occhi e mi guard dritto in faccia.
Sai cosa voglio, Mark?
No, signore.
Anzi, meglio, sai di cosa ho bisogno, pi di ogni altra cosa? Di non
sentirmi un maledetto invalido.
Lo fissai.
E di fiducia, aggiunse. Ecco cosa volevo. Un po' di fiducia. Due anni
fa, chiunque poteva non essere d'accordo o non capire, per nessuno a-
vrebbe dubitato di me. Invece oggi  stato come se mi mettessero alla pro-
va. Nessuno si fida pi di me. Credono davvero che sarei di nuovo qui, a-
desso, se non pensassi che ci devo essere?
Non saprei, signore.
Solo un po' di fiducia. Scroll il capo. Di una squadra che mi sosten-
ga, come faceva prima. Invece mi sono sentito sempre solo, tutto il giorno,
mentre tutti si preoccupavano. E adesso...  finita, vero?
Ma...
S,  finita. Appoggi i gomiti sulla scrivania e si prese la testa tra le
mani. E ne sono felice.
Restammo in silenzio. Lui non si muoveva. Sembrava che neppure re-
spirasse, tanto era immobile. Avrei voluto potermi defilare in silenzio, in-
vece dissi: Signore?
Nessuna risposta.
Si sente bene, signore?
Niente.
Il computer davanti a me emise un segnale e il monitor riprese vita, cos
mi concentrai su quello. Riaprii il collegamento, immaginando che si trat-
tasse di Pete o forse di Hunter.
Ma al loro posto c'era un agente che non avevo mai visto prima. Sem-
brava nervoso e continuava a lanciare occhiate fuori campo, come se non
fosse sicuro di essere collegato.
Detective Nelson, mi presentai.
Lui sbirci ancora di lato e io compresi che nel suo sguardo non c'era
soltanto nervosismo. Qualcosa non andava.
Signore, abbiamo un problema.
Cos' successo?
Non lo so di preciso: abbiamo avuto solo un contatto radio con gli a-
genti nel bosco, e mi  stato detto di chiamarla. C' stato un incidente.
Con la coda dell'occhio, colsi il movimento di Mercer. Stava lentamente
sollevando la testa verso il monitor.
Agente, stia calmo, per favore, dissi. Ci racconti quello che sa.
Si tratta del detective Dwyer, signore.  stato aggredito.
Oh, cazzo! Si spieghi.
Mercer si alz troppo in fretta, come un ubriaco assopitosi al bar. La se-
dia si rovesci dietro di lui. Annasp per infilare le braccia nelle maniche
del cappotto. Aveva un'espressione cupa e determinata.
Riportai l'attenzione sul monitor. Si spieghi, agente, ripetei.
Accoltellato, signore. Nel bosco.
Ho bisogno di un'auto, disse Mercer.
Quali sono le sue condizioni?
Non lo so. Ho ricevuto l'informazione via radio dalla squadra del detec-
tive Dwyer. Hanno fatto venire l'elicottero per trasportarlo.
Quando Mercer mi pass accanto, sentii lo spostamento d'aria.
Ho bisogno di un'auto, cazzo! esclam. Era gi fuori e stava urlando
dal corridoio. La voglio subito, davanti all'ingresso!
PARTE QUARTA
Vorrei ringraziare i miei colleghi del dipartimento per l'aiuto e
il sostegno che mi hanno sempre fornito nel periodo in cui vi ho
lavorato e anche durante la mia assenza. In particolare, desidero
estendere i miei ringraziamenti ai membri della mia squadra che
si sono succeduti nel corso degli anni e che mi hanno insegnato
tutto ci che so in termini di umilt, umanit e impegno per que-
sto difficile lavoro. Quello che abbiamo ottenuto  dovuto in gran
parte - se non del tutto - alla vostra esperienza e professionalit.
Senza di voi, questo libro non sarebbe mai stato scritto.
Una persona pi di ogni altra mi ha sempre sostenuto e mi 
sempre rimasta accanto - nonostante le infinite difficolt - per tutti
questi anni. Mi hai sempre perdonato, compreso, e mi hai inse-
gnato tutto ci che avevo bisogno d'imparare sulle qualit che ho
appena elencato in riferimento alla mia vita personale.
Ancora pi importante, mi hai dato modo di dimenticare quel-
lo che sono sul lavoro per diventare invece la persona vera che c'
sotto. Perci questo libro  dedicato a te, Eileen, con affetto e a-
more.
da Il danno  fatto di JOHN MERCER
4 dicembre, ore 4.55
2 ore e 25 minuti all'alba
Jodie
La durata media di un brano musicale era di circa quattro minuti, pens
Jodie. Sul suo lettore ne aveva alcuni pi lunghi e qualcuno pi corto, ma
quattro minuti era probabilmente una media accettabile su cui lavorare. In
teoria, era dunque possibile contare le canzoni che aveva ascoltato e farsi
un'idea del tempo trascorso. Quindici brani corrispondevano a un'ora.
Naturalmente non sapeva che ora fosse quando si era infilata gli aurico-
lari, quello era il problema. Ma almeno c'era qualcosa che la teneva occu-
pata. Continu a contare.
Era arrivata a settantaquattro quando l'iRiver segnal che la batteria si
stava scaricando. Si era sentita travolgere dalla paura. Gi era brutto star-
sene a congelare al buio con gli auricolari; aggiungerci anche il silenzio
era troppo.
Il lettore rese definitivamente l'anima a met del brano numero novanta-
due. Un ultimo bip e poi il silenzio.
Le ronzavano un po' le orecchie. Ogni volta che respirava, il muco nel
naso crepitava e schioccava. Sentiva una massa nauseabonda in fondo alla
gola, e le narici erano intorpidite e doloranti per il freddo.
Conta.
Dovevano essere trascorse circa sei ore da quando l'uomo aveva aperto
la porta, da quando lei si era resa conto che lui la stava guardando e si era
messo a parlare. Le ci era voluta tutta la sua forza di volont per non aprire
gli occhi o mettersi a urlare, per non fare qualcosa. Si era rifiutata di am-
mettere la presenza di quell'uomo; non l'aveva neppure ascoltato. Quando
la porta si era richiusa, aveva continuato a tenere gli occhi serrati. Qualco-
sa in lei le diceva che era ancora l, accoccolato davanti a lei, abbastanza
vicino da poterlo toccare. In attesa.
Qualche minuto pi tardi - i minuti pi lunghi che avesse mai vissuto -,
Jodie aveva osato sollevare una palpebra, giusto una fessura. Ovviamente
era sola.
Da allora, sei ore. Le era sembrato di pi? Di meno? Non avrebbe saputo
dirlo. Pi che altro era stata una lunga sospensione: un intervallo durante il
quale lei era uscita dalla propria esistenza in modo da non aver nulla a che
fare con quello che le stava capitando. Un periodo di sicurezza.
Era una cosa stupida, per, mentre il tempo passava senza che l'uomo
facesse ritorno, Jodie era arrivata a considerare la musica una specie di ta-
lismano: uno scudo innalzato a proteggerla, come un incantesimo.
Tempo preso in prestito.
Adesso che il lettore si era spento, lei non era pi al sicuro.
Jodie si agit contro la pietra.
Sei ore. Allora era quasi mattina? Fuori sembrava leggermente pi chia-
ro, ma forse era soltanto la sua immaginazione. Oppure era il fuoco. Ne
scorgeva il bagliore dalla fessura attorno alla porta e nelle lingue di luce
che lambivano la stanzetta attraverso le crepe delle pareti di pietra.
Le faceva parecchio male la schiena ai lati della spina dorsale, come se
qualcuno le premesse i pollici all'altezza delle scapole. Distese le gambe.
La sinistra minacci un crampo mentre lei tentava di allungarla e dovette
procedere con cautela, costringendosi a ripiegarla prima sotto di s e poi
portandola di nuovo in avanti, pi volte, finch non riusc a distenderla del
tutto senza provare dolore.
Si strofin le cosce, ma sentiva solo la vaga sensazione di una pressione:
sembravano insensibili e ghiacciate, carne congelata. Lo stesso valeva per
il dorso delle mani, soprattutto tra le dita e il pollice. Strofin ogni mano
con l'altra, per quanto ci riusciva. Bruciavano.
Fuori c'era un gran silenzio.
Jodie si alz come meglio poteva. Il mondo beccheggi leggermente e
sembr confondersi. Lei and a sbattere con la spalla contro la parete.
Sta' dritta, le disse la voce nella testa.
Si sforz di respirare lentamente e riprese ad avanzare: piccoli passi stra-
scicati per raggiungere la porta. Aveva poche speranze che l'uomo con la
maschera da diavolo l'avesse lasciata aperta e se ne fosse andato, ma non si
poteva mai sapere. Magari avrebbe aperto la porta e si sarebbe trovata da-
vanti a una troupe cinematografica, con gli amici e i familiari che applau-
divano.
Una lieve spinta sul battente. Nulla. La sua remota speranza si afflosci
di botto. Era stata pi grande di quanto Jodie volesse ammettere. Lei era
sempre chiusa dentro.
Continua a pensare.
La fessura alla base della porta. Si accoccol, nervosa, e premette un oc-
chio contro il buco, quasi aspettandosi che un ago vi penetrasse dall'altra
parte.
Ancora buio.
E l'uomo non se n'era andato. Era disteso vicino al fuoco, a una decina di
metri dal ripostiglio. La grande catasta di legna da ardere si era abbassata,
e gran parte del terreno sotto la tettoia di lamiera era coperta di cenere
bianca e grigia. Era un panorama di polvere e rovine, con un mucchietto di
legna annerita al centro. L'uomo era disteso su una coperta nel punto pi
vicino a lei, le voltava le spalle e teneva le gambe leggermente piegate.
Dormiva?
Sembrava proprio di s.
Jodie cerc di raccogliere qualunque altro dettaglio. Aveva smesso di
nevicare. Sul terreno si vedevano le impronte dell'uomo: per la maggior
parte, andavano nella direzione dalla quale l'aveva visto arrivare in prece-
denza, quando lui si era avvicinato al fuoco per arroventare il cacciavite.
Scott doveva essere l, da qualche parte.
O almeno doveva esserci il suo cadavere.
Sii forte.
Ma come poteva essere forte? Era rinchiusa l dentro, alla merc di uno
psicopatico che aveva torturato il suo compagno e adesso dormiva tran-
quillo accanto al fuoco. Come faceva a dormire? Era esausto dopo quello
che aveva fatto a Scott? Jodie non sopportava neppure l'idea. Si stacc dal-
la porta e si sedette sul mucchio di pietre che le aveva fatto da sedile per
tutta la notte.
Sii forte.
No, disse alla voce. Ormai era finita. Non c'era modo di buttar gi la
porta. E, anche se ci fosse riuscita, lui si sarebbe svegliato e allora avrebbe
cominciato ad arroventare pezzi di metallo da usare su di lei. In ogni caso,
prima o poi si sarebbe comunque svegliato.
Pensa. Non  ancora finita.
Jodie guard la porta, disperata, osserv la luce del fuoco lungo i bordi.
E pens: Come sarebbe a dire che non  finita? Cosa posso fare per impe-
dire la fine?
Ma a quello la voce non sapeva rispondere.
4 dicembre, ore 5.00
2 ore e 20 minuti all'alba
Mark
L'agente che aveva telefonato dal bosco si chiamava Bates. Era giova-
nissimo e sembrava stanco, intirizzito e sconvolto. Quindi cercai di essere
paziente con lui e di rassicurarlo. Gli dissi che doveva scoprire cos'era suc-
cesso e tenermi informato. Lui annu, ma non si mosse.
Intendo subito, precisai.
Stavolta non annu, per corse via per scoprire se c'erano novit.
Mi alzai, prendendo a camminare avanti e indietro. Era un casino di di-
mensioni inimmaginabili. Prima che arrivassero le notizie su Pete, Mercer
era nei guai, ma almeno stava per tornarsene a casa giacch quella faccen-
da non ci riguardava pi. Invece adesso stava raggiungendo il bosco. Cosa
credeva di ottenere? Solo Dio lo sapeva. Forse non ci aveva neppure pen-
sato. Un altro membro della sua squadra era stato ferito, forse ucciso, per-
ci le sue uniche emozioni in quel momento erano probabilmente colpa e
paura.
Ma pi che altro ero in ansia per Pete e, bloccato com'ero in quell'ospe-
dale, mi sentivo isolato e impotente. Poi mi venne in mente che, essendo
bloccato proprio in un ospedale, potevo fare qualcosa per rendermi utile.
Corsi fuori dall'ufficio-spogliatoio e raggiunsi l'accettazione, avvisando
che c'era un agente ferito, forse gravemente, in arrivo.
Quando tornai nella stanza, sul monitor c'era di nuovo Bates.
Lo hanno portato fuori, signore, mi disse. Adesso  in volo, sta arri-
vando in ospedale.
S, qui lo aspettano. Abbiamo qualche altra informazione sull'accaduto?
 ferito gravemente?
 stato accoltellato tre o quattro volte. Al braccio e alla spalla.
Ges. Hanno preso l'aggressore?
S, signore. Un tizio che vive nel bosco. Sembra che siano arrivati nel
suo accampamento e lui abbia perso la bussola.
Giovane o vecchio?
Vecchio, mi  parso di capire.
Perci non era Farmer o Reardon o come cazzo si chiamava. Se non al-
tro, Pete era sulla via dell'ospedale. Accoltellato al braccio e alla spalla,
per: nessuna meraviglia che Bates sembrasse spaventato. Cristo. Starcene
l, seduti tranquilli in ospedale, indipendentemente dalle pressioni cui era-
vamo sottoposti, rendeva sin troppo facile dimenticarsi delle condizioni di
disagio e di pericolo in cui operavano le altre squadre.  stato anche lei
nel bosco? gli chiesi.
No, signore. Per fortuna sono addetto alle comunicazioni, qui. Non an-
drei l dentro neppure per tutto l'oro del mondo. Stavo per dirgli che a-
desso non ce ne sarebbe pi stato bisogno, a giudicare dalla piega che ave-
vano preso le indagini, quando mi ricordai di Mercer. Hunter  gi arriva-
to?
No, signore.
Attenda.
Caricai la mappa del bosco sull'altro computer. Gli aggiornamenti fun-
zionavano ancora. I puntini gialli che identificavano le squadre di ricerca
erano raggruppati in diverse zone del territorio.
Il monitor lampeggi e tutti si mossero leggermente in direzione della
strada.
Poco prima, Pete si era dimostrato scettico su quel meccanismo di ricer-
ca, e adesso il suo scetticismo sembrava confermato. Nessuna squadra era
riuscita a spingersi molto lontano prima di venire richiamata. Sul monitor,
le cose apparivano ovviamente molto pi facili di quanto non fossero per
chi era sul campo, alle prese con la neve e con gli alberi, tuttavia era chiaro
che si era trattato di un'impresa impossibile, fin dall'inizio.
Allora credi che sia ancora l? Ad aspettarci?
Era stato Pete a dire cos, e in effetti era sembrata una possibilit ridico-
la. Perch mai il 50/50 Killer si sarebbe lasciato prendere? Tuttavia ero
convinto che lui sapesse quanto sarebbe stato difficile catturarlo. Quindi
l'ipotesi che ci stesse aspettando non era poi cos assurda. Non era ovvio
che la conformazione stessa del terreno ci avrebbe ostacolato? E che a-
vremmo perso tempo - e forse uomini - in incidenti come quello successo a
Pete?
Mi passai le mani sul viso.
Reardon avrebbe potuto tenere Scott e Jodie nel loro appartamento. O in
qualunque altro posto. Perch nel bosco?
Doveva avere una ragione per modificare il modus operandi, per portare
le vittime all'aperto, per farci scoprire che faccia aveva e persino qual era il
suo nome... Si era consegnato a noi per condurre quindi il gioco in uno dei
posti pi inaccessibili che potesse trovare. Con le tracce che ci aveva la-
sciato, dovevamo per forza arrivare a lui, prima o poi. Ma non prima
dell'alba.
Il monitor ammicc di nuovo e tutti si mossero verso la strada.
Sta ancora attento... Ma forse sono cambiate le cose alle quali stare at-
tento, aveva detto Mercer.
Fa di tutto per sfuggirci fino all'alba. Per sfidarci a trovarlo prima di
allora e salvare Jodie McNeice.
Poco prima, quell'idea mi era sembrata bizzarra. Ma, se il motivo non
era quello, allora perch il bosco? Perch lasciar andare Scott? Mi sembra-
va di sprofondare. Torno fra un momento, dissi a Bates.
S, signore.
Non volevo pi parlare con lui. Ridussi a icona la finestra, lasciando a-
perto il collegamento e rimasi seduto a respirare lentamente, cercando di
riprendere il controllo.
Non potevo fare nulla. Non dipendeva da me.
Cercai di convincermi, ma non ci credevo.
Avrei dovuto preparare un rapporto per Hunter - gli eventi della giornata
- e invece me ne stavo l a fissare la mappa. L'immagine sul monitor si ag-
giorn: tutti si erano mossi, allontanandosi sempre di pi. Da Jodie e da
Reardon.
La troveremo.
Tutta la stanchezza svan di colpo. In effetti, mi sembrava di avere il
cuore collegato a una presa di corrente. Batteva forte, proprio come mi
succedeva quando pensavo a Lise e a ci che era accaduto quel giorno; lo
stesso batticuore e la stessa sensazione di sprofondare provati ogni volta
che mi capitava di rivivere quel momento, che inesorabilmente sarebbe fi-
nito con la sua perdita, con l'assenza.
Jodie se la caver.
Lo prometto.
Mi ritrovai ad allungare la mano verso la scrivania, verso la foto di Jodie
che avevamo trovato nel portafoglio di Scott.
Mi venne in mente una cosa. Scattiamo le foto solo nei momenti felici,
quindi in s ci dicono poco. Scott se la portava dietro senza sapere che
Jodie lo tradiva. Mi chiesi quali altri segreti nascondesse la foto di nozze a
casa di Daniel Roseneil. E quali segreti Lise mi aveva tenuto nascosti.
Continuando a fissare la foto di Jodie, pensai a Lise. In mensa, Greg a-
veva intuito che nessuna ragazza mi aveva accompagnato nel mio trasfe-
rimento, ma non c'era niente pi lontano dalla realt. Lise era stata con me
in ogni singolo minuto di quella giornata, proprio come in tutti gli altri
giorni di quegli ultimi sei mesi. E, in una forma o nell'altra, per tutto il
giorno, aveva continuato ad affiorare. Dopo il primo colloquio con Scott,
avevo temuto d'identificarmi troppo con lui. In effetti, era inevitabile.
Chiusi gli occhi.
L'immagine che mi si present fu quella di Daniel Roseneil. Il suo volto
sconfitto e ustionato, mentre lui rendeva quell'incerta testimonianza; i pic-
chi d'orrore che emergevano dalle nebbie della sua memoria. Guardandolo,
avevo concluso che non potevo stigmatizzarlo per la sua amnesia. Avevo
pensato a tutte le volte che diciamo a qualcuno di non poter vivere senza di
lui o senza di lei, che moriremmo, piuttosto... e poi non facciamo nulla.
Capita raramente di dover tener fede a quelle promesse. Non biasimavo
nessuno dei sopravvissuti al 50/50 Killer per essersi concesso di dimenti-
care. Certo che no.
Riaprii gli occhi e osservai di nuovo la foto di Jodie.
Ma c'era qualcosa che rendeva Scott diverso da Daniel, no? E che lo
rendeva diverso anche da me, vero? La mia mano ebbe un guizzo, come se
fosse sul punto di fare una mossa di propria volont.
Scott non l'aveva perduta. Non ancora.
Tutto ci di cui Mercer aveva bisogno era un po' di fiducia. Mi resi con-
to, troppo tardi, che l'avevo trovata. Jodie  ancora viva, in quel bosco. Il
panico s'intensific. Il monitor ammicc, mostrando i puntini ormai quasi
sulla strada, e il panico crebbe ulteriormente.
Lasciai che la mia mano si muovesse come credeva. Le dita trovarono il
bordo della scrivania e io me ne servii per spingere indietro la sedia, al-
zandomi sin troppo in fretta. Stavo per mettermi nei guai, ma in quel mo-
mento non ci volevo pensare. Non potevo pi starmene fermo l, senza fare
niente. Non di nuovo.
Forse non era troppo tardi.
Per la prima volta in quella giornata, sapevo esattamente cosa fare.
4 dicembre, ore 5.05
2 ore e 15 minuti all'alba
Scott
Tu non sei qui, aveva detto Scott. So chi sei e da dove vieni. Tu non
sei mai stato qui.
Nel sogno, era di nuovo nel salotto di casa sua, seduto sul divano di cui
percepiva la comoda e familiare robustezza. Sulla parete di fronte c'era un
grosso orologio, che non avrebbe dovuto esserci. La lancetta dei minuti
avanzava, per troppo in fretta. La vedeva muoversi.
Le sei.
Le sei e un minuto.
Le sei e due minuti.
L'uomo con la maschera da diavolo - era soltanto un uomo, un uomo con
una maschera - gli stava accosciato davanti, coi gomiti appoggiati sulle gi-
nocchia di Scott. Non era mai stato nell'appartamento insieme con lui.
Quell'uomo era un ricordo dell'altro posto, della costruzione di pietra, dove
gli aveva fatto tanto male. Col procedere della notte, sembrava capace
d'invadere ogni pensiero, ogni ricordo.
Le sei e cinque minuti.
Il peso sulle ginocchia gli era familiare, come pure lo erano le cose che
l'uomo gli stava dicendo. La sua mente, nel sogno, stava rielaborando i ri-
cordi sempre pi sbiaditi della costruzione di pietra.
Io non sono qui? aveva detto l'uomo, guardandosi attorno prima di ri-
portare lo sguardo su di lui. Allora dimmi dove siamo.
Nel mio salotto.
A casa?
S.
Dove abiti con Jodie?
Scott non aveva risposto, perch gli era venuto in mente di colpo:
Jodie... Dov'? Erano le sei e venti. Avrebbe dovuto essere gi di ritorno
dal lavoro. Lanci un'occhiata sulla destra: la finestra del salotto era aperta
e le tende ondeggiavano piano. Un secondo pi tardi, era stato sfiorato da
una ventata gelida e si era messo a tremare in modo incontrollabile.
Jodie in quel momento non c'era, e lui si era sforzato di non pensarci.
Forse si trovava semplicemente in un'altra stanza.
Va tutto bene. L'uomo si era accorto della sua confusione.  nell'al-
tra stanza, vero?
Ci aveva riflettuto, annuendo poi lentamente. S, giusto. Jodie era andata
a coricarsi. Era tornata dal lavoro con un'aria cos triste che lui le aveva
subito chiesto cos'era successo. Niente, aveva replicato lei, gettando la
borsa su una sedia e lasciandosi poi cadere accanto a lui, sul divano. Ave-
va cercato di cavarle qualcosa di pi. Brutta giornata? Le andava di parlar-
ne? Non le andava, cos si erano limitati a starsene seduti in silenzio per un
po'.
Dorme, aveva detto.
L'uomo con la maschera da diavolo aveva inclinato il capo. Avete liti-
gato.
No.
Invece s, ma non te ne rendi conto.
Scott aveva scosso la testa, per in effetti non ne era sicuro. Forse
quell'uomo aveva ragione. Ricordava solo che erano rimasti seduti e, come
spesso accadeva, non era riuscito a fare la mossa giusta n a dire la cosa
giusta. Probabilmente si era sentito cos frustrato e impotente che, invece
di limitarsi a non dire la cosa giusta, aveva finito per dire quella sbagliata.
Succedeva troppo spesso. Ma lei era cos infelice! E il fatto che, almeno
in apparenza, lui fosse del tutto inutile lo demoralizzava. Gli umori di
Jodie erano indipendenti da lui. Tornava a casa scontenta, e lui non poteva
farci niente. Il giorno dopo di nuovo, e anche quello successivo. Ogni
giorno somigliava al precedente.
Non preoccuparti, lo aveva rassicurato l'uomo. Succede.
No.
Le tende avevano ondeggiato di nuovo. Poi l'uomo si era chinato verso
di lui, con aria da cospiratore, e la pressione sulle ginocchia era aumentata.
Allora perch lei  di l? aveva chiesto.
Ha avuto una brutta giornata.
 infelice. Sai perch?
Scott aveva fatto segno di no. Avrebbe voluto saperlo. Se avesse saputo
cosa non andava, sarebbe intervenuto, rendendola di nuovo felice. Avrebbe
fatto qualsiasi cosa, se soltanto avesse capito come aiutarla.
Vuoi che te lo dica? aveva chiesto l'uomo.
S.
Ricordi quando abbiamo parlato della sua scopata con Kevin Simpson
in quel sudicio alberghetto?
S.
 stato doloroso, all'epoca. Ma ormai l'hai superato, vero?
Scott aveva annuito.
Non appena era successo, lui aveva avuto la certezza che non l'avrebbe
mai dimenticato, neanche per un minuto; figuriamoci per un giorno intero
o per una settimana. Ma quel minuto era arrivato. E poi erano arrivati pri-
ma un giorno e poi addirittura una settimana. Adesso era difficile che gli
capitasse di ripensarci.
Credi che sia tutto finito anche per lei, vero? aveva domandato l'uo-
mo.
Scott si era limitato a guardarlo.
Tu ci hai sofferto, e ora  passato.  stato lo stesso anche per lei. Subito
dopo, si sentiva cos in colpa da essere pronta a rinunciare a tutto ci che
aveva costruito, cos da salvare il vostro rapporto. E, adesso che il senso di
colpa si  affievolito, si  pentita di quella decisione.
Scott scosse la testa. No.
Invece s. Fa un lavoro che detesta, poi torna a casa da te e dai tuoi stu-
pidi quadri. Il senso di colpa non c' pi,  rimasto solo quello di perdita. E
sta cominciando a prendersela con te, per questo.
 stata lei a scegliere. Io non l'ho forzata.
Lei non ti ama, Scott. Quindi non merita il tuo amore.
Si era rimesso a piangere. Mi ama ancora.
So meglio di te quello che pensa.
Scott aveva abbassato lo sguardo, vedendo che l'uomo aveva qualcosa in
mano. Non era il cacciavite arroventato, stavolta, e neppure il coltello. Era
un semplice pezzo di carta. Ma, per qualche ragione, gli era sembrato an-
cora pi terrificante. Era arretrato contro lo schienale del divano.
Sembrava che il mondo si fosse offuscato, che la stanza fosse diventata
pi buia e pi fredda. Il suo tremito era aumentato. L'uomo sembrava poco
pi di una sagoma nera nell'ombra, la luce proveniente da una fonte scono-
sciuta che balenava attraverso la maschera rossa.
Aveva avvicinato il foglio alle mani di Scott, scuotendolo piano. Prendi-
lo.
Per un attimo, Scott non gli aveva obbedito. Il freddo gli aveva tolto la
capacit di muoversi e le dita di una mano sembravano contorte e fuori po-
sto. Ma l'uomo glielo aveva premuto nell'altra mano e lui, quasi involonta-
riamente, lo aveva preso.
Poi aveva alzato il viso al soffitto, pregando Dio di farlo smettere. Ma
sopra di lui tutto sembrava inghiottito dalle tenebre.
Credi che abbia semplicemente avuto una giornataccia al lavoro, ave-
va ripreso l'uomo. Ma non  andata cos.
S, invece. Si era messo a piangere  andata proprio cos.
Allora leggi questo. Qui.
L'uomo aveva raccolto da terra una torcia elettrica e, dopo averla accesa,
l'aveva fatta ruotare, tenendola accostata all'orecchio di Scott. La luce
proiettava sulla pagina un semicerchio che somigliava all'impronta di una
tazza di caff, dal quale s'irradiavano aloni beige e marroni. Poi l'uomo a-
veva mosso la torcia e il cerchio era diventato un'ellisse. Leggi.
Scott aveva chiuso gli occhi e scosso la testa. Ma, per qualche ragione,
le parole gli si presentavano comunque alla mente.
Credo di volerti rivedere. Mi fa star male, perch dovr mentire a
Scott, ma sono convinta che mi farebbe bene.
Com'era possibile? Poi per si era reso conto che stava sognando. Non
importava cosa facesse, quanto forte chiudesse gli occhi. Le parole stavano
sulla pagina, e quella pagina lui l'aveva gi letta.
Puoi prendere un giorno libero domani? Sono sicura che qualcuno
dei tuoi cento schiavetti potr difendere il forte al tuo posto!
Aveva riaperto gli occhi. S, Jodie e Kevin. Adesso ricordava.
Potrei darmi malata e venire da te. Va bene?
L'uomo l'aveva sbirciato da sopra il margine del foglio. Si stava di
nuovo scopando Kevin Simpson.
Non ti credo.
Lui aveva puntato la luce negli occhi di Scott e poi di nuovo sulla pagi-
na. Mostrandogli dove. Scott aveva notato che c'era qualcosa sul retro del
foglio. Un rigo nero, contorto, scritto a mano. Che non avrebbe dovuto ve-
dere.
Ecco quanto ti ama, aveva detto l'uomo. Tu sopporti tutto, soffri per
lei, ti preoccupi, e lei si scopa un altro.
Ma Scott era distratto: stava cercando di capire cosa c'era scritto dietro il
foglio. La scritta era rovesciata, per lui la stava rimettendo insieme, una
parola dopo l'altra.
Forse l'uomo se n'era accorto e aveva allontanato la torcia. La vostra re-
lazione non significa niente.
Non  vero.
Ti ha imbrogliato. E tu sei uno stupido, se credi di amarla.
Me l'avrebbe detto! Scott stava singhiozzando. Non voleva crederci.
Me l'avrebbe detto.
Improvvisamente l'uomo con la maschera era scomparso.
Scott si era guardato attorno.
Il salotto era di nuovo luminoso. L'orologio era sparito. Sembrava tutto
normale. Per c'era il silenzio, totale e pesante. Come se qualcosa si fosse
dissolto, portando con s il volume, per tornare dopo poco tempo, pi forte
e fragoroso che mai.
Esci.
Per un attimo, era stato come scoprirsi vittima di un incantesimo. Le
braccia non si muovevano e neppure le gambe. Poi si era ritrovato in piedi,
a incespicare verso il corridoio, la mente che rimuginava sugli stessi pen-
sieri mentre cercava di recuperare il controllo. Era tutto finito, passato.
Non c'era nessun uomo. Non pi. Nessun cacciavite arroventato, nessun
martello, nessun coltello. Era al sicuro in casa sua con Jodie...
La camera da letto. Si era affacciato alla porta. Distesa sul bordo del let-
to, lei gli voltava le spalle, le gambe rannicchiate, il petto che si sollevava
e si abbassava dolcemente nel sonno. Avrebbe dovuto dirmelo. La luce del
corridoio illuminava il pavimento e un angolo del letto, ma senza raggiun-
gere lei. La camera era cos tranquilla e silenziosa che gli era venuto un
groppo alla gola. Per qualche ragione, pur essendo l nel letto, la sapeva ir-
raggiungibile. Se n'era andata via da lui.
Ti amo.
Nessuna risposta, solo il medesimo respiro costante. Le si era avvicina-
to. Il letto aveva cigolato sotto il suo peso, poi lui aveva sollevato anche le
gambe e si era disteso dietro di lei, il petto contro la sua schiena. L'aveva
cinta con un braccio, premendo il viso umido contro i suoi capelli. Lei non
si era svegliata. Non importa quello che hai fatto, le aveva sussurrato.
Io ti amo.
E, nel sonno, lei aveva sollevato un braccio, prendendogli la mano.
4 dicembre, ore 5.10
2 ore e 10 minuti all'alba
Mark
Era tutto pi semplice; il senso finalmente chiaro di una missione da
compiere aveva fatto sparire quasi del tutto la tensione della giornata. Per-
sino farmi strada nei corridoi dell'ospedale era diventato pi facile. Sem-
bravano meno affollati, pi agevoli da percorrere. Non m'importava della
gente che mi sfilava accanto: avevamo tutti un incarico da svolgere, in un
modo o nell'altro.
Arrivato davanti alla camera di Scott, feci un cenno alla guardia ed en-
trai, chiudendomi la porta alle spalle. Scott dormiva, anche se non pacifi-
camente come prima. Era disteso su un fianco, il viso contorto in un tor-
mento accigliato.
Probabilmente sognava. E niente di piacevole.
Attraversai la stanza e gli sfiorai una spalla...
Cosa...?
Si svegli di soprassalto, spaventato e confuso. Tenni la mano sulla sua
spalla per un istante, rivolgendogli uno sguardo che mi auguravo fosse ras-
sicurante.
Va tutto bene, Scott. Sono io. Mi allontanai e ripresi il mio posto sulla
sedia.
Lui respirava affannosamente, poi rotol sulla schiena e si concesse un
attimo per ricomporsi. Infine, con un certo sforzo, si sollev a sedere.
Un brutto sogno? gli chiesi.
M'ignor. L'avete trovata?
No. Evitai le false rassicurazioni che gli avevo offerto poco prima. Per
come stavano le cose, non era il caso di suggerire un: non ancora. Invece
dissi: Stiamo incontrando qualche difficolt.
Qualche... difficolt.
 un terreno difficile per le ricerche. Un territorio molto vasto da copri-
re. E con questo tempo e col buio si sta rivelando complicato.
Si innervos subito.
Continuai comunque. Perci abbiamo bisogno del tuo aiuto. Di pi aiu-
to di quanto tu non ci abbia gi dato.
Ma ti ho detto tutto quello che ricordo.
Sicuro. Cerca di avere pazienza con lui. E te la sei cavata benissimo.
Ma adesso dobbiamo andare oltre.
La prospettiva gli fece scuotere il capo. Lo fissai, impassibile. Nella no-
stra ultima conversazione, avevamo parlato del gioco che faceva il killer e
lui mi aveva chiesto se, essendo fuggito, aveva tradito Jodie. Non potevo
dargli una risposta definitiva, neppure ora, ma in fondo Scott sapeva la ve-
rit. E aveva avuto un paio d'ore per venirci a patti da solo. La mente gli
stava dicendo di voltare le spalle a ci che era successo ed ecco che arriva-
vo io, minacciando di costringerlo a voltarsi. Se non troviamo Jodie alla
svelta, ci sono buone probabilit che non la troveremo pi, dissi.
Ma io non so... Non ricordo.
Cercavo di essere comprensivo, ma lui era quasi stizzito.
Di che altro ti ha parlato quell'uomo?
Non lo so.
Mi limitai a fissarlo, facendogli capire che non se la sarebbe cavata cos
facilmente. Gli lessi in faccia che avrebbe potuto ricordarsi qualcosa di
pi. Anche se non ci fosse riuscito, doveva almeno provarci.
La tensione cresceva col protrarsi del silenzio, ma io fui implacabile. Al-
la fine lo costrinse a parlare.
Tutto quello che so  che abbiamo parlato di Jodie.
Non  tutto quello che sai, anche se capisco che  difficile, Scott.
Si mise a piangere. Non lo so.
Il mio istinto mi diceva di mollare, ma non potevo. Continuai a fissarlo -
lo stesso sguardo implacabile di prima - e mi sistemai meglio sulla sedia,
cercando di diluire la mia espressione con un tocco di piet e di compren-
sione. So quello che stai pensando. So di cos'hai paura.
Lui scosse la testa e guard da un'altra parte.
Hai paura di averla lasciata morire. Credi che non potrai mai perdonarti
per questo, e che la gente ti giudicher per quello che hai fatto. Capisco pi
di quanto tu non creda. Per, Scott, guarda la finestra. Non  ancora l'al-
ba. Mi chinai verso di lui. Lei  ancora viva. Qualunque cosa tu tema di
aver fatto, non  troppo tardi per rimediare. E io t'invidio per questo.
Tir su col naso e scosse di nuovo la testa. Tu non capisci.
Di cosa avete parlato?
Niente. Tremava.
Sospirai tra me. Non avevo idea se quello che stavo per dire avrebbe fat-
to la minima differenza, per non mi restava altro.
Comprensione.
Ascoltami. Diedi un'occhiata all'orologio. Non ci vorr molto e credo
che ci rimanga un po' di tempo. Voglio raccontarti una cosa.
Eravamo in vacanza, in campeggio. Un campeggio sulla spiaggia. Siamo
andati a fare una nuotata. In realt a sguazzare, ma ci siamo spinti oltre il
nostro limite, senza accorgerci che la corrente era forte. Abbiamo gridato
aiuto, per sulla spiaggia non c'era nessuno, quindi non ci restava altro che
nuotare per salvarci. E, alla fine, io sono riuscito a raggiungere la spiaggia.
Lei no. Nessuno avrebbe potuto farci niente.
Ecco cosa avevo raccontato al resto della squadra poche ore prima, in
mensa. Ma, in un certo modo, quella era la mia versione della foto di Jodie
che Scott conservava nel portafoglio. Un'istantanea di un momento della
mia vita che tenevo a portata di mano e che ero pronto a condividere col
prossimo. Tuttavia, proprio come quella fototessera, era solo una piccola
parte della vera storia. La verit sta sempre tra le righe, nascosta in ci che
non si dice.
Eravamo in vacanza, in campeggio. Un campeggio sulla spiaggia.
I miei ricordi di quella sera erano frammentari, come se gli avvenimenti
successivi fossero tornati indietro per distruggere a martellate tutto ci che
aveva condotto a quell'epilogo, lasciando solo qualche scheggia. La ten-
sione dei pali della tenda... Ricordavo di averli infilati goffamente, attra-
verso le asole tese, curvandoli in posizione finch la tenda non aveva as-
sunto la forma dovuta. Lise agitava le mani per allontanare le zanzare,
mentre piantavamo i picchetti nel terreno compatto e sabbioso. La parte
posteriore del suo bikini era leggermente arrotolata.
Siamo andati a fare una nuotata. In realt a sguazzare, ma ci siamo
spinti oltre il nostro limite, senza accorgerci che la corrente era forte.
Me n'ero accorto io per primo. Non ero un gran nuotatore e il mare era
un po' pi agitato di quanto mi piacesse, quindi sentivo spesso il bisogno di
toccare il fondo con la punta dei piedi. A un certo punto non l'avevo trova-
to, andando sotto. Ne ero riemerso scioccato, tossendo.
Panico.
Va tutto bene, aveva detto Lise. Basta tornare verso la spiaggia.
Ma io mi dibattevo e, senza volerlo, le avevo tirato un calcio nello sto-
maco; ricordo ancora l'impatto su qualcosa di morbido. Calmati, mi a-
veva detto lei, per io non la ascoltavo. Annaspavo per raggiungere la
spiaggia, pensavo solo a mettermi in salvo. Era il mio unico pensiero.
Nuota, pensavo. Nuota pi che puoi.
Mi ero reso conto che, a quella distanza dalla riva, il mare era pi agita-
to: onde fastidiose in superficie e un sacco di turbolenza sotto, contro il
petto e le gambe. Avevo nuotato con tutte le mie forze per quello che mi
era sembrato un periodo lunghissimo e, quando mi ero fermato, avevo ca-
pito che, invece di avvicinarmi alla riva, ero ancora pi lontano. Anche Li-
se nuotava. A quel punto, eravamo ancora abbastanza vicini. L'avevo
guardata, scorgendo in lei il riflesso della mia stessa paura. Era stato quello
a farmi effetto. Non l'avevo mai vista spaventata prima di allora; di solito
era cos calma, cos controllata...
Grida, mi aveva detto, seria.
Abbiamo gridato aiuto, ma sulla spiaggia non c'era nessuno.
Non l'avevo mai fatto in vita mia - gridare aiuto - e mi sembrava ridicolo
e innaturale, per l'avevo fatto. Avevo gridato. Avevo gridato pi forte che
potevo, e poi ancora. Sopra il rumore delle onde, sentivo che gridava anche
lei.
Mentre un po' gridavo e un po' nuotavo, una grossa ondata mi aveva in-
vestito da dietro, spingendomi sotto. L'acqua mi aveva riempito i polmoni.
Ero riemerso tossendo, semisoffocato, con le orecchie doloranti. Il mondo
che mi circondava era una massa confusa e indistinta. Lise era pi lontana,
anche lei una macchia di colore. Nella mia mente cortine d'acqua nera le si
stavano chiudendo attorno. La separavano da me.
Non ci restava altro che nuotare per salvarci.
Avevo ripreso a nuotare, battendo le gambe pi che potevo, cieco a tutto
tranne che a qualche squarcio di cielo. Ma ero troppo terrorizzato per con-
trollare i movimenti e il mare continuava a trascinarmi sotto. Stavo per
morire: lo avevo compreso con assoluta chiarezza. Mai avevo provato un
terrore altrettanto primitivo e totale. Avevo lottato contro le onde con una
forza tale da farmi venire i crampi alle braccia. La mia mente era assente:
non ero che un animale di fronte alla morte, e lottavo disperatamente per
sfuggirle. Non pensavo a Lise. In quel momento m'importava solo di me
stesso.
E, alla fine, io sono riuscito a raggiungere la spiaggia. Lei no.
Dopo forse un minuto barcollavo sulla spiaggia. Avevo solo il costume
addosso, ma la sensazione era di essere completamente vestito. Gambe e
braccia inzuppate d'acqua, stanche e pesanti. Ero caduto in ginocchio e poi
in avanti, sputando acqua e cercando d'inalare aria. Quando finalmente ero
riuscito a respirare, mi ero costretto ad alzarmi, per scrutare il mare. Per
chiamarla.
Nessuno avrebbe potuto farci niente.
Il funerale. Amici, colleghi, i miei genitori e i suoi. Il mare non aveva
restituito il cadavere di Lise, perci tutta quella gente era radunata attorno
a un pezzo di terra che non si poteva definire una vera tomba. Il foulard di
sua madre ondeggiava lievemente nella brezza. Non potevi farci niente,
Mark, mi aveva detto lei.
Io ero scoppiato a piangere, ma l'avevo accettato. E quella frase era il
cuore dell'istantanea che avevo conservato per mostrarla alla gente. Pro-
prio come chi guardava la foto di Jodie avrebbe sorriso e detto qualcosa di
carino, cos chi ascoltava la mia storia avrebbe annuito e si sarebbe dimo-
strato comprensivo. Nessuno avrebbe potuto farci niente; era molto triste,
per era andata cos. Nessuno avrebbe cercato la verit che stava sotto la
superficie.
Ma a Scott non potevo rifilare quell'istantanea. Se volevo conoscere il
suo segreto, dovevo essere pronto a rivelargli il mio.
Ero sulla spiaggia, dissi. La cercavo, cercavo di vedere dove fosse.
Gridavo forte il suo nome. Poi, d'un tratto, eccola.
L'avevo vista al largo, a una cinquantina di metri dalla spiaggia. Per pura
fortuna, io ero sfuggito alla corrente, mentre Lise non riusciva ad avvici-
narsi.
Stava gridando qualcosa, ma non riuscivo a sentirla. Non so neppure se
mi abbia visto. Forse gridava e basta.
Per io la vedevo. Vedevo il terrore e il panico e il dolore sul suo viso.
Scott si era girato e mi fissava. Aveva anche smesso di piangere, bench
la parte visibile del suo volto, gonfia e arrossata, luccicasse di lacrime.
Non ero cos ingenuo da pensare che la mia storia avrebbe fatto scattare
l'interruttore e risolto tutto, per, se non altro, lui mi stava guardando. Mi
ascoltava. Se non altro, l'avevo riportato indietro, almeno sinch fossi riu-
scito a trattenerlo.
Sono rientrato in acqua, ma solo fino al ginocchio, continuai. Agita-
vo le braccia verso di lei, le urlavo che ce l'avrebbe fatta, che doveva solo
continuare a nuotare. Ma il mare era cos agitato. Un attimo prima, era l;
un attimo dopo non c'era pi.
Ricordavo l'ultima cosa che avevo visto di lei: una Y nera che galleggia-
va sulle onde. Dopo c'erano solo il mare e io che urlavo: Ce la farai! al
nulla.
Non sei tornato dentro? chiese Scott.
Avrei voluto, risposi. Ho anche provato a farlo. Ma non ne ho avuto
il coraggio. Avevo troppa paura. E cos la mia ragazza  annegata.
Scott mi fiss, sconvolto. Lo sentivo respirare.
Sorrisi, meglio che potevo. In fondo, so che non avrei comunque potuto
fare niente per lei. S, certo, potevo rientrare in acqua e probabilmente sa-
rei annegato anch'io. Lei sapeva nuotare meglio di me. Eppure continuo a
sentirmi in colpa per quello che non ho fatto. Potevo provare a salvarla, ma
non l'ho fatto perch avevo troppa paura di morire. Capisci?
Annu lentamente.
E, in un certo modo, il suo gioco  questo, dissi.  questo che fa il
killer. Imbroglia le cose e manovra i fatti finch non diventano intollerabi-
li, finch l'unica possibilit che resta  scappare. Chiunque farebbe lo stes-
so. Solo che io non posso neppure immaginare cosa pensava lei mentre
moriva. Non lo sopporterei.
Scott sembrava cos disperato, cos inerme, che avrei voluto rimangiarmi
tutto. Ma ormai eravamo a met: sarebbe stato pi difficile tornare indietro
che proseguire fino a riemergere dall'altra parte.
L'ho abbandonata, disse.
Forse s. Ma, in questo momento, tu sei nella stessa identica situazione
in cui mi trovavo io su quella spiaggia. La tua ragazza  ancora viva,
Scott.
Era una delle regole base per gli interrogatori. E stavolta ci credevo dav-
vero.
Perci hai un vantaggio su di me. A modo tuo, puoi ancora rientrare in
acqua e salvarla. Se non lo farai, nessuno te ne far una colpa, e tutti sa-
ranno comprensivi. Ma, ti prego, non fare il mio stesso errore. Non riusci-
resti pi a vivere in pace con te stesso. Capisci cosa intendo?
La sua voce era pi triste quando ripet: L'ho abbandonata.
Mi sporsi in avanti, le mani allacciate. Se doveva succedere, era quello il
momento. Cosa ricordi?
La domanda rimase in sospeso. L'unico rumore era il lieve segnale delle
pulsazioni di Scott emesso dal macchinario vicino al letto. Era pi calmo,
adesso. Mi ha mostrato una cosa. Un foglio di carta, disse infine.
Nel bosco? Eravate in una vecchia costruzione di pietra, e lui ti ha par-
lato a lungo.  stato allora che ti ha mostrato quel foglio?
Credo di s.
L'hai letto?
Non volevo farlo. Mi ha costretto.
Cos'era?
Un'e-mail. Respir a fondo. Jodie aveva una relazione con Kevin
Simpson. Il suo ex socio. Riguardava quello.
Okay.
Scosse la testa. Lo sapevate gi, vero?
No. Sapevamo che aveva trascorso del tempo a casa di Simpson. Non
volevo dirtelo prima. L'uomo che vi ha rapito ha fatto lo stesso anche con
Kevin Simpson.  stato ucciso ieri mattina.
Bene.
Non replicai.
Nemmeno Scott disse altro. Il suo viso era diventato stranamente impas-
sibile, ma sembrava gli risultasse difficile mantenere quell'espressione:
minacciava di trasformarsi in qualcos'altro. In rabbia? In dolore? Difficile
a dirsi.
Non fermarti.
Cos ti ha mostrato l'e-mail, dissi. E poi cos' successo?
Gli ho detto che mi arrendevo, rispose. Tutto qui. Mi arrendo. Ho
continuato a ripeterlo, in modo che capisse e la smettesse di farmi male.
E poi?
Lui... mi ha lasciato andare. Scott tir su col naso. Oddio, mi ha la-
sciato andare. Semplicemente. L'ho abbandonata.
Avrei voluto spingerlo oltre, per m'imposi di mantenere la calma. Ti
ha slegato? Come facevi a sapere in che direzione andare?
No. Scott aggrott la fronte. Mi ha accompagnato per un tratto. Solo
per pochi minuti, credo. Abbiamo attraversato un fiume e poi un sentiero.
Per tutto il tempo ha continuato a parlare. Diceva che avrebbe pensato lui a
tutto, che avevo preso la decisione giusta. Ha persino aggiunto che, se a-
vessi cambiato idea, potevo tornare indietro. Poi ci siamo fermati e mi ha
indicato la direzione in mezzo agli alberi.
Abbiamo attraversato un fiume e poi un sentiero.
Avrei voluto correre di sotto il pi in fretta possibile. La squadra stava
perlustrando la zona sbagliata. Il fiume era a nord della parte superiore del-
la N, a pochi minuti di distanza dal campo.
Mi guard con una specie di disperazione negli occhi. E allora... mi so-
no messo a correre.
Gli sorrisi dolcemente, poi mi avvicinai e mi sedetti sul bordo del letto,
mettendogli una mano sulla spalla. Grazie, mormorai. Hai fatto quello
che potevi. La prossima volta che entrer in questa stanza sar per dirti che
abbiamo trovato Jodie e preso l'uomo che vi ha fatto tutto questo.
Si rimise a piangere, per fece segno di s.
Gli strizzai la spalla con cautela e mi avviai alla porta. La aprii e mi vol-
tai a guardarlo. La luce che penetrava dal corridoio illuminava il pavimen-
to e un angolo del letto, ma non arrivava fino a lui.
Agente... Nonostante le lacrime, sembrava improvvisamente in pace.
Qualunque cosa succeda, grazie.
Torner presto, Scott.
Uscii nel corridoio, chiudendomi piano la porta alle spalle. Allora, e sol-
tanto allora, mi misi a correre.
4 dicembre, ore 5.30
1 ora e 50 minuti all'alba
Eileen
Fece un ultimo tentativo di telefonare a John.
Le tremavano le dita mentre premeva il tasto RIPETI, e le tremava la
mano mentre si portava la cornetta all'orecchio. L'ultima volta. Da quando
lui aveva spento il telefono, aveva cercato ripetutamente di chiamarlo, ogni
volta convinta che avrebbe risposto. Ma ogni volta c'era solo quel...
Tut, tut, tut...
Eileen scagli il telefono dall'altra parte della stanza. Si schiant contro
la parete opposta e si apr in due pezzi che caddero sul pavimento, la sche-
da ancora appesa ai fili. Non le riusciva neppure di frantumare un telefono
come Dio comanda.
Si lasci cadere sulla sedia, che indietreggi sulle rotelle fino a urtare la
parete.
Sul tavolo c'era la seconda bottiglia di vino. Era riuscita a farne fuori tre
quarti prima di mollarla e andarsene a letto. Il bicchiere vuoto era ancora
coperto di ditate della sera precedente. Ciononostante, e sebbene fosse tar-
di, l'idea di scolarsi pure quello la attirava. Ma non era pi nemmeno trop-
po tardi per bere: casomai era troppo presto. E due ore a letto non erano
neppure lontanamente sufficienti a cancellare il debito di sonno che le o-
vattava la testa. La prova era quella cosa in pezzi davanti a lei. Una simile
esplosione di rabbia era del tutto inusuale. L'alcol si era mescolato alle
emozioni, spingendola a una reazione idiota e sconsiderata.
Perch mi hai fatto questo, John?
Gli aveva forse chiesto troppo? Loro due formavano una coppia: ecco
perch lei gli aveva dedicato la sua vita, tutti quegli anni. Quando John era
crollato, il suo mondo era crollato con lui e lei non aveva mai avuto tanta
paura. La sola idea che potesse succedere di nuovo, che potesse anche sol-
tanto correre il rischio di rivivere quell'esperienza...
Chiedeva troppo?
Eppure non si sprecava nemmeno a telefonarle. Una cosa cos semplice,
rispetto a tutto ci che lei aveva fatto per lui. No, nemmeno quello.
I pensieri di Eileen erano come un'auto che viaggiava nella nebbia. Po-
teva lasciarsi guidare solo dalle emozioni. Era triste e arrabbiata, ma so-
prattutto si sentiva ferita. Profondamente ferita.
Era suo marito a comportarsi cos. Dopo tutto l'amore e il sostegno e il
dolore, dopo aver chiesto cos poco in cambio, John l'aveva semplicemen-
te... messa da parte per qualcosa che lui riteneva pi importante, per qual-
cosa che poteva distruggerli entrambi. Le aveva mentito, l'aveva svilita,
senza offrirle niente in cambio. Sembrava che non gli importasse coma la
faceva sentire.
Non gli importa niente di te.
Eileen sent il viso irrigidirsi. Si rese conto di essere seduta sulla sedia di
John, a fissare la tenda che aveva di fronte con un'espressione di odio pro-
fondo.
Dopo la telefonata di Hunter, era rimasta immobile, come senza scopo,
prima di decidersi a chiamare il cellulare di John. Aveva squillato e squil-
lato, e poi pi nulla. Eileen aveva fissato il ricevitore, incredula, e poi ave-
va riprovato. Solo quel segnale. Lo aveva spento.
Lui sa.
Per qualche minuto, si era mossa con decisione da una stanza all'altra,
accendendo tutte le luci della casa.
Credo che debba sapere su quale caso sta lavorando suo marito, le a-
veva detto Hunter.
Uno scatto dell'interruttore e l'intera stanza s'illuminava, ma lei era gi
passata alla successiva. Ogni stanza, una manata: C' un'emergenza, sve-
glia!
 alla caccia dell'uomo che ha ucciso Andrew Dyson.
Aveva fatto del proprio meglio perch la sua voce non mostrasse traccia
di sorpresa, cercando invece di riempirla con una totale indifferenza. Ah,
s?
Mentre vagava per la casa, riportandola febbrilmente alla vita, una sen-
sazione di panico la inseguiva, la spronava.
Ha fatto un grosso errore. Non dire niente al riguardo, e non soltanto a
lei.  stato sollevato dal caso.
Suppongo che questo la renda felice, sergente Hunter.
Pur continuando a muoversi, si sentiva la gola serrata, il respiro difficol-
toso, come se il cuore fosse diventato un pugno che lentamente spingeva
per risalire. Non poteva far niente per impedirgli di schizzare fuori, solo
rallentare l'inevitabile.
Comunque torner presto a casa. Dove dovrebbe stare.
Quando aveva finito di accendere tutte le luci - e si era ritrovata nella
cucina fredda e accecante, senza sapere cos'altro fare - la paura le si era in-
sediata nella trachea. Le aveva mentito. Come aveva potuto? L, in cucina,
ripensava alle ultime parole che aveva detto a Hunter prima di riattaccare.
E lei mi ha svegliato per dirmi questo? Davvero crede che non lo sa-
pessi gi? Lei sottovaluta John, e sottovaluta anche me. Faccia un favore a
entrambi: la smetta di farci perdere tempo.
Era riuscita a instillare la giusta quantit di veleno e di derisione nella
propria voce? Probabilmente no. Di certo Hunter aveva capito che lei era
sconvolta e arrabbiata, e negarlo aveva soltanto peggiorato le cose. Ma non
le importava nulla di lui: era uno di quegli uomini che, incapaci di fare car-
riera con le loro forze, erano costretti a trascinare nel fango gli altri, e da
quello traevano il loro misero piacere. Dentro di s, uomini di quel tipo sa-
pevano benissimo di essere patetici. Perci poteva anche concedergli il suo
trionfo. In fondo era a spese di John... bench, in passato, le venisse istin-
tivo difendere il marito perch, attraverso di lui, di fatto difendeva se stes-
sa. Ma adesso non le importava pi di lui.
Ti ha riattaccato il telefono in faccia.
Era stato allora che il panico l'aveva investita. Non era riuscito a travol-
gerla e lei non era crollata, per era troppo. Aveva cercato di fare respiri
lenti e profondi, di calmarsi. Ed era rimasta cos per un bel pezzo, evitando
accuratamente ogni pensiero, finch non si era resa conto che stava affon-
dando le unghie nelle braccia e che doveva fare qualcosa.
Perci era tornata di sopra. Ogni passo era stato come superare una mon-
tagna. Aveva continuato a ripetersi:  stato un errore. Non voleva riattac-
carti il telefono in faccia. Non voleva spegnere il cellulare.
Non mi avrebbe mai fatto una cosa del genere.
Di nuovo nello studio, aveva riprovato a chiamarlo.
E poi ci aveva riprovato ancora.
Finch non aveva rotto il telefono.
Eileen and al computer e fiss la parete di fronte, il collage che John ci
aveva appeso.
Aveva messo insieme una cinquantina di pezzi di carta, formando una
collezione eterogenea per colori, forme e dimensioni. C'erano stampate di
vecchi file - quelli che contenevano proprio il dettaglio che gli aveva fi-
nalmente rivelato la soluzione del caso -, articoli e ritagli di giornale, di-
plomi incorniciati, foto della sua squadra.
Era una specie d'istantanea del suo stato mentale: John se ne serviva per
focalizzare le idee e trarne ispirazione. Per Eileen, invece, era un mezzo
per penetrare nel suo stato mentale. Quel collage rivelava i pensieri di lui.
E lei dov'era, in tutto ci? Dove s'incastrava sua moglie?
La risposta era che non c'era spazio per lei, non sulla parete. John aveva
tenuto separati quei due aspetti della sua vita; invece di infilare Eileen in
mezzo al suo lavoro, in cui lei si sarebbe persa, teneva due foto sulla scri-
vania vicino al computer. Una era una copia della stessa foto che c'era al
piano di sotto, quella del giorno del matrimonio. Nella seconda foto, c'era
soltanto lei, ed era stata scattata pi di recente. Era come se dicesse: Ti
amavo allora,  passato del tempo e continuo ancora ad amarti.
Batt le palpebre per trattenere le lacrime - Non farlo... - e riport lo
sguardo sulla parete.
Gli ultimi ritagli erano stati aggiunti sulla destra del collage. L vide una
minuscola foto di Andrew Dyson, l'uomo che John aveva perso e il cui o-
micidio aveva costituito per lui il punto di rottura. Vicino alla foto, c'era
l'elogio funebre che lui si stava preparando a leggere al funerale di An-
drew, quanto tutto era andato in pezzi.
Mi addormento con la totale, assoluta speranza
che il mio sonno non sar spezzato;
e che, mentre io tutto avr dimenticato,
non sar del tutto dimenticato,
ma continuer quella vita nei pensieri
e negli atti di coloro che ho amato.
EPITAFFIO DI SAMUEL BUTLER
Eileen lo rilesse, concentrandosi sulle ultime righe. Non sar del tutto
dimenticato, ma continuer quella vita nei pensieri e negli atti di coloro
che ho amato.
Erano parole che John aveva preso a cuore. Dopo due anni, era ancora
schiacciato dal dolore per ci che era accaduto, ma anche irrequieto e fru-
strato per essere stato costretto a interrompere il suo lavoro. Eileen lo ave-
va capito durante la convalescenza, dal modo in cui lui si aggirava fiacca-
mente per casa. Persino all'inizio, quando ancora riusciva a ingannare se
stessa, a dirsi che John non sarebbe mai pi stato in grado di riprendere il
suo incarico, Eileen sapeva che lui aveva percepito l'innalzarsi di una bar-
riera fra le proprie inclinazioni e l'interruzione forzata della sua attivit. E
aveva scorto quell'uomo terribile che c'era dietro, quell'uomo che tanto ma-
le aveva fatto ad Andrew, e a lui.
Negli ultimi due anni, quella barriera gli aveva gettato addosso un'ombra
di tristezza e, dopo un certo periodo, era rimasta soltanto la paura di Eileen
a reggerla. Proprio perch lo amava, a un certo punto lei si era arresa, l'a-
veva abbattuta, lasciandolo uscire. Ma si era fatta promettere che non si sa-
rebbe allontanato troppo. E, adesso che quell'uomo era riapparso, lui lo a-
veva fatto: si era allontanato. Possibile che fosse stata cos cieca da non
accorgersi che era inevitabile? Era suo marito: sapeva bene come si com-
portava. Tanto tempo prima, lo aveva amato proprio per la sua dedizione,
per l'impegno che metteva nel lavoro, nell'aiutare le persone. Nel salvarle.
Ma ora, dopo l'esaurimento, quelle virt la colmavano di terrore. E se
fosse successo di nuovo?
Eileen si sedette e chiuse gli occhi.
Doveva saperlo che sarebbe finita cos. Desiderando solo una parte di
John, gli aveva impedito di essere l'uomo che lei aveva amato cos a lungo.
Lui aveva provato a diventare una persona nuova - ci aveva provato per lei
-, ma gli era stato impossibile. Eccolo, il divario: ci di cui John aveva bi-
sogno e ci di cui lei aveva bisogno da lui erano cose lontane. Per il mo-
mento, sembravano addirittura inconciliabili. E lei non poteva sopportarlo.
Perci Eileen rimase su quella sedia, con gli occhi chiusi, le dita che
strofinavano lentamente il labbro inferiore, avanti e indietro. Non sapeva
cosa fare. Come se John non fosse altro che un puntino all'orizzonte. Ave-
va troppa paura per continuare a osservarlo, ma aveva forse altra scelta?
John si era portato appresso anche la sua vita. E senza chiederle il permes-
so.
Va bene, John, se  questo che vuoi...
Rimase seduta ancora per un po', a pensare. Poi si alz, si diresse lenta-
mente verso il telefono e cominci a rimettere insieme i pezzi.
4 dicembre, ore 5.50
1 ora e 30 minuti all'alba
Mark
Mezz'ora dopo il mio colloquio con Scott, ero di nuovo nell'ufficio-
spogliatoio, ad ascoltare il clangore dell'acqua nei tubi e a osservare una
delle opere di Scott. Greg aveva lavorato nell'appartamento e tutti gli ele-
menti che aveva raccolto erano stati aggiunti al file, bench nessuno ce l'a-
vesse comunicato. Non aveva fatto il minimo tentativo di mettersi in con-
tatto con noi. Ormai doveva essere al corrente delle conseguenze di ci che
aveva fatto e probabilmente aveva anche visto cosa stava succedendo nel
bosco. Mi chiesi cosa pensasse.
Il monitor al centro mostrava la mappa. La maggior parte dei puntini era
radunata attorno al furgone delle comunicazioni, ma ce n'erano quattro che
si stavano muovendo in gruppo, a un quarto dell'altezza del monitor.
Gli aggiornamenti erano quasi dolorosi: per vari secondi, l'immagine era
fissa. Poi, dopo un guizzo improvviso, c'era un aggiustamento della posi-
zione dei furgoni. L'avanzata era tormentosamente lenta, per almeno ci
stavamo muovendo nella direzione giusta.
Nel frattempo, osservavo il quadro: un viso dipinto nei toni del verde e
marrone, ridotto a blocchi di colore. Se si evitava di metterlo a fuoco, ave-
va un senso; tuttavia, non appena si cercava di cogliere i particolari, l'im-
magine sembrava svanire. Era realizzato splendidamente, ma il contesto lo
rendeva spaventoso. Quel viso pareva sul punto di urlare, di frantumarsi, di
dissolversi in una specie di nebbia.
Ricordai il dialogo che avevo avuto con Scott.
Ho preso una settimana di ferie e stavo facendo una cosa al computer.
Una rielaborazione artistica d'immagini fotografiche.
Ah, s, giusto. Lei  un artista, vero?
No.
Per quel quadro era bello, pensai. Non capivo perch fosse cos reticen-
te nel riconoscere il proprio evidente talento. Eppure, pi lo guardavo, pi
sembrava emergere il dolore che conteneva. Sar anche stata la mia imma-
ginazione, tuttavia mi pareva sempre pi un grido di dolore. Aiutatemi!
La mappa guizz di nuovo sul monitor. I punti si muovevano con atroce
lentezza.
Stavamo facendo del nostro meglio.
Non appena ero rientrato nel nostro ufficio di fortuna, avevo riaperto la
finestra di collegamento con la squadra comunicazioni distaccata nel bo-
sco. Temevo d'incappare in Hunter, e non avevo la pi pallida idea di cosa
avrei detto se fosse successo. Invece era stato Mercer a rispondere.
Aveva ancora un'aria esausta, ma il miscuglio di adrenalina e di aria ge-
lida gli aveva restituito un po' di vita.
Sono arrivato adesso. Aveva guardato fuori campo, frustrato. Hunter
non c' ancora, per sono tornati tutti alla base. Ha davvero sospeso le ri-
cerche. Fra l'altro, tutti sanno gi che ha preso il comando, per nessuno ne
ha parlato con me.
Capisco.
Pete sta bene, comunque.  gi qualcosa.
S, l'ho sentito. Stavamo cercando nella zona sbagliata, signore.
Quello aveva catturato la sua attenzione. Si era messo a fissare la tele-
camera. Dimmi.
Ho appena parlato con Scott. Mentre usciva dal bosco, ricorda di aver
attraversato un fiume, non lontano dal posto dov'era imprigionato.
L'attenzione di Mercer si era di nuovo appuntata su qualcosa che si tro-
vava fuori campo. Probabilmente stava guardando la mappa. L'avevo fatto
anch'io. Ed era stato allora che l'avevamo visto, nel medesimo istante.
L.
Una piccola area appena a nord del fiume. Difficile distinguere i dettagli
sulla scala ridotta del monitor, per sembrava formata da una radura e da
una manciata di piccole costruzioni. Ci avevo cliccato sopra per ottenere
qualche notizia. Non che ci fosse granch, ma il testo parlava di una minu-
scola fattoria e di edifici usati come ripari per gli animali.
Avevamo trovato Jodie.
Come sta Scott? aveva chiesto Mercer.
Bene, credo. O comunque star bene se troveremo Jodie in tempo.
La troveremo. Inserisci subito i dati nel sistema: devo occuparmene
prima che arrivi Hunter.
Ci sar qualcuno ad accompagnarla?
Qualcuno verr.
Mi aveva fissato. Per la prima volta nell'intera giornata, mi ero assicura-
to la sua totale attenzione. Grazie, Mark.
Non c' di che. Faccia attenzione.
Ma lui se n'era gi andato.
Avevo ridotto a icona la finestra, caricando poi il video del mio ultimo
colloquio con Scott, o almeno l'ultimo di quella notte. Nei giorni seguenti
ce ne sarebbero stati sicuramente altri. Se non altro, mi auguravo di poterlo
trattare un po' meglio. Comunque, a quel punto, Jodie sarebbe stata in sal-
vo.
Ormai  fuori dal tuo controllo, avevo pensato.
In effetti lo era, ma sapevo che il sollievo non dipendeva solo da quello.
Parlare con Scott era stato come confessarmi, come cancellare una menzo-
gna che mi aveva macchiato la coscienza per troppo tempo. Adesso me
n'ero sbarazzato. Una parte di me era ancora indolenzita, per almeno mi
ero liberato dal carico che mi aveva oppresso, aumentando il dolore. La fe-
rita poteva prendere un po' d'aria.
Avevo cercato di rievocare Lise, ma non ci ero riuscito, non del tutto. La
sua espressione restava nell'ombra. Adesso, tuttavia, potevo finalmente az-
zardare una speranza su quello che avrei visto. Potevo immaginare che lei
sorridesse.
A intervalli di pochi secondi, l'immagine si aggiornava e i puntini avan-
zavano di pochi millimetri.
Non erano neppure a met strada.
Avevo bisogno di distrarmi, cos tornai allo scambio di e-mail che Greg
aveva trovato sul computer di Scott e Jodie.
A causa del rapporto che avevo stabilito con Scott, era triste e quasi im-
barazzante ficcare il naso in dettagli cos privati. Pensieri e messaggi inti-
mi erano diventati semplici prove, prove importanti. Le e-mail dimostra-
vano il collegamento tra Jodie e Kevin Simpson, e fornivano anche un
quadro della relazione tra Scott e Jodie.
I loro problemi personali facevano parte del caso.
La vittima era la loro relazione.
Feci scorrere le e-mail, aprendole una alla volta per controllare il conte-
nuto.
La prima era di Kevin. Esitante, amichevole:
Volevo solo sapere come stai .  strano che tu sia scomparsa
completamente dalla mia vita. Lo capisco, per mi sembra strano.
Se non vuoi o non puoi rispondermi, non importa.
Forse era un po' stupido, per quelle parole mi diedero un certo conforto.
Il messaggio risaliva a poco pi di un mese prima, e faceva pensare a qual-
cuno che cerca di ristabilire un contatto dopo una lunga assenza. Ovvia-
mente la durata della loro relazione non aveva la minima importanza, ma
ero contento per Scott che non fosse andata avanti per gli ultimi due anni.
A giudicare dalle date, Jodie aveva lasciato passare pi di una settimana
prima di rispondergli. La immaginavo che soppesava la situazione, valu-
tando se fosse il caso di rispondere o di lasciare le cose come stavano. In-
fine aveva scritto:
Sto bene. Me la cavo. In effetti, procede tutto come sempre, nien-
te di particolare. Continuo a detestare il lavoro. A proposito come
vanno i nostri affari? Ah, ah, ah.
La CCL, la societ che avevano fondato insieme e che Jodie aveva ab-
bandonato per salvare il suo rapporto con Scott. Le e-mail successive ri-
guardavano soprattutto l'azienda. I due si aggiornavano a vicenda su quello
che era successo nel frattempo. Gli affari andavano bene, a quanto diceva
Simpson.
Adesso ho sedici dipendenti. Ci crederesti? Sono un dirigente!
Senz'altro ricorderai che non riuscivo a dirigere neppure me stes-
so.
A suo credito, andava detto che Jodie riusciva a mantenere un tono cor-
tese nelle risposte, anche se di certo soffriva nel vedere che lui stava por-
tando al successo senza di lei l'azienda che avevano messo in piedi insie-
me. Forse stava solo cercando di rassicurarsi. In un'e-mail scriveva:
Sono orgogliosa di come sei riuscito a ingrandire il giro d'affari.
Per avresti potuto fare ancora meglio se fossi rimasta anch' io...
E c'era la risposta di lui.
Non ho mai desiderato che te ne andassi. Ti ho anche chiesto di
non farlo, ricordi? Anzi direi che il termine esatto  implorato...
Ma lasciamo perdere.
Proseguendo nello scambio di e-mail, l'iniziale cautela di Jodie pareva
allentarsi. Dopo aver fatto i vaghi per un po', avevano cominciato a rilas-
sarsi entrambi. Jodie sembrava sollevata di poterne parlare, e i messaggi
erano diventati pi lunghi e pi frequenti. Il suo implicito rimpianto per
aver lasciato la CCL era infine emerso con chiarezza non appena lei aveva
cominciato a sbottonarsi sulla sua vita privata. Me la cavo, aveva detto
all'inizio, ma nei messaggi successivi aveva evitato di ripetere quella bugi-
a.
Detesto il mio lavoro. Non faccio altro che inserire dati dalla mat-
tina alla sera e per questo dubbio onore mi pagano una miseria.
D'altra parte, non c' altro che vorrei fare. Sembra tutto cos noio-
so e inutile. Fra poco avr trent'anni e non ho combinato niente.
Quel commento - Non ho combinato niente - spiccava su tutto il resto e
quasi riassumeva il tono dei messaggi pi recenti. Jodie si esprimeva come
se avesse ormai rinunciato a tutto ci che era davvero importante per lei. E
non era sicura che le poche cose rimaste valessero il sacrificio.
Leggendo, c'ero rimasto male per Scott. Inevitabilmente, nel corso di
quella nottata, avevo finito col sentirmi molto vicino a lui. Invece dovevo
sforzarmi di mantenere un certo distacco, per comprendere i sentimenti di
Jodie.
Potevo immaginare come si sentiva. La scappatella con Simpson era sta-
ta un terribile errore, che lei avrebbe fatto carte false per cancellare. All'i-
nizio, rinunciare all'azienda doveva esserle sembrato un ben misero sacri-
ficio. Ma poi era passato del tempo. E, adesso che quel vecchio errore era
ormai dimenticato e perdonato, lei continuava a pagarne le conseguenze.
Rinunciare a qualcosa d'importante significa trascorrere poi ogni giorno
della vita senza di esso. Insoddisfatta del lavoro e della vita, Jodie proba-
bilmente si sentiva punita in eterno per un crimine ormai cancellato.
A un certo punto, Simpson le aveva chiesto:
Come va con Scott?
L'aveva buttata l, in chiusura di un'e-mail: una semplice domanda fra
tante altre. Ma Jodie l'aveva subito puntata, come se le altre cose non fos-
sero che rumore di fondo, utile soltanto a offuscare il vero argomento della
conversazione. Ma forse ero io che ci davo troppo peso. Quando riconside-
ri una faccenda a posteriori, sapendo com' andata a finire, tutto sembra
gi scritto.
Cos aveva risposto:
Scott sta bene. Tira avanti come al solito. Non se ne accorge
nemmeno. Ma con lui non ne posso parlare e, anche se potessi,
non saprei che dire . Non so cosa c' che non va. Forse  solo un
problema mio, tuttavia non so neppure pi chi sono.
Non dovresti dire una cosa del genere. Lo ami?
A quel punto, c'era stata un'interruzione nello scambio di e-mail. Poi i
due avevano ripreso, arrivando fino a un messaggio al giorno. Ma c'era vo-
luta quasi una settimana prima che Jodie rispondesse.
Credo di amarlo ancora.  soltanto che non amo nient'altro. Sono
stufa di tutto. La mia vita sembra vuota. A meno che non cambi
qualcosa, continuer cos per sempre e, se ci penso, non posso far
altro che andarmene a letto, perch non ce la faccio pi ad affron-
tare il mondo. Ma, quando mi alzo,  tutto come prima.
Quel messaggio era stato inviato meno di una settimana prima, e la ri-
sposta di Simpson era dello stesso giorno.
Sembri cos infelice, Jodie, e mi dispiace. Vuoi che ci vediamo,
uno di questi giorni? Solo come amici, lo prometto: ormai  un
capitolo chiuso. Potresti passare da me. Ti offro un caff e fac-
ciamo due chiacchiere. Talvolta aiuta trovare un paio di orecchie
amiche per sfogarsi un po' . Da parte mia, cercher di darti tutti i
buoni consigli che posso. Non ho particolari impegni.
Leggendo quelle parole avvertii una strana sensazione e mi ritrovai a fis-
sare il monitor con tale intensit che la stanza attorno a me parve sbiadire.
Aggrottai la fronte e mi appoggiai allo schienale. C'erano ancora un paio di
e-mail. La prima era di Jodie.
Okay. Credo di volerti rivedere. Mi fa star male, perch dovr
mentire a Scott, ma sono convinta che mi farebbe bene. Non so.
Puoi prendere un giorno libero domani? Sono sicura che qualcuno
dei tuoi cento schiavetti potr difendere il forte al tuo posto! Po-
trei darmi malata e venire da te. Va bene?
E poi un'ultima e-mail di Simpson.
Certo che posso. Sar a tua disposizione fin dal mattino, perci
vieni quando vuoi . Se non sento nient'altro, ti aspetto, ma non
stare a preoccuparti se non ce la fai. La macchinetta del caff 
pulita e pronta! Spero di poterti essere d'aiuto. Abbi cura di te .
Kevin x.
Controllai il file, in caso me ne fosse sfuggita qualche altra. Era tutto.
Nel corso dell'indagine, un sacco di cose erano state date per scontate,
per esempio che Jodie e Kevin fossero amanti, ma in effetti non c'erano
prove; lo avevamo dedotto soltanto dalle parole del killer nella registrazio-
ne e dal fatto che Jodie aveva passato la giornata a casa di Kevin.
Le e-mail non davano nessuna conferma. L'ultimo messaggio di Jodie
poteva dare adito a sospetti, se preso fuori contesto, e forse per quello il
killer aveva deciso di mostrarlo a Scott. Inserito nello scambio di e-mail,
invece, era pi innocuo di quanto sembrasse. Per quanto ne sapevamo, il
loro incontro poteva essere stato del tutto innocente, come le e-mail indu-
cevano a pensare. Forse Jodie era andata a trovare Kevin soltanto per di-
scutere dei propri problemi con un vecchio amico che conosceva tutti i re-
troscena.
Qualcosa m'innervosiva. Avevo la sensazione che fosse qualcosa d'im-
portante, per non riuscivo a individuarlo. Rilessi le e-mail, partendo dalla
pi recente. Kevin:
Vuoi che ci vediamo, uno di questi giorni? Solo come amici, lo
prometto: ormai  un capitolo chiuso... Non ho mai desiderato che
te ne andassi... Direi che il termine esatto  implorato... Ma la-
sciamo perdere.
No, non lasciamo perdere, pensai. Perch l'hai implorata di non andar-
sene?
La risposta mi si present un secondo pi tardi, attraverso la voce del
killer.
Tu credi di amarla... Non  vero?
D'un tratto, compresi che, per Jodie, quello che era successo due anni
prima era stato un semplice passo falso, un errore dovuto all'alcol. Ma per
Kevin Simpson era stato molto di pi. Loro due erano stati prima compa-
gni di universit e poi colleghi. Non gli era bastato. Perci era successo
esattamente quello che lui voleva.
Sistemai l'idea con delicatezza e, con un brivido maligno, vidi che s'in-
castrava perfettamente. Tuttavia non ero ancora sicuro del quadro che sta-
vo costruendo, e me ne restai seduto tranquillo, lasciando vagare i pensieri.
Dopo qualche istante, aprii la foto della ragnatela trovata a casa di Simp-
son. Se Mercer aveva ragione, quello era il modo in cui il killer vedeva la
relazione tra Kevin e Jodie. In altre parole, era quella la sua vittima. Ma,
se avevo ragione io, non c'era nessuna relazione o almeno non una relazio-
ne riconosciuta da entrambi. E non era l'unica differenza rispetto ai delitti
precedenti. C'era la natura stessa del gioco: Jodie non era stata costretta a
soffrire per poter salvare Kevin. In effetti, non aveva mai saputo che ci
fosse la possibilit di una scelta.
Avevo sempre pensato che il 50/50 Killer torturasse la persona che po-
teva scegliere sino a farle cambiare idea, attraverso il dolore che provava o
attraverso il senso di colpa e la sofferenza del suo compagno. Ma l, nono-
stante le torture, non c'era stato nessuno scambio, nessuna opportunit di
prendere una decisione o di sostituire la vittima. Perch? Erano state le dif-
ferenze nella relazione tra gli individui coinvolti a determinare il cambia-
mento del gioco? Cercai di sviscerare le possibili implicazioni: cosa stava
macchinando?
Con la coda dell'occhio, colsi il fremito del monitor. I puntini si muove-
vano ancora, un progresso lento, ma sempre costante. Avevano appena su-
perato la met del percorso.
Ignoralo.
Impressioni e idee mi vorticavano nella mente. Avevo bisogno si fer-
massero quel tanto che bastava per vederle. Soffregandomi il mento, vacil-
lando sull'orlo della comprensione, tornai a fissare la ragnatela.
4 dicembre, ore 6.20
1 ora all'alba
Jodie
Attenta
Si fece girare goffamente l'auricolare tra le dita. Le sue mani erano inti-
rizzite da un gelo intenso, che l'avrebbe ostacolata persino senza le manet-
te. Oltretutto, nella semioscurit, non riusciva quasi a vedere quello che fa-
ceva.
Le pulsazioni erano irregolari. Una timida eccitazione le si era accesa
dentro e lei doveva resistere all'impulso di gridare o di ridere forte.
Da quando le era venuto in mente, le sembrava di non agire abbastanza
in fretta. L'uomo l fuori poteva svegliarsi da un momento all'altro. In ef-
fetti, lei avrebbe voluto tornare indietro e dare un bello scrollone a quella
Jodie che era rimasta raggomitolata su se stessa ad ascoltare la musica, in
preda al senso di colpa, alla paura e all'impotenza. Forse lui dormiva da
ore. Aveva perso un sacco di tempo a sentirsi inerme e terrorizzata. Ma i
rimpianti erano inutili.
L'auricolare era come un sassolino ovale. Se lo fece scorrere tra le dita.
Di solito se lo infilava nell'orecchio e l restava. I fili formavano una Y,
con un braccio leggermente pi corto dell'altro. E in fondo c'era lo spinotto
che s'infilava nell'iRiver.
Quello l'aveva gi sfilato, mettendo da parte l'unit principale. Poi si era
inginocchiata vicino alle lastre di pietra in fondo allo stanzino e, stringen-
do il tratto di filo pi corto, lo aveva fatto scorrere avanti e indietro sul
bordo pi affilato che aveva trovato, tagliando la plastica e il filo elettrico
all'interno, fino a staccare l'estremit dell'auricolare.
Adesso, accoccolata vicino alla porta, aveva in mano circa un metro di
cavetto robusto con una solida voluta di plastica in fondo.
Sbirci attraverso la fessura della porta. L'uomo sembrava immobile.
Era ancora disteso nello stesso punto, apparentemente addormentato. Ap-
parentemente. Non poteva esserne certa, perch il viso restava nascosto.
Forse stava solo fissando il fal, perso nel guizzare delle fiamme. O forse
stava aspettando che lei tentasse qualcosa del genere.
'Fanculo anche lui.
In un modo o nell'altro, lo avrebbe scoperto presto.
Continua e non pensarci, le disse la voce.
Il tono era decisamente pi fiducioso, e a ragione. Quando Jodie si era
afflosciata sul sedile di fortuna, la voce aveva continuato a rassicurarla che
non era finita, che doveva riflettere su quello che sapeva. Che, se pure era
convinta che non ci fosse nulla da ricordare, forse aveva torto. Magari c'era
qualche dettaglio al quale non aveva pensato. Una falla nel piano dell'uo-
mo, un'opportunit per lei. La sua vita dipendeva da quello.
Anni prima, Jodie aveva visto una trasmissione sui serial killer. Ce n'era
uno - non ricordava il nome - che rapiva le sue vittime e le tratteneva per
molto tempo. Col passare dei giorni, diventavano arrendevoli, sottomesse,
disposte a fare qualsiasi cosa pur di compiacere il loro aguzzino, anche se
l'esito non cambiava mai. Il poliziotto intervistato nel corso del programma
aveva raccontato con molta calma che, in una delle foto ritrovate, si vede-
va una delle vittime - non legata, senza niente a trattenerla - che se ne stava
seduta e sottomessa, con un pollice del killer infilato nell'orbita. Col cazzo
che lei voleva fare quella fine.
Perci aveva ripensato a ci che era successo, a ogni minimo dettaglio.
Il terreno abbandonato.
Il tragitto nel furgone.
Lo scivolone e la quasi caduta.
Rinchiusa l dentro.
Scott che urlava.
A quel punto, si era interrotta, convinta di aver perso qualcosa per stra-
da. Era tornata indietro.
... Rinchiusa l dentro. Aveva a che fare con quello. Aveva fatto del suo
meglio per ripercorrere ogni impressione, ma non aveva raccolto altro che
un pugno di vaghe sensazioni. La voce le aveva detto di analizzare tutto, e
lei l'aveva fatto. Dov'era andata, adesso che le serviva?
Si era concentrata febbrilmente, cercando di ricordare.
La risposta le si era presentata davanti di colpo. Si era subito mossa ver-
so la porta, si era inginocchiata sulla pietra gelida e aveva cominciato a
cercare lungo i bordi. Adesso non le interessava pi il buco nel legno.
Jodie tastava vicino a esso, poco pi in basso.
La risposta stava in quello che non riusciva a ricordare.
Nessun lucchetto, nessuna catena, eppure la porta era chiusa, in qualche
modo.
Eccolo. Non riusciva a infilare il dito nella fessura tra la porta e lo stipi-
te, per toccarlo, ma la luce delle fiamme gliene aveva mostrato la sagoma.
Una sottile linea scura. Il gancio.
Il cuore le batteva pi forte.
Rimase accoccolata per qualche istante, a isolare quel ricordo. Si era
chinata per infilarsi goffamente nel ripostiglio. Che altro? Poco a poco re-
cuper il ricordo di ci che aveva visto mentre entrava.
Un anello di metallo arrugginito assicurato alla pietra. Un vecchio gan-
cio sulla porta.
L'eccitazione sal.
Diede un'ultima occhiata attraverso il buco, per assicurarsi che l'uomo
non si fosse mosso. Era ancora nello stesso punto, dormiva ancora. Ora o
mai pi.
Con cautela - con grande cautela -, Jodie infil l'auricolare nel buco del-
la porta. La porta era spessa, ma il buco era grande abbastanza per farci
passare il dito indice, che lei us per spingere l'auricolare dall'altra parte.
Una volta uscito quello, spinse anche il cavo. Era un procedimento lento.
L'auricolare s'impigli nella superficie scabra del battente esterno, il filo si
allent. Ma lei continu a spingerlo fuori e, alla fine, la tensione e il suo
stesso peso liberarono l'auricolare. Sbatt leggermente contro la porta. Lei
sussult.
Continua.
Altro filo.
Jodie teneva stretta l'estremit del cavo, quella dello spinotto. Quando
ebbe fatto passare quasi tutto il filo, premette anche il viso contro la mano,
cercando di vedere qualcosa attraverso il buco.
L'uomo era sparito.
No!
Continu a guardare, incredula. C'erano soltanto il fuoco scoppiettante e
la coperta stropicciata su cui lui si era disteso. Era troppo tardi.
Calmati. Pensa.
D'accordo, si disse. Le impronte: dovevano essere visibili, sulla neve.
Nessuna traccia in quella direzione, perci di sicuro non aveva visto il filo
che sbucava dalla porta. In tal caso, non le sarebbe gi piombato addosso?
Una serie d'impronte fresche andava invece a sinistra, nella direzione
opposta all'edificio in cui era stato imprigionato Scott, cio verso il bosco.
Nessun'altra traccia. Ovunque fosse andato, si era allontanato.
Rimase in ascolto. Niente.
Si  svegliato e si  infilato nel bosco.
Lentamente, Jodie cominci a recuperare il filo. L'auricolare era incur-
vato e somigliava vagamente a un gancio. Se poteva restare incastrato
nell'orecchio, allora forse...
Il filo rimase bloccato. Lei respir a fondo e si augur di avere buona
memoria. La porta non era chiusa da un paletto, vero? Tir pi forte.
Per un attimo non accadde niente. Poi ci fu un lieve stridio di metallo
vecchio, mentre il gancio si sollevava. Jodie spinse la porta, che si apr.
S!
Usc incespicando. Lo spazio aperto fu uno shock, ma anche un regalo.
Il cuore le batteva forte. Ora che aveva riconquistato la libert, doveva fare
di tutto per mantenerla.
La radura era pi piccola di quanto si fosse aspettata: una quindicina di
metri la separava dalla linea degli alberi sul lato opposto. Anche il fuoco
era pi vicino del previsto. Il suo calore la riscald subito.
Sulla destra, c'era un'altra costruzione di pietra. A sinistra, le impronte si
dirigevano verso gli alberi. Oltre il margine degli alberi c'era solo oscurit.
Il bosco era tranquillo, a stento si sentiva qualche rumore. Soffiava una
lieve brezza, che agitava le fiamme e le ghiacciava la pelle.
Il fuoco scoppiett.
Scappa.
Ma non poteva scappare. Nell'altro edificio, Scott poteva essere ancora
vivo. E, anche se non lo fosse stato, lei non poteva comunque lasciarlo l.
Lo amava. Doveva prendersi cura di lui, adesso che ne aveva la possibilit.
Jodie si diresse verso il fuoco. Un mucchietto di legna ardeva ancora, al
centro. Lei frug tra la cenere lungo il bordo e pesc un pezzo di legno, poi
lo lasci cadere. Quindi ne prese un altro.
Quello andava bene. Era largo quanto il suo polso e lungo circa mezzo
metro, solido e aguzzo. Un'estremit era annerita, e in alcuni punti ardeva
ancora, con un bagliore rossastro.
Liquido infiammabile, pens.
Eccola, seminascosta dietro una delle colonne di pietra. Ci gir attorno
con cautela e raccolse la latta: ancora mezza piena.
Fu allora che lo vide e s'immobilizz.
L'uomo con la maschera da diavolo era fra gli alberi alla sua sinistra, a
una decina di metri. Aveva il coltello in mano e la fissava. Anche attraver-
so la maschera, Jodie intu che era rimasto turbato nel vederla libera.
Lei si alz lentamente, con la latta in una mano e col tizzone di legno
fumante nell'altra, muovendosi goffamente per via delle manette che la
obbligavano a tenere le mani accostate.
Lui non disse nulla. Mosse un passo esitante in direzione della radura.
Lei fece un passo indietro, verso l'altra costruzione di pietra.
Scappa.
No, ormai era troppo tardi. Non ce l'avrebbe mai fatta.
E, comunque fosse andata, dopo tutto quello che aveva fatto, non aveva
intenzione di abbandonare Scott.
4 dicembre, ore 6.30
50 minuti all'alba
Mark
Aprii l'immagine della parete di Carl Farmer, e spostai la finestra in mo-
do da allinearla con l'altra foto scattata a casa di Kevin Simpson.
La prima cosa che mi colp furono i versi.
Nello spazio tra i giorni,
avete smarrito il malinconico pastore delle stelle.
La luna  svanita e i lupi dello spazio
avanzano audaci;
l'una dopo l'altra rubano le sue pecore.
Poco prima mi ero interrogato sullo stato mentale dell'assassino, cercan-
do d'immaginare quale fosse la sua visione del mondo e quale filtro gli
permettesse di trasformare una relazione in quelle cose. Non avevamo tro-
vato traccia di quella poesia, quindi ci basavamo sul presupposto che fosse
opera del 50/50 Killer. Era una delle poche illuminazioni sulle sue condi-
zioni psichiche.
Fissai quelle parole. Attorno, le ragnatele dipinte sulla parete erano co-
me trofei.
Lupi dello spazio.
C'era un elemento religioso, bench poco ortodosso. Un elemento che
era anche nella maschera da diavolo: non se ne serviva soltanto per spa-
ventare le vittime o nascondere la propria identit; la usava per quello che
rappresentava per lui. Si considerava un demonio? Una forza maligna
fredda e calcolatrice?
Studiava le coppie per lunghi periodi. Ascoltava e osservava, tracciava
disegni complessi, faceva piani.
Sono i suoi appunti.
Le sceglieva, a una a una.
Alla fine, quando si rivelava, era altrettanto freddo. Il modo calmo e cor-
tese in cui si rivolgeva alle vittime: rassicurandole persino, mentre le feriva
e le bruciava; nessuna emozione, nessun piacere dalla tortura e dal dolore.
Nessun elemento sessuale. Non gli importava delle persone. Non ce l'ave-
va con loro, ma con la relazione che le univa, e i metodi che usava non e-
rano che il mezzo per raggiungere il suo scopo, per ottenere da loro ci che
voleva.
Fissai il monitor.
Per ottenere da loro ci che voleva...
Molti degli schizzi - e persino i disegni finali delle ragnatele - erano
completi, intatti. Le linee non avevano interruzioni, non c'erano croci n
sbavature. Ma, quando finiva con le sue vittime, i disegni venivano rovina-
ti. Quindi non portava via con s la relazione: la lasciava a penzolare sul
muro, distrutta. Quello che portava con s era la differenza tra il prima e il
dopo.
Portava via l'amore.
Rimasi immobile, sperando che l'intuizione giusta arrivasse.
Ecco la ragione della scelta. La tortura aveva lo scopo di obbligare uno
dei due componenti della coppia ad abbandonare l'altro. Poi il partner ri-
masto veniva torturato psicologicamente e fisicamente, cos da morire nel-
la piena consapevolezza che era stato l'altro a condannarlo a subire quel
tormento. Reardon isolava quello che avrebbe infine ucciso e strappava
l'amore dalla sua coscienza. Distruggeva ogni illusione sull'amore che
quello pensava di possedere, quindi gliela strappava via.
Ecco il perch. Reardon si considerava davvero una specie di demonio.
Ed era convinto di compiere il lavoro del diavolo: cancellare l'amore dal
mondo, un pezzo per volta, trasformandolo in male e accogliendolo dentro
di s. Collezionava il male.
Non avevo bisogno di riaprire il file audio e di riascoltare quel terrifican-
te suono - quel risucchio aspirato - che lui aveva prodotto mentre Kevin
Simpson moriva. Allora avevo ipotizzato che stesse risucchiando tra i den-
ti l'anima di Simpson. Ma soltanto adesso mi rendevo conto che c'ero an-
dato pi vicino di quanto credessi. Il killer era convinto di essersi impa-
dronito dell'amore che Simpson credeva di aver provato per Jodie.
Fa' conto di vederla, adesso. Immaginala che dorme tranquilla tra le
braccia del suo ragazzo.
Il brivido oscuro crebbe dentro di me. Perch il gioco con Kevin Simp-
son era stato cos sbilanciato? Perch lo era anche la relazione tra lui e
Jodie. L'unica persona a possedere quello che il killer voleva era proprio
Simpson. Era lui che amava Jodie, pur sapendo che lei non lo ricambiava.
Jodie lo aveva usato e poi se n'era andata. Lo scambio di e-mail era servito
al killer per farlo capire a Simpson, per trasformare in odio il suo amore, in
modo che lui potesse falciarlo. E, per condurre quel gioco, non aveva avu-
to bisogno di Jodie.
Spero che tu ti renda conto di come sei stato stupido. Di come quella
donna non meritasse tutto ci che hai investito su di lei.
Ecco cosa aveva detto il killer a Simpson, prima di raccogliere i cocci
del suo amore.
Espirai a fatica, mi abbandonai contro lo schienale e mi strofinai gli oc-
chi. Ero sicuro di aver ragione.
Sul monitor, il gruppetto di puntini era arrivato al ruscello. Mercer lo a-
vrebbe raggiunto di l a poco. Se la sua teoria era giusta, avrebbe ben pre-
sto incontrato Reardon, e la semplice idea mi dava i brividi. Comunque
aveva con s quattro agenti esperti, e sapeva quello che faceva. M'illusi di
poterlo spingere con la forza di volont, sperando che arrivasse in tempo.
Per salvare la vita a Jodie. Per impedire a quell'uomo di fare ancora ci che
aveva gi fatto.
Reardon  soltanto un uomo. Non  il demonio.
Dovevo continuare a crederci. Non aveva importanza cosa credeva di es-
sere il 50/50 Killer. In realt era solo James Reardon, un essere dolorosa-
mente umano. Avremmo scoperto ragioni chiare e comprensibili per quello
che faceva. Causa ed effetto. Nessuna giustificazione, solo spiegazioni.
Tenendolo bene a mente, ridussi a icona la foto delle ragnatele, aprii il
file di James Reardon e mi misi a studiarlo, cercando gli schemi tracciati
sotto la superficie.
4 dicembre, ore 6.35
45 minuti all'alba
Jodie
Solo un'opportunit, non le serviva altro, si disse. Le bastava una minu-
scola falla nel piano di quell'uomo, una falla di cui poter approfittare. La
voce l'aveva preparata per tutta la notte, ma, adesso che il momento era ar-
rivato, l'aveva abbandonata, lasciandola nel silenzio.
Jodie non aveva idea di cosa fare. Si sentiva il cervello vuoto.
Arretr verso la costruzione chiusa, e l'uomo con la maschera da diavolo
fece qualche cauto passo verso di lei.
Sta' indietro, gli disse, agitando la latta di liquido infiammabile e fa-
cendone sprizzare sulla neve uno zampillo che tuttavia non arriv neppure
a sfiorare i piedi dell'uomo.
Lui si ferm e tese una mano. Dammela.
Jodie si guard alle spalle, per non fare passi falsi, quindi arretr sino a
sfiorare la porta del ripostiglio. Adesso era l e ci sarebbe rimasta. Non gli
avrebbe mai pi permesso di avvicinarsi a Scott.
L'uomo tenne la mano tesa, come se fosse ovvio che lei gli avrebbe ob-
bedito.
Riacquistato il controllo, Jodie intu che l'uomo era arrabbiato. Di brutto.
Era la prima emozione che gli vedeva esprimere, e pens: Bene, incazzati
pure, brutto stronzo. Lo odiava. Ne aveva paura, per voleva anche fargli
del male per quello che aveva fatto. Ucciderlo, possibilmente. Farlo a pez-
zi. Fatti avanti e vedrai cosa ti aspetta.
La minaccia del liquido e del tizzone acceso poteva bastare a tenerlo
lontano, ma non a farlo rimanere immobile, non senza affrontarlo diretta-
mente.
Lui le gir attorno, cercando di portarla lontano dal fuoco. Le fiamme lo
coprirono per un attimo. Solo la maschera da diavolo rimase visibile... ma
poi rieccolo dall'altra parte, intero.
Movimenti lenti, cauti.
Si ferm sul bordo della radura, e lei si rese conto che le aveva tagliato
la via di fuga. Certo, poteva comunque fuggire verso la citt, ma adesso lui
le era pi vicino. C'erano chilometri e chilometri di bosco, e Jodie avrebbe
dovuto correre con lui alle calcagna. Se prima c'era stata una speranza, a-
desso era svanita.
Continuando a fissare l'uomo, Jodie allung una mano dietro di s e
spinse il battente della porta. Se Scott era ancora vivo e se lei riusciva a ti-
rarlo fuori di l, forse c'era un'ultima possibilit di scappare.
Perch non la metti gi?
Lei fece segno di no.
L'uomo si stava sforzando di mantenere la calma. Torna in quella stan-
za.
Vaffanculo.
Se te ne torni l dentro, possiamo fingere che non sia successo niente,
replic lui, digrignando i denti.
La porta non si apriva. Jodie lanci un rapido sguardo sotto di s - l c'e-
ra il paletto -, poi fiss nuovamente l'uomo.
Che nel frattempo era avanzato di un passo.
La porta era sbarrata. Avrebbe potuto aprirla, ma ci sarebbero voluti
tempo e attenzione e di certo lui non glielo avrebbe permesso. Senza con-
tare che avrebbe avuto bisogno di entrambe le mani.
Non ti far del male, disse lui.
Un altro passo.
 solo un gioco.
Qualcosa le si agit dentro. Sta' attenta, le aveva detto la voce mentre
Scott urlava. Ricorda. Usalo al momento buono. Rammentava ogni terribi-
le istante. La colpa e il dolore, la frustrazione e la rabbia. Tutto, tutto in-
sieme, eruppe in superficie.
Vaffanculo! Si pieg quasi in due per la forza con cui glielo aveva
sputato in faccia. Voleva ucciderlo. Ho sentito quello che gli hai fatto,
brutto stronzo bastardo! Le tremavano le braccia. La punta rovente del
tizzone le danzava davanti agli occhi.
Vaffanculo a me? Adesso l'uomo sembrava pi distaccato. La ma-
schera si contorceva, rivelando i movimenti del viso. Ma tu che ne sai,
maledetta puttana? Tu non capisci perch lo faccio. Tu non sai cosa voglia
dire amare un figlio. Si avvicin di un altro passo.
Lei continu ad agitare il tizzone, ma serv soltanto a sfocare i contorni
delle cose. Lui non la temeva, aveva troppa rabbia addosso.
Tu non sai cos' l'amore.
Jodie gett un po' di liquido sulla punta del bastone, che riprese vita con
una fiammata. Sta' indietro.
Altrimenti?
Fu allora che le si avvent contro, con una mano tesa in fuori e con l'al-
tra che agitava il coltello, avanti e indietro, pronto a colpirla. Lei lo schiv,
piegandosi un poco e quasi cadendo. Scivol di fianco, in direzione del
fuoco, e un po' di liquido infiammabile fin addosso all'uomo. Tiraglielo
addosso. Ammazzalo.
Lui sollev la mano per proteggersi, ma nel contempo men un inaspet-
tato fendente nella sua direzione, tagliando l'aria appena davanti a lei.
Vieni qui, brutta stronza!
Lo odiava. Era una cosa grossa e solida che le veniva addosso. Jodie
continu ad agitare la latta, arretrando verso il bosco.
Ma lui continuava a seguirla, forte e veloce.
Aveva di nuovo abbassato il coltello e le urlava contro rabbiosamente,
cercando di spaventarla, di costringerla a girarsi e a scappare. Cosa che
Jodie avrebbe fatto se avesse dato retta all'istinto. Invece, ricordando le ur-
la di Scott, si ferm e strinse pi che poteva la latta.
Il liquido disegn un'altra parabola verso di lui. Ma l'uomo raggiunse
Jodie e la fece cadere all'indietro.
La ragazza urt il terreno prima ancora di rendersi conto di cos'era suc-
cesso. Le si svuotarono i polmoni. Cerc di gridare, ma non aveva fiato.
Dolore. Panico. Il legno rovente, rimasto incastrato fra loro due, le brucia-
va il viso. Poi, di colpo, l'uomo si gett di lato, e il legno scomparve in-
sieme con lui.
Jodie rimase distesa per qualche istante, troppo scossa dall'urto e dalla
bruciatura per riuscire a muoversi. Poi - Tieni duro! - si costrinse a rotolare
dalla parte opposta. Centimetri di salvezza.
Ma l'uomo stava barcollando verso il bosco. Si stava allontanando da lei.
Aveva il petto avvolto dalle fiamme.
Si prendeva a manate, cercando febbrilmente di spegnere il fregio di
fiamme che splendeva, vivido e giallo, nella luce incerta dell'alba. Invano.
Ormai il fuoco aveva attaccato le maniche, la maschera, i capelli. Strillava.
Era stata lei a farglielo, e ne era felice. I capelli gli presero fuoco come lo
stoppino di una candela.
Jodie si rialz.
Bench fosse in preda alle fiamme, l'uomo aveva ancora in mano il col-
tello. E lei non aveva niente.
Lui si lasci cadere in ginocchio e cominci a rotolarsi nella neve. L'aria
era piena di sibili e crepitii. Mentre le fiamme si spegnevano, dal corpo
dell'uomo si sprigion del fumo.
Scappa.
No.
Jodie attravers goffamente i resti del fal e tir un calcio a uno dei pila-
stri di pietra che reggevano la copertura. Niente. Allora scalci di nuovo,
pi forte. L'uomo, a quattro zampe, ululava di rabbia e di dolore. Un ulti-
mo calcio e tutto croll. Uno stridore metallico, una nuvola di cenere, pol-
vere e scintille di un arancione brillante che schizzavano in aria, riscaldan-
dola.
'Fanculo, pens Jodie, e raccolse una delle pietre, grossa e pesante
all'incirca quanto un mattone.
L'uomo cerc di rimettersi in piedi, ma non ci riusc, e cadde sui gomiti.
Jodie si avvicin, incespicando, stringendo al petto la pietra. Quell'uomo
non avrebbe pi fatto male a nessuno. N a lei n a Scott. Non avrebbe pi
trascinato nessuno nel bosco per torturarlo, e avrebbe pagato per tutto ci
che aveva fatto quella notte.
Avrebbe pagato per tutto.
Jodie sollev la pietra, la tenne sospesa per un attimo...
Aspetta!
... e gliela sbatt con forza contro la nuca. Avvert l'impatto nelle ossa,
pi che sentirlo, perch le riverber nelle braccia. Quasi immagin il cer-
vello che sobbalzava nel cranio fracassato. Subito dopo, lui era lungo di-
steso nella neve. Floscio e vuoto e andato. Non c'era sangue.
Fallo di nuovo. Devi essere sicura.
Ferma!
Chi aveva parlato? si chiese.
Di colpo, su di lei ci furono delle mani che la trascinavano via.
Lott, si volt e cerc di colpirli. Lasciatemi!
Ma erano troppo forti; qualcuno le serr le braccia attorno al corpo in
una specie di abbraccio da orso, e la sollev di peso. La pietra le cadde di
mano, nella neve.
Va tutto bene, le disse qualcuno. Va tutto bene, siamo della polizia.
Jodie continu a scalciare e a scuotere furiosamente la testa mentre la
portavano via di peso. Attraverso le lacrime, vide un uomo, con un grosso
cappotto nero, che s'inginocchiava accanto all'individuo steso a terra. Poi
la fecero girare dall'altra parte. C'erano anche altri uomini nella radura.
Poliziotti. Uno di loro si avvicin, reggendo una grossa coperta.
Calmati.
L'uomo che la tratteneva, la pos delicatamente a terra e prese la coperta
dalle mani del collega. Jodie tremava ancora, ma se la lasci appoggiare
sulle spalle. Poi si volt e si afflosci contro il poliziotto.
Lui la sostenne e, per tranquillizzarla, le sussurr parole gentili che lei
non riusc neppure a distinguere.
Il tizio accanto al corpo disse:  lui.
Il poliziotto la strinse anche pi forte. Se non fosse stato per quell'uomo,
sarebbe gi crollata a terra, pens Jodie. Ma continuava a tremare.
Poi ricord di colpo. Scott! mormor, cercando di allontanarsi dal po-
liziotto.
Va tutto bene. Lui la lasci andare e abbass gli occhi per guardarla in
faccia. Scott  salvo.  in ospedale.  stato lui ad aiutarci.
Jodie era confusa. All'ospedale? Come fa a essere in ospedale? Non a-
veva senso. Perch mai quell'uomo l'avrebbe lasciato andare? Guard ver-
so l'altra costruzione, quella all'estremit opposta della radura. Per la prima
volta, not che c'era qualcosa disegnato sulla porta. Una specie di... ragna-
tela.
Ma...
Va tutto bene, ripet il poliziotto. Pi tardi ti spiegheremo tutto. La
cosa pi importante  che tu sia salva.
Jodie sollev lo sguardo verso di lui. Era anziano e solido e aveva un'a-
ria esausta. Praticamente distrutto. Per uno strano momento, le sembr che
fosse rimasto l con lei per ogni minuto di quella notte.
Dietro il velo di spossatezza, aveva un'espressione quasi paterna. Ma c'e-
ra anche altro. Sembrava sollevato... Sembrava in pace. Jodie si abbando-
n contro di lui. Per il momento era la cosa pi facile.
Lui l'abbracci con tenerezza e sussurr: Ti abbiamo trovato.
4 dicembre, ore 6.48
32 minuti all'alba
Mark
Panico.
Prima ancora di aver riorganizzato le idee e i pensieri, aprii il collega-
mento con la squadra di ricerca e inviai un allarme. Ero certo soltanto di
una cosa: dovevo parlare con qualcuno e farlo con la massima urgenza.
Avevo di nuovo quella sensazione, la sensazione di qualcosa che non an-
dava. Per adesso era cento volte pi forte e focalizzata su qualcosa di
completamente diverso.
Attesi.
L'ufficio-spogliatoio era terribilmente caldo e claustrofobico. Forse lo
era sempre stato, tuttavia era la prima volta che lo sentivo minaccioso. Le
luci al neon ronzavano e il clangore profondo nei tubi continuava a farmi
sussultare. Pensai a tutte le persone che lavoravano in quell'ospedale e a
quanto fossero lontane, in quel momento. Ero solo in fondo a un lungo
corridoio, sbarrato da polverosi fogli di plastica. Continuavo a guardarmi
alle spalle, controllavo gli angoli, la porta.
L'agente Bates impieg un minuto a mettersi davanti alla telecamera.
Sembrava stanco, ma era anche rosso in viso ed eccitato, e attacc a parla-
re prima ancora che potessi dire qualcosa. Signore, l'hanno trovata!
A un certo livello di coscienza ne presi nota, ma per il resto misi da parte
la notizia. C' Hunter?
 tornato in ufficio. Per niente contento.
Mi ascolti con molta attenzione. Deve far muovere gli uomini nel bo-
sco. Voglio che ristabilisca subito il cordone lungo la strada.
Lui aggrott la fronte, forse pensando che non avessi capito. Ma l'han-
no preso. Il sergente Mercer ha chiamato alla radio. Hanno la ragazza e
hanno preso il rapitore. Perch ci serve il cordone?
Perch glielo dico io! Controllai la mappa. Lo faccia subito. A est e
ovest, fin dove possono arrivare. Mi assumo io la responsabilit. Devono
assicurarsi che nessun altro esca da quel bosco. Lo faccia immediatamen-
te, poi torni da me.
S, signore.
E piantala di chiamarmi signore. Ma se n'era gi andato, spronato dall'a-
sprezza nella mia voce.
Strano: dentro di me ero in preda al panico, ma in superficie ero tran-
quillo ed efficiente. Per ora, la mente razionale aveva preso il sopravvento.
Pensaci bene, mi diceva. Respira con calma.
Nuota pi che puoi.
E non voltare le spalle a quella cazzo di porta.
Almeno l'avevano trovata: era gi qualcosa. Se non altro, Jodie e Scott
sarebbero sopravvissuti, e quella era la cosa pi importante. E probabil-
mente avevano preso il rapitore. Non era detto che ci fosse qualcosa di cui
preoccuparsi.
Comunque ristabilire il cordone non avrebbe fatto del male a nessuno.
Sinch non fosse stato tutto finito, ero assolutamente determinato a non
permettere a nessuno di lasciare quel bosco. Nessuno. In realt, non ero af-
fatto tranquillo. Tremavo. Mi sembr che un buco enorme mi si aprisse nel
petto. S, che c'era qualcosa di cui preoccuparsi. Si sarebbe potuto chiama-
re un salto improvviso da A a D. Mercer avrebbe capito.
Guardai la porta.
'Fanculo.
Il modo migliore di affrontare la paura  levarsela subito di torno. Bates
era occupato a ristabilire il cordone, perci io ne approfittai per andare ver-
so la porta, girarci attorno, e poi schizzare fuori, nel corridoio.
Nessuno in vista. Le luci ammiccavano ancora, ronzando come vespe
contro il soffitto. Il corridoio continuava ad ammiccare.
Reazione eccessiva. Non avevo motivo di sentirmi in pericolo e, davanti
alla porta di Scott, c'era una guardia.
Bates era tornato davanti al computer. Sono per strada.
Bene.
Che altro?
Qui abbiamo tutto sotto controllo. Si sente bene, signore?
S, sto bene.
Ma non era vero.
Il monitor pi lontano mostrava il file di Reardon. Lo stavo leggendo al-
la ricerca d'indizi e di spiegazioni, e la mia attenzione si era concentrata su
un minuscolo dettaglio. Di per s insignificante, forse, per mi aveva col-
pito. Nel corso della recente disputa per la custodia, la corte aveva stabilito
che Reardon aveva piazzato il dispositivo d'ascolto nell'orsacchiotto della
figlioletta. Quando l'avevo letto, mi era sembrato una conferma della sua
colpevolezza.
Per Reardon aveva negato di averlo fatto.
Ci riflettei sopra. Se davvero l'aveva fatto, perch preoccuparsi di negar-
lo? A cosa gli sarebbe servito? Cosa ci avrebbe guadagnato? Certo, era
possibile che fosse stato comunque lui. Ma il dubbio restava. E se fosse
stato qualcun altro?
E, se non era stato Reardon, allora chi?
Sapevamo che il 50/50 Killer si serviva di un equipaggiamento di sorve-
glianza per studiare i suoi bersagli, spesso per lunghi periodi. Possibile che
uno dei suoi congegni fosse stato erroneamente attribuito a Reardon?
Sapevamo che distruggeva le relazioni. Fino a quel momento aveva
sempre preso di mira delle coppie, ma ci non significava che non potesse
allargare il suo raggio d'azione..
Nessuno  in grado di comprendere quanto un padre ami i propri figli,
aveva detto Reardon.
Davanti a me adesso c'erano le foto della parete su cui il 50/50 Killer a-
veva preso i suoi appunti. Diversi disegni erano cos simili tra loro da in-
durci a pensare che fossero schizzi preparatori. Poi, per, mi era venuto in
mente quello che aveva detto a Kevin Simpson nella registrazione: Se ti
pu essere di consolazione, Jodie e Scott sono una delle mie coppie.
Una delle mie coppie.
In quell'istante, dal monitor giunse un segnale: un nuovo rapporto che si
aggiungeva al file principale. L'aria ronz mentre cliccavo per aprirlo.
Era un rapporto della Scientifica, dal bosco. Il furgone era stato control-
lato e dichiarato sicuro, e Simon e la sua squadra avevano potuto esami-
narlo. Quello era il loro rapporto preliminare. Al centro del monitor, cam-
peggiava una foto di quello che avevano trovato. Dipinta all'interno del
furgone c'era una terza ragnatela. Tre in tutto.
Una per Jodie e Kevin. La seconda per Jodie e Scott.
La terza per James Reardon e la sua bambina?
Quando la moglie aveva chiamato Mercer, poco prima che uscisse, lui
aveva lasciato il cellulare sulla scrivania davanti a me. Lo presi e lo riacce-
si. Devo parlare con Mercer, dissi. Subito. Datemi il numero di qual-
cuno della squadra di ricerca.
4 dicembre, ore 6.50
30 minuti all'alba
Jodie
Scott era vivo!
Ed era al caldo in ospedale, pens mestamente Jodie. Mentre attraversa-
va il bosco, avvolta nella coperta, il freddo che la attanagliava sembrava
ancora pi intenso di prima, di quand'era prigioniera. Ma la certezza di es-
sere sana e salva la scaldava quasi come la coperta.
Il poliziotto - John, si chiamava - aveva detto che potevano aspettare l,
vicino al fuoco, che un elicottero sarebbe arrivato a prelevarli, ma lei ave-
va rifiutato. Doveva andarsene da quel luogo, non ultimo per via di lui,
dell'uomo che giaceva laggi. Dopo quello che aveva fatto a Scott, Jodie
era ben contenta di averlo ucciso. Per non riusciva pi a sopportarne la
vista.
Sapeva che quel suo atteggiamento dipendeva dal fatto di essere sotto
shock. Ma anche dal fatto che stava cominciando a scaldarsi. Durante la
notte, il freddo le era penetrato nelle ossa con tale intensit da renderla in-
sensibile al dolore. Adesso si stava scongelando e ci permetteva alla sof-
ferenza e al disagio di rifluire.
Per sei viva, si disse. E lo  anche Scott. Il resto non importa, siete en-
trambi vivi. Smettila di preoccuparti. Smettila di sentirti in colpa per quel-
lo che hai fatto. Siete vivi.
Le sembrava che il suo cuore non potesse sopportare l'esaltazione che le
veniva da quel semplice pensiero. Si sentiva fragile come un uccellino.
Cerc di escludere i pensieri, di concentrarsi sull'atto del camminare. Il
rumore di ogni passo sulla neve ricordava quello di una poltrona di cuoio
che cedeva sotto il peso del suo occupante. La rassicurava. Si stava allon-
tanando da quel posto terribile. Un piede davanti all'altro.
L'agente che la precedeva agitava una torcia, ma ormai era quasi inutile.
Il sole che sorgeva aveva riportato il bosco alla vita, per quanto grigia e
immobile. Sugli alberi, gli uccelli cominciavano a cantare. Era l'alba, un
nuovo giorno.
John stava abbastanza vicino a lei, per poterle parlare. Jodie trovava la
sua presenza incredibilmente rassicurante. Continuava a dirle cose che lei
coglieva solo a met, ma che la calmavano. Forse era stupido, per non po-
teva fare a meno di pensare che la voce sentita per tutta la notte apparte-
nesse a quell'uomo: era piena di dolcezza, conforto e tranquillo incorag-
giamento. Ce la farai. Resisti, mantieni il controllo. Ti trover. E lei l'ave-
va fatto. Quando lui l'aveva abbracciata, Jodie aveva in qualche modo ca-
pito che quell'uomo l'aveva cercata per tutta la notte. Gli si leggeva in viso
che era stato messo duramente alla prova e che si era rifiutato di fermarsi o
di arrendersi. E adesso sembrava in pace con se stesso.
Alle sue spalle, Jodie sent l'improvvisa scarica di una radio. Sussult.
Mercer.
L'uomo si ferm e disse qualcosa nel microfono della ricetrasmittente.
Va tutto bene.
Continuarono a camminare tutti e tre.
Mark, calmati, sent dire a John. Lui  morto e Jodie  al sicuro. 
con noi, adesso. Stiamo tornando.
Bench non avesse quasi ascoltato le prime parole, adesso Jodie si mise
a seguire lo scambio con maggiore attenzione.
Lui fece una pausa, e poi disse: No,  sicuramente lui. Cosa ti fa...
Altro silenzio. Un piede davanti all'altro, continuavano a procedere. D'un
tratto, Jodie avvert una paura irrazionale. Qualcosa non andava. L'avreb-
bero fatta tornare in quel posto, mentre lei aveva bisogno di allontanarsi.
Doveva andare da Scott, dirgli quanto le dispiaceva che...
Abbiamo tre testimoni indipendenti. Qualunque cosa tu abbia in mente,
non c'...
L'agente che apriva la fila si volt a guardare John e poi si ferm. L'i-
stinto di Jodie a proseguire era cos forte che lei and quasi a sbattergli
contro. Si costrinse a fermarsi, cercando d'ignorare la sensazione di allar-
me. Scappa! John era poco pi indietro, immobile, lo sguardo fisso sul ter-
reno, ad ascoltare.
Un altro crepitio. Stavolta veniva dall'agente davanti a lei. L'uomo solle-
v la mano all'auricolare, piegando leggermente la testa. Westmoreland...
Dimmi. Si volt di nuovo verso John. Le scocc un breve sorriso, ma la
sua espressione lo trad. Mentre Jodie lo osservava, il viso di lui sembr
svuotarsi di ogni emozione.
Cristo, mormor, chiudendo gli occhi, e grattandosi la fronte. E ce
n'era un'altra anche al campo. Sulla porta.
Parlano di quell'orribile disegno, pens Jodie. Il disegno simile a quello
dipinto all'interno del furgone che li aveva portati l.
Lott contro l'impulso di mettersi a correre.
Scott. Ho bisogno di vedere Scott.
Signore, disse Westmoreland. C' qualcosa d'importante. Viene dagli
uomini sulla scena.
John tocc il proprio auricolare. Mark, ti richiamo subito.
Si avvicin velocemente. Westmoreland teneva ancora la testa piegata e
ascoltava, annuendo. Hanno trovato un biglietto, signore. Nell'altro edifi-
cio.
Fattelo leggere.
Ditemi cosa c' scritto, per favore.
Westmoreland ascolt in silenzio. Poi cominci: Caro sergente Mer-
cer...
4 dicembre, ore 6.51
29 minuti all'alba
Mark
Continuai a cercare nei file. Ci doveva essere qualcosa che mi sfuggiva.
C'era, senza dubbio. Ero sicuro di aver ragione. Il killer aveva fatto un ter-
zo gioco con James Reardon. Lo aveva costretto ad aspettare nel bosco fi-
no all'alba, per sorvegliare Jodie. Non era una tortura, ma un sacrificio da
compiere, in cambio della vita della sua bambina. Forse, in quel caso, il
50/50 Killer non aveva potuto prendere l'amore da nessuno dei due, ma
Reardon aveva comunque ricoperto un ruolo essenziale nell'insieme del
gioco.
Per anche Mercer era nel giusto: ben tre testimoni indipendenti aveva-
no collocato Reardon nello schema dei fatti. Colin Barnes, il ragazzo di
Amanda Taylor, aveva identificato in Reardon l'uomo che aveva aggredito
lui e rapito la piccola Karli; Megan Cook lo aveva visto entrare nella casa
presa in affitto, appunto, da Carl Farmer; Scott pensava di averlo ricono-
sciuto nell'operaio che si era presentato a casa sua per controllare il conta-
tore, pi o meno un mese prima. Non potevano mentire tutti. Messi insie-
me, creavano loro stessi una ragnatela, con Reardon inevitabilmente in-
trappolato al centro. Perci doveva essermi sfuggito qualcosa.
Aprii la trascrizione del colloquio con Megan. Se il killer aveva seguito
a lungo Reardon, forse aveva usato una sua foto quando si era procurato la
patente e aveva sistemato il covo di Carl Farmer. E magari aveva costretto
Reardon a portare l la maschera, in modo da farlo risultare ancora pi co-
involto.
Proseguii a esaminare il file.
Ecco.
L'ha visto arrivare? avevo chiesto a Megan.
S, ero al telefono, davanti alla finestra.
Non mi aveva detto con chi stava parlando. Per le avevo chiesto per
quanto tempo Reardon si era trattenuto all'interno della casa.
Sono rimasta al telefono giusto un minuto e l'ho anche visto uscire,
quindi non ci  rimasto a lungo.
Solo un minuto. Possibile che, al telefono, ci fosse il vero killer? L'aveva
forse chiamata con una scusa qualsiasi, in modo che lei si trovasse alla fi-
nestra nel momento esatto in cui James Reardon compariva ed entrava in
casa? L'unico avvistamento del 50/50 Killer era stato predisposto per con-
durci verso un falso indiziato? E tutto ci dipendeva dal fatto che, in tal
modo, lu poteva sfidarci, proprio come pensava Mercer, senza neppure
correre il rischio di essere catturato?
D'altra parte, c'erano le testimonianze di Scott e di Colin Barnes. Ovvio
che Scott fosse a pezzi, perci forse non ci si poteva fidare del tutto della
sua memoria, ma Barnes non aveva avuto dubbi: James Reardon lo aveva
aggredito e aveva rapito Karli. E quello non aveva senso, perch tutta la
mia teoria si basava sul fatto che il 50/50 Killer avesse rapito la bambina e
ricattato Reardon.
Di conseguenza, o Colin Barnes si era sbagliato, oppure stava mentendo.
Col cuore a mille, aprii il file del rapimento di Karli Reardon.
Caricai la trascrizione della testimonianza di Barnes. Mentre si apriva,
cercai di trovare una possibile spiegazione. Forse Barnes non aveva pro-
prio visto il suo aggressore, e aveva tratto le sue conclusioni basandosi sui
precedenti con Reardon. Conclusioni plausibili, forse, ma non necessaria-
mente...
Il file si apr e io smisi subito di pensare.
Eccolo sul monitor. Lo fissai per un attimo, incapace di capire quello
che stavo guardando.
Qualcosa era... Non poteva esser vero... Quello...
Il mio mondo and in pezzi.
E, da qualche parte, in un punto lontano dell'ospedale, un allarme co-
minci a suonare.
4 dicembre, ore 6.52
28 minuti all'alba
Scott
Niente pi appartamento. Niente divano comodo su cui sedersi. Niente
Jodie addormentata nell'altra stanza. Il sogno aveva rinunciato a ogni pre-
tesa di abbellire i suoi ricordi; ogni artificio era stato strappato via. Adesso,
mentre dormiva, Scott era semplicemente l, di nuovo nella costruzione di
pietra nel bosco, appollaiato su quello scomodo sedile, rattrappito e tortu-
rato, con l'uomo dalla maschera da diavolo accoccolato davanti a lui.
Non vedi la verit. L'uomo teneva la torcia sotto il mento della ma-
schera, illuminandola. Tu non la ami, non la ami pi.
 un gioco, aveva ricordato Scott a se stesso. Quell'uomo era il diavolo,
e ci voleva dire che mentiva. Jodie non lo aveva imbrogliato. In realt,
nessuna delle cose che lui aveva detto era vera. Non necessariamente.
Ma la prova ce l'aveva davanti - s o no? - e che Jodie fosse infelice era
vero, quindi non ci voleva un grosso sforzo d'immaginazione per pensare
che l'aveva tradito di nuovo. Aveva provato a immaginarlo. Jodie e Kevin.
Kevin e Jodie. S, poteva essere.
La voce dell'uomo si era fatta pi dolce, carezzevole. Di sicuro lei non
ti ama.
Scott aveva scosso la testa.
Poi aveva ripensato a tutto ci che l'uomo gli aveva detto, quella notte. Il
quadro che Jodie non aveva voluto; l'avventura di una notte con Kevin
Simpson; la generale infelicit che permeava la vita di entrambi, ma so-
prattutto quella di lei, ormai da molto tempo. La vedeva mentre cammina-
va su e gi nell'appartamento, come se fosse stato lui a metterla in gabbia.
Che andava avanti e indietro da un lavoro che odiava. Ogni mattina, al ri-
sveglio, era come se un altro pezzetto di lei fosse morto. Vivendo con lui,
la luce di Jodie si stava spegnendo, poco a poco.
Quand'era stata l'ultima volta in cui l'aveva vista sorridere? Non lo ricor-
dava. E Scott l'amava al punto che il fatto di non saperglielo dimostrare, di
farle capire quanto era importante per lui gli spezzava il cuore. Oppure po-
teva anche provare a dirglielo, o a dimostrarglielo, ma non era abbastanza.
Avrebbe fatto di tutto per rimettere le cose a posto.
Dimmi che la detesti, aveva ripetuto l'uomo. Cos il gioco sar con-
cluso. E tutto questo dolore finir.
Non avrebbe detto proprio niente.
E forse ora, anche se lei non sarebbe mai venuta a saperlo, poteva farlo.
No.
L'uomo con la maschera da diavolo l'aveva fissato, implacabile. No?
Scott tremava di freddo. Si sentiva la pelle come morta. E avvertiva tan-
to dolore. Forse stava delirando. Non era pi tempo di pensare. Gli sem-
brava che il suo spirito fluttuasse. L'aveva detto di nuovo. No, io la amo.
L'uomo si era accoccolato sui calcagni, piegando appena la testa. Anche
attraverso la maschera, si percepiva un vaghissimo senso di sconfitta. Va
bene, allora.
E poi Scott si era ritrovato fuori dalla costruzione di pietra. L'uomo ave-
va tagliato la corda che gli teneva le mani bloccate contro le cosce, ma gli
aveva lasciato le manette. Si sentiva le gambe deboli, non riusciva a rad-
drizzare la schiena, bloccata dai crampi. L'uomo gli aveva strappato i ve-
stiti di dosso, gettandoli nel ripostiglio vuoto.
Lasceremo qui anche questi.
Parlava dei fogli che teneva in mano. Li aveva appoggiati con cura sopra
gli abiti di Scott, mostrandoglieli a uno a uno.
Cinquecento motivi per cui ti amo.
Nel vederli, Scott aveva provato un'immensa tristezza. Avrebbe voluto
finire quell'elenco pi di ogni altra cosa al mondo. Sperava che lei avrebbe
capito.
Duecentosettantaquattro motivi completati: mi rendo conto che
non tutto  perfetto, men che meno io, ma continuo a provarci
perch farei qualunque cosa per non perderti .
Si era messo a piangere. Posso vederla?
No.
Ti prego. Ti prego, fammela vedere.
Poi era toccato all'e-mail, solo che lui l'aveva appoggiata al contrario, la-
sciando in vista il retro con la scritta a mano. Scott aveva intravisto la pri-
ma riga - Caro sergente Mercer -, poi l'uomo si era chiuso la porta alle
spalle. C'era stato uno stridio metallico quando aveva fatto scorrere il chia-
vistello.
Perch? aveva singhiozzato Scott. Perch lo fai?
Senza rispondere, l'uomo si era mosso verso il fuoco e aveva preso un
ramo in fiamme. Poi aveva afferrato il cacciavite e indicato il bosco. An-
diamo di l.
Non sapeva dove lo stesse portando; era troppo buio e lui continuava a
inciampare. Ma l'uomo usava il legno in fiamme per spingerlo avanti: glie-
lo premeva contro la schiena nuda, provocandogli fitte di dolore insoppor-
tabile. Scott era terrorizzato, sconvolto. Sapeva come sarebbe finita; le
immagini che gli si presentavano nella mente erano sconnesse, per asso-
lutamente convincenti. L'uomo l'avrebbe fatto distendere prono sul terreno
ghiacciato, avrebbe tirato fuori il coltello e poi gli avrebbe tagliato la gola,
l'avrebbe sgozzato. Poteva immaginare il suo stesso urlo, che si trasforma-
va di colpo in un gorgoglio di terrore, e il sangue che si apriva a ventaglio
sulla neve.
Che effetto avrebbe fatto, morire? Svanire dal mondo?
Scott lo aveva implorato, ma l'uomo era rimasto in silenzio.
Avevano camminato per circa dieci minuti, poi l'uomo gli aveva detto di
fermarsi. Con la punta del cacciavite aveva indicato la base di un albero.
Siediti qui.
Scott si era lasciato andare contro il tronco, le gambe nude allungate da-
vanti a s sulla neve. Bruciavano per il freddo, ma era cos terrorizzato che
non ci badava.
L'uomo l'aveva legato all'albero con due pezzi di corda. Uno attorno al
busto, che gli fermava le braccia. L'altro sopra la bocca: gli teneva indietro
la lingua e bloccava la testa. Quindi gli si era piazzato di fronte, in modo
che Scott non vedesse altro.
Mi hai chiesto perch.
L'uomo si era accoccolato davanti a lui e aveva sollevato la maschera dal
viso, lasciandola appoggiata sulla testa. Era solo un uomo, si era reso con-
to Scott. A parte una terribile inespressivit, la sua faccia non aveva nulla
d'insolito. Poteva essere chiunque.
Sono uno spirito racchiuso in questo guscio. Sembrava che avesse gi
pronunciato quelle parole, come se fossero un copione. Non provo nulla
perch ne sono separato. Quando avr finito, questo corpo cadr, e io flut-
tuer via. Si era chinato in avanti, distendendo le braccia, lasciando che le
fiamme sprigionate dal legno che teneva in mano lambissero il cacciavite.
Lo aveva fatto ruotare.
No, ti prego. Ti prego, non farmi ancora del male.
Allorch questo corpo cadr, rientrer in un altro guscio e continuer la
mia collezione. E poi ricomincer.
Quando l'uomo aveva sollevato il cacciavite dalla fiamma, il panico di
Scott era esploso. Lui era rimasto a fissarlo, orripilato, mentre l'uomo av-
vicinava il cacciavite al proprio viso. Si era infilato la punta nell'occhio e
l'aveva tenuta l. Qualcosa aveva sfrigolato, accartocciandosi, mentre l'uo-
mo faceva ruotare lentamente l'impugnatura e il fumo saliva a spirale verso
la fronte. Quando aveva parlato di nuovo, la sua voce era suonata neutra,
impassibile.
Scott aveva creduto a ogni sua parola.
Finalmente mi sar concesso di portare a casa, dal mio vero padre, la
mia collezione, aveva detto l'uomo.
Scott si era svegliato e, a fatica, aveva aperto l'occhio. O la palpebra si
era gonfiata a dismisura oppure i muscoli erano cos intirizziti che i nervi
non riuscivano a metterli in moto.
Che freddo. Aveva un freddo terribile. Il suo corpo tremava, ma nessuna
sensazione accompagnava il movimento. Aveva solo la coscienza che c'e-
ra. Non appena era stato obbligato a sedersi in quel punto, il freddo l'aveva
come bruciato, ma adesso gli pareva che il suo corpo appartenesse a un al-
tro.
Doveva essere quasi l'alba. Il cielo si stava lentamente rischiarando e in
alto gli uccelli cominciavano a cantare. Ma sembrava tutto cos lontano; il
suo corpo era insensibile, conservava soltanto un minuscolo nucleo di ca-
lore, e anche quello andava scemando. Stava morendo un po' alla volta, a
partire dall'esterno.
Non aveva paura, non pi. Persino il dolore tremendo era diminuito, e
l'adrenalina se ne stava immobile nelle vene, stagnante e congelata. Il cuo-
re aveva a stento l'energia per pulsare.
Almeno poteva chiudere gli occhi, grato per quella tregua, e abbando-
narsi di nuovo. Aveva avuto la sensazione di una brezza contro la pelle, ma
non avrebbe saputo dire se fosse stata calda o fredda. Non aveva importan-
za.
Scott si era lasciato andare. Il mondo era sembrato riluttante a svanire,
ma alla fine lui non era pi riuscito a trattenerlo, ripiombando nel sonno.
Erano tornati i sogni, si erano materializzati attorno a lui, solo che adesso
somigliavano pi a sogni veri. Invenzioni, fantasie.
In uno di essi, Jodie era in piedi alle sue spalle, le mani allungate a fargli
il nodo della cravatta.
Lui aveva sorriso. La amava ancora, nonostante tutto. Era assolutamente
perfetta per lui.
Jodie aveva detto: Non devi andarci per forza, se non ti va.
E poi si era ritrovato su una spiaggia che non aveva mai visto prima. Se-
duto sulla sabbia, guardava le onde, ascoltandone il rumore, mentre si gon-
fiavano per poi frangersi sulla spiaggia. Un rumore dolce e frusciante, che
si ripeteva all'infinito.
Nel sogno c'era anche Jodie, seduta tranquilla accanto a lui, col vento
che le scompigliava i capelli. C'era il sole e tutto sembrava meraviglioso.
Non faceva neppure freddo, non pi. Jodie l'aveva guardato, sorridendo.
Poi gli aveva appoggiato la testa sulla spalla e Scott aveva allungato la
mano per stringere quella di lei.
Ma anche quello aveva cominciato a svanire. Chiudendo gli occhi, lui
aveva ascoltato il rumore del mare che sembrava perdersi in lontananza.
E, mentre Scott moriva, gli sussurrava dolcemente: Ssst...
4 dicembre, ore 6.58
22 minuti all'alba
Mark
Possibile che mi fossi sbagliato?
Mentre correvo lungo i corridoi, urlando alla gente di scansarsi, non a-
vevo paura. Pur essendo disarmato. Pur sapendo, dalla foto di Colin Bar-
nes, che l'uomo con cui avevo parlato tutta la notte non era Scott Banks.
Non avevo paura. In effetti, la mia unica preoccupazione era non arriva-
re troppo tardi. Ma, dall'allarme, sapevo che probabilmente era cos.
Avevo sbagliato? Sapendo di tutte le altre persone che il 50/50 Killer
aveva ucciso, una parte di me era convinta che avrei dovuto pensare a loro,
o almeno al mio lavoro. Mi sarebbe piaciuto credere che stavo compiendo
coraggiosamente il mio dovere senza pensare a me stesso, che stavo cor-
rendo di sopra per fermare quell'uomo prima che riuscisse a fuggire e po-
tesse far del male ad altri.
Nell'ascensore.
Battevo il piede: pi in fretta, pi in fretta.
Dlin. Fuori dalla porta, correre ancora.
Toglietevi di mezzo!
La verit era che non mi stavo precipitando lungo i corridoi per il mio
lavoro, o perch ero preoccupato delle vittime passate e future. Pensavo
invece al mio ultimo colloquio con lui, con Scott, o con Carl Farmer, o con
Colin Barnes. Ricordavo la sua espressione quando gli avevo raccontato di
Lise; rammentavo come mi aveva ringraziato mentre uscivo. Pensavo che
era lui il lupo dello spazio, che faceva a pezzi le relazioni e prosciugava
l'amore dal mondo.
Pi di tutto il resto, continuava a risuonarmi in testa quel rumore. Non
quello della registrazione, stavolta, ma quello del suo respiro lento mentre
gli facevo la mia confessione, mentre lui mi ascoltava raccontare la morte
di Lise, spiegargli che sentivo di averla tradita. E aggiungeva quella storia
al suo raccolto.
Era solo un uomo, dentro di me lo sapevo. Proprio come sapevo che la
quarta ragnatela che Mercer aveva trovato nel bosco non poteva rappresen-
tare Lise e me. Come avrebbe potuto? Le aveva disegnate tutte prima an-
cora di conoscermi. Era impossibile.
Ma, nonostante tutto, era quello il motivo per cui correvo. Perch ero si-
curo che, se non lo avessi preso subito, avrei perso per sempre una parte di
me.
C'era una piccola folla davanti all'ingresso della stanza: infermiere, me-
dici, inservienti... Tutti avevano un'aria impaurita e nervosa. E vedermi ar-
rivare di corsa certo non aiut a ristabilire la calma.
Niente guardia, notai.
Polizia.
Si scostarono, raggruppandosi ai lati della porta.
Non sappiamo cosa sia successo, disse un inserviente.
Una delle infermiere l'ha trovato cos.
Avanzai in mezzo a loro. Fate largo, per favore.
Non vedevo l'ora d'incontrarlo, ma non per quello sarei stato impruden-
te. Mi tenni a una certa distanza dalla porta, cercando di vedere l'interno
della stanza.
Appena oltre la soglia, una donna vestita da infermiera era china sopra
un corpo disteso sul pavimento. La guardia. Dov'era Barnes? Il letto era
vuoto, le coperte gettate da una parte. La finestra era aperta e l'avvolgibile,
rimasto abbassato per tutta la notte, era sollevato a met altezza. L'aria e-
sterna stava lentamente raffreddando la stanza e le stecche di plastica sbat-
tevano contro il vetro.
Entrai, guardandomi velocemente attorno. Nella stanza non c'era nessun
altro. Nessun nascondiglio possibile. Se n'era andato.
Appoggiai una mano sulla spalla dell'infermiera e mi chinai accanto a
lei.
L'ho trovato cos, disse.
Capisco.
Dal tono della sua voce, era evidente che aveva gi controllato eventuali
segni vitali e non ne aveva trovati. Sembrava smarrita.
Le dispiace uscire? le chiesi con tutta la gentilezza di cui ero capace.
Vorrei che mi aspettasse nel corridoio, e si assicuri che nessuno entri nel-
la stanza.  molto importante,
Lei annu lentamente e si alz. C'era del sangue sulle sue mani. Mentre
usciva, se le asciug distrattamente sull'uniforme.
Andai subito alla finestra, tremando. Sul davanzale, sul vetro e anche
sulla corda della tapparella, c'erano tracce di sangue. Guardai fuori, attento
a non toccare nulla. Eravamo sul retro dell'edificio, al primo piano; era as-
sai probabile che fosse saltato gi. Oltretutto le pietre della facciata erano
irregolari, perci avrebbe anche potuto calarsi, sfruttandone gli appigli.
Nessun segno di vita nel parcheggio.
Tornai verso la guardia.
Aveva la testa gonfia e spaccata, e il braccio piegato a un angolo tanto
doloroso quanto innaturale. Mi sembr che la casuale brutalit di cui era
stata vittima fosse ancora pi sconvolgente delle calcolate bruciature a Ke-
vin Simpson. Ci vuole una forza non comune per picchiare a morte una
persona, e Barnes aveva voluto essere certo del risultato. La guardia era
stata ripetutamente presa a calci. Il suo viso era striato di sangue, che si
raccoglieva in una pozza sotto la testa e macchiava il collo dell'uniforme
marrone. C'erano sbavature sanguinolente ovunque, anche alla base del
muro.
Impronte insanguinate di piedi nudi.
Il letto. In terra c'era un mucchietto di bende macchiate. Le coperte era-
no gettate da una parte, ma sulle lenzuola non c'era traccia di sangue, solo
un'infossatura nel punto in cui Scott era stato disteso tutta la notte. Non
Scott, ovviamente, ma Colin Barnes, ammesso che quello fosse il suo vero
nome. Mi sembr di vederlo mentre chiamava la guardia, e quella entrava
nella stanza, chinandosi poi su di lui. Barnes la colpiva forte, un pugno sul
lato della testa, quindi con tutta calma scostava le coperte e si alzava per
completare l'opera. La mia mente costru un turbine di attivit, di violenza:
colpi veloci e brutali, sangue che schizzava ovunque. Mi sembr quasi di
sentire il doloroso tonfo del calcagno nudo sull'orbita.
Non appena aveva finito con la guardia, Barnes era fuggito dalla fine-
stra. Adesso era scomparso, e io l'avevo perso.
Avrei voluto urlare.
La sedia su cui mi ero seduto era rovesciata, dalla parte opposta della
stanza, ma io ero nel punto in cui era sempre stata. In quel luogo, avevo
passato una parte della notte, parlando con quell'uomo, ascoltandolo. Men-
tre lui si serviva di me.
Alle mie spalle, la tapparella sbatacchiava contro la finestra.
Avrei voluto afflosciarmi a terra. Avevo trascorso tanto tempo a parlare
con Scott. Gli avevo raccontato di Lise. E per tutto quel tempo era proprio
lui.
Voleva trovarsi in una posizione da cui poterci osservare e seguire le no-
stre indagini.
I muri erano di pietra.
Una posizione da cui mostrarci quello che voleva, farci andare dove vo-
leva.
Abbiamo attraversato un fiume e poi un sentiero.
Avevamo avuto a disposizione tutti gli elementi per catturarlo, se soltan-
to li avessimo messi insieme nel modo giusto. La risposta era sempre stata
nel file. Mentre lui se ne stava l, nascosto dietro un finto trauma, centelli-
nando le informazioni che ci avrebbero permesso di trovare Jodie prima
dell'alba, in caso non fossimo arrivati prima ad afferrare la verit.
Perch?
La domanda mi si ripresent in quel momento. L'aveva posta lui a me
poco prima, probabilmente per verificare fino a che punto avessimo com-
preso le sue motivazioni. Ma perch l'aveva fatto? Aveva utilizzato Rear-
don come un diversivo, per non c'era niente che rientrasse nella sua pato-
logia. Aveva preso Kevin Simpson, ma all'alba non sarebbe stato laggi
per prendere qualcosa da Jodie. Non aveva senso. Aveva rischiato di farsi
prendere e ci aveva aiutato a trovarla in tempo, apparentemente senza una
ragione. Perch ci aveva sfidato?
E che fine aveva fatto il vero Scott Banks?
Muoviti.
Uscii nel corridoio.
Vado a cercare aiuto. Finch non arrivano, nessuno pu entrare in quel-
la stanza, capito?
L'infermiera annu di nuovo. Mi allontanai.
La quarta ragnatela non poteva rappresentare me: Colin Barnes non leg-
geva nel futuro. Una quarta ragnatela lasciata sulla scena del crimine, nel
bosco, implicava la quarta relazione distrutta, ed era quella la sua ricom-
pensa. Di certo era una relazione che lui aveva avuto il tempo di studiare,
che poteva tagliare e distruggere. Qualcuno che sarebbe venuto a sapere di
essere stato tradito, in modo che lui potesse ucciderlo e sottrargli quell'a-
more ormai avvelenato. Una scelta che andava...
Lui non aveva mai sfidato noi.
Oh, cazzo!
Sentii un ronzio in tasca: il cellulare di Mercer. Il display mostrava il
numero del collegamento con la squadra di ricerca.
Aveva sempre e soltanto sfidato Mercer.
Persino mentre rispondevo, stavo gi correndo.
4 dicembre, ore 7.10
10 minuti all'alba
Il 50/50 Killer
Preparazione.
Il diavolo conosceva la strada e la via di fuga. Due giorni prima, aveva
percorso pi volte quelle strade in auto, per impararle a memoria e abituar-
si ai tempi. Non appena assimilato il percorso, aveva riportato il veicolo
all'ospedale, parcheggiandolo nell'area per le soste prolungate, sul retro
dell'edificio. L'auto era una vecchia familiare non rintracciabile, comprata
in contanti e tenuta nascosta fino ad allora. Dopo averla chiusa ed essersi
assicurato che nessuno lo osservasse, il diavolo aveva lasciato nell'auto i
vestiti e gli oggetti che gli sarebbero serviti in seguito, e aveva assicurato
le chiavi col nastro adesivo sotto lo chassis, pronte all'occorrenza.
La prima fermata era a pochi minuti di distanza.
Si trattava di uno dei tanti posti che aveva preso in affitto: un piccolo
monolocale seminterrato da quattro soldi nella zona malfamata attorno
all'ospedale. Si era dimostrato ideale, non soltanto per la posizione, ma an-
che per le sue necessit. Gli altri appartamenti del palazzo erano quasi tutti
vuoti e, in quelli che non lo erano, si sentivano bambini che strillavano
continuamente, dalla mattina alla sera.
Il diavolo parcheggi poi scese i pochi gradini che portavano al semin-
terrato. Era tutto molto tranquillo. Che fosse morta, la piccola? Sperava di
no. Aveva nascosto un mazzo di chiavi nel vaso vicino alla porta d'ingres-
so; lo recuper. La porta vibr sui cardini e la luce dell'alba penetr nella
stanza.
La bambina era nel box che aveva comprato per lei, supina. Dormiva. Il
diavolo la prese in braccio. Lei si mosse, emise un suono.
Ssst,  tutto a posto. Non piangere.
Karli Reardon piagnucol appena mentre lui attraversava la stanza, ma
cominci a piangere sul serio quando furono fuori, al freddo, e si mise a
lottare con forza sorprendente. Il diavolo immagin che il freddo le avesse
provocato un brusco risveglio, anche se per lui la temperatura era sempre
stata un fattore irrilevante. Per la sua stessa natura, caldo e freddo non ave-
vano su di lui l'effetto che facevano agli umani.
Ssst, andr tutto bene. Cull la bimba tra le braccia, cercando d'imita-
re i rumori tranquillizzanti che aveva sentito fare ad altri.
Ma lei non smetteva.
La leg al seggiolino gi piazzato nell'auto, poi sal dalla parte del gui-
datore e le sorrise. Il diavolo era bravo a sorridere. Visto che non funzio-
nava, le fece una smorfia buffa, ma Karli Reardon non sembr apprezzarla.
Il diavolo si scocci subito, mise in moto e part.
A met strada, allung la mano verso lo scomparto del cruscotto e prese
la maschera.
La sua destinazione finale era a meno di cinque minuti di distanza.
Tutto era iniziato a un funerale: quello del detective assassinato.
Per pura curiosit e per godersi un brivido oscuro, il diavolo si era im-
provvisamente mostrato in fondo alla cappella. Prima ancora di arrivare,
aveva avuto la sensazione che qualcosa d'importante stesse per succedere.
Non sapeva cosa, e neppure se sarebbe stato un evento positivo o negativo,
ma, quando John Mercer aveva interrotto di colpo l'elogio funebre, il dia-
volo si era subito reso conto che il momento era giunto.
Aveva osservato, prima rapito e poi sgomento, il disfacimento di Mer-
cer. Gli altri avevano forse assistito a un crollo nervoso, ma il diavolo l'a-
veva riconosciuto per quello che era; gli era bastato ascoltare le parole di
Mercer e vedere come i suoi occhi scorgevano mostri tra la folla per capire
che era lui il suo antagonista. L'avversario. Quell'uomo era in grado di per-
cepire il male. Da un momento all'altro, i loro occhi si sarebbero incontrati
e Mercer avrebbe semplicemente saputo.
Solo l'intervento della moglie e dei colleghi gli avevano evitato la cattu-
ra di Mercer. Era stato spaventoso. Fino a quel momento, il cammino del
diavolo era sempre stato chiaro e diritto. Non aveva mai avuto il sospetto
che qualcuno fosse stato messo su questa terra per ostacolarlo.
E invece eccolo: un avversario. Il suo antagonista.
Il cammino da seguire gli era stato finalmente rivelato dopo una giornata
d'intensa meditazione, dalla quale il diavolo era emerso con un nuovo sco-
po. Anzitutto doveva scoprire il pi possibile sul suo nemico.
Nelle prime fasi della convalescenza, Eileen Mercer aveva trascorso
molto tempo al capezzale del marito, all'ospedale, e la loro casa era rimasta
vuota. Quand'erano tornati entrambi, lei aveva continuato a curarlo. Mer-
cer aveva trascorso le giornate in vestaglia, a leggere, a guardare la televi-
sione, apparentemente senza neppure l'energia per muoversi da una stanza
all'altra.
Nessuno dei due aveva mostrato l'intenzione di salire in soffitta; diffi-
cilmente la gente lo fa. Nel caso, ci avrebbero trovato il diavolo, immerso
nella pallida luce bluastra, che guardava e ascoltava tutto.
Era evidente che il fato aveva posto John Mercer sulla sua strada perch
lo affrontasse, ma all'inizio il diavolo non sapeva quale fosse il primo pas-
so da compiere. Quando per Mercer era tornato al lavoro - contro la vo-
lont della moglie e lasciandosi alle spalle le promesse che le aveva fatto -,
la forma del gioco gli era apparsa evidente. Tutto era diventato ovvio. Era
come se lui, il diavolo, avesse rinvenuto un reperto, un fossile, e non do-
vesse fare altro che soffiar via la sabbia per rivelarne la struttura. Pur di
onorare le sue promesse, John Mercer sarebbe stato disposto ad abbando-
nare la missione per cui si trovava sulla terra? Se l'avesse fatto, il diavolo
si sarebbe liberato di un avversario. Se avesse privilegiato il lavoro rispetto
alle promesse d'amore, il raccolto del diavolo sarebbe stato abbondante.
Il gioco doveva essere un vero confronto fra loro due, un test. E la cosa,
in un certo senso, lo confortava. In determinate fasi dell'opera pi impor-
tante della propria vita, ci si trova di fronte a guardiani che devono essere
sopraffatti. Evidentemente una di quelle fasi era giunta. Per contrastare la
paura, mentre lasciava che il gioco prendesse forma, il diavolo pregava
ogni giorno suo padre.
Durante la preparazione, altri bersagli lo avevano interessato e ci lo a-
veva indotto a plasmarsi diverse identit, a diventare una persona diversa
per le diverse vittime. Non appena aveva saputo di James Reardon, il dia-
volo era diventato Carl Farmer, e poi Colin Barnes, iniziando una relazio-
ne con la madre della bambina di Reardon. Scott Banks e Jodie McNeice,
al contrario, erano una delle sue coppie da ben tre anni. Ma, quando Kevin
Simpson aveva ripreso i contatti con Jodie, il diavolo aveva compreso che
si trattava di un segno. Tutti i pezzi s'incastravano lentamente al loro posto
e, mentre lo facevano, la paura era diventata poco pi di un lontano ricor-
do. Era impegnato in un'opera assolutamente grandiosa.
In fondo, per, entrambi quei giochi non erano che antipasti, frammenti
di un tutto. Il vero gioco era sempre stato quello contro John Mercer. O la
sua nemesi abbandonava la partita oppure poteva dire addio alla moglie, e
quella sarebbe stata la sua penitenza. In ogni caso, il diavolo avrebbe supe-
rato la prova. E forse, alla fine, sarebbe tornato a casa.
A qualunque destino fosse andato incontro il suo corpo materiale, ci
che il diavolo aveva ottenuto era meraviglioso. Si sarebbe lasciato dietro
una cattedrale di morte. Una cappella di carne e sangue, dalla quale il suo
vero padre sarebbe sorto, danzando e facendo capriole.
Quando arriv, le luci erano accese in tutta la casa. Per un istante, si
chiese se non avesse sbagliato i calcoli... i tempi erano sempre stati stretti.
Per qualcosa gli disse che doveva esserci un'altra spiegazione. Se Eileen
Mercer era ancora alzata, forse in attesa del marito, lui doveva stare pi at-
tento, certo, ma il resto non cambiava.
Il diavolo parcheggi e prese la bambina tra le braccia. Piangeva ancora,
cos le sussurr altre insulsaggini, scuotendo leggermente il mazzo di
chiavi.
Risal il vialetto fino alla porta principale. Fu dentro in cinque secondi.
L'ingresso al pianterreno era buio, ma le porte che davano nelle varie stan-
ze, tutte illuminate, erano aperte.
Rimase immobile, in ascolto. La casa era silenziosa. Si sentiva solo il
pianto della bimba, che spingeva forte per staccarsi dal suo petto. In sotto-
fondo, lui sentiva il battito del suo stesso cuore, lento e regolare.
Ssst.
Di sopra, un telefono si mise a squillare. Doveva essere la polizia.
Il diavolo si diresse verso la scala e cominci a salire.
4 dicembre, ore 7.20
L'alba
Mark
Sopra di me, il cielo era blu scuro, ma in lontananza si schiariva e, verso
est, sfumava in un giallo brumoso. Si distingueva ancora qualche stella, a
formare costellazioni spezzate. Davanti a me, mentre guidavo, si stagliava
un grosso ammasso di nubi. Illuminato dal sole che sorgeva lentamente,
quel cumulo formava un'impronta digitale viola contro il cielo.
Le sette e venti.
Toglietevi di mezzo.
Avevo una vaga idea della direzione, ma pi che altro mi fidavo del GPS
del furgone, che sembrava quasi in difficolt a tenere il passo con me.
Lampeggiatore acceso e sirena spiegata, guidavo alla massima velocit
possibile. Le auto che mi precedevano si facevano da parte per darmi stra-
da, ma persino a quell'ora del mattino il traffico era intenso e dovevo spo-
starmi di continuo da una parte all'altra della strada, zigzagando pericolo-
samente fra gli stretti passaggi delimitati dai fari che mi venivano incontro.
Presto, presto.
La neve era stata spazzata via dalle strade, che restavano per ghiacciate
e piene di ghiaino. Dalla radio della polizia mi arrivavano frammenti di
dialoghi gracchianti; a volte premevo il microfono e rispondevo qualcosa,
continuando a tenere d'occhio la strada. I rapporti riferivano che altri agen-
ti avevano raggiunto l'ospedale e che la scena del crimine era ormai sotto
controllo. A casa di Mercer, nessuno rispondeva al telefono. Agenti armati
erano per strada ma...
Sono quasi arrivato, dissi.
La chiamata che avevo ricevuto in ospedale era di Mercer, che stava cor-
rendo in mezzo al bosco. Impartiva istruzioni febbrili e concitate: chiamare
altri uomini, farli muovere... Ormai avevo ricostruito la maggior parte del
quadro, per lui mi aveva raccontato della lettera ritrovata nella costruzio-
ne in cui era stato imprigionato Scott. Quella indirizzata a lui.
Del gioco pi grande che si stava giocando.
Caro sergente Mercer.
Mi pareva ancora di sentire il fruscio del sottobosco in mezzo al quale
correva, ansimando. Mi sembrava di percepire il suo terrore.
Se ha trovato questo biglietto, significa che ha fatto la sua scelta.
E adesso ero sulla strada di casa sua, guidavo come il diavolo in persona
per dare la caccia al diavolo. Di l a poco, Mercer sarebbe stato fuori dal
bosco e sulla via di casa, ma, per quanto potesse far presto e indipenden-
temente da quello che diceva la centrale, sapevo che sarei arrivato per pri-
mo.
Eileen...
Svoltai nella strada e rallentai, guidando con pi cautela. Sul GPS la ca-
sa era contrassegnata da un cerchio rosso. Una casa grande, indipendente.
Finestre quadrate, tutte illuminate di giallo vivo. Un grande giardino decli-
nava a terrazze ed era attraversato da un vialetto che conduceva all'ingres-
so principale. L'accesso per le auto era di lato. Tutto coperto di neve fitta,
vagamente rosata nella luce del mattino. C'era una vecchia auto parcheg-
giata davanti. Mi fermai in modo da bloccarla.
Detective Nelson, annunciai alla radio. Sono sul posto. Sto per entra-
re.
Quando scesi, il freddo mi colp con forza, ma stavo gi tremando per
via della paura e dell'adrenalina. Cercai di calmarmi, come mi era stato in-
segnato, respirando lentamente dal naso e cercando d'inumidirmi la bocca.
Agenti armati di rinforzo erano in arrivo, ma nel frattempo avrei dovuto
cavarmela con l'attrezzatura standard disponibile nel furgone. Raccolsi
quello che c'era. Spray antiaggressione nella destra, manganello con impu-
gnatura laterale nella sinistra. Sembravano ridicolmente insufficienti.
Sirene in lontananza. Ancora troppo lontane.
L'auto parcheggiata davanti alla casa ticchettava nell'aria gelida. Toccai
il cofano, ancora caldo. Lui era l.
Nonostante la fretta di entrare, rammentai Andrew Dyson e mi costrinsi
a studiare la casa e a cogliere ogni dettaglio. Sul vialetto dell'auto la neve
era intatta; su quello pedonale no. Una serie d'impronte sbavate arrivava
fino alla porta d'ingresso, appena socchiusa, unica pozza di oscurit.
Poi la vidi e restai immobile. Una delle finestre del piano superiore era
rotta e sul vetro c'era una sbavatura insanguinata. Quella vista mi spron a
muovermi.
Avanti.
Attraversai velocemente il giardino, tenendo d'occhio gli angoli. Sulla
neve attorno al sentiero non c'erano impronte, e un bel po' di spazio mi se-
parava dalle siepi laterali. Continuai a tenere d'occhio l'accesso per le auto,
casomai lui sbucasse dall'uscita laterale.
A met del vialetto lo sentii. Il pianto di un bambino.
Rabbrividii e mi fermai di botto, a una decina di metri dalla casa.
Karli Reardon.
Strinsi l'impugnatura del manganello in modo che la parte pi lunga ap-
poggiasse lungo l'avambraccio sinistro, che tenni leggermente sollevato
davanti a me, incurvato, a proteggermi. Appoggiai il polso destro sopra il
sinistro, con lo spray in mano. Respiri profondi.
La bambina sembrava vicina, appena oltre la porta. Il pianto veniva
dall'ingresso, da una zona buia che non riuscivo a scorgere.
Vieni fuori!
L'oscurit si mosse appena, e lui si fece avanti in modo che io potessi
vederlo.
Barnes. Teneva Karli Reardon stretta a s. Nell'altra mano aveva un col-
tello.
Avevo il cuore in gola.
Polizia! gridai. Fermo dove sei!
Invece lui usc dal porticato e avanz lungo il vialetto, in piena vista. In-
dossava un paio di jeans e la maschera da diavolo, nient'altro. Si era strap-
pato le bende. L'estensione della sua follia - le orrende ferite che si era au-
toinflitto per ingannarci - era ben evidente. Aveva tagli e ustioni su tutto il
busto e lividi violacei. Le dita della mano con cui reggeva la bambina era-
no spezzate. Il dottor Li ci aveva detto che pure le piante dei piedi erano
ustionate, ma lui si muoveva come se non provasse il minimo dolore.
Nella pallida luce dell'alba, sembrava uno zombie. Era sporco di sangue
ovunque. La mano che reggeva il coltello ne era ricoperta. Avrei voluto
guardare di nuovo verso la finestra, in alto. Una disperazione totale minac-
ciava di sopraffarmi. Concentrati.
Fece un altro passo verso di me.
Mantenni la posizione. Mettila gi, Barnes.
La maschera era repellente - pelle rosata e ciocche di capelli neri -, ma
mi sforzai di pensare che era soltanto una maschera. E lui era un uomo.
Forse capace di controllare il dolore che stava provando, certo; tuttavia lo
spray l'avrebbe comunque messo fuori combattimento. Gli avrebbe con-
tratto i polmoni al minimo necessario per la sopravvivenza, lo avrebbe co-
stretto a chiudere gli occhi. Poi lui sarebbe caduto a terra, dove lo volevo.
Cristo, se lo volevo. Ma lui sapeva che non avrei potuto usarlo finch te-
neva in braccio la bambina.
Mettila gi e resta dove sei.
Sollev la mano che impugnava il coltello e si tir indietro la maschera,
sfilandosela dalla testa. Non badai a quel pezzo di plastica che cadeva nella
neve dietro di lui. Fissai invece lo scempio del suo viso. La sua vera faccia
era cento volte peggiore della maschera. La parte sinistra sembrava strap-
pata via e i punti affondavano nella pelle tesa e gonfia. Gli mancava un oc-
chio: restava solo una massa di tessuto dolente, con altri punti che sporge-
vano come setole ispide e spesse. Si era sfigurato oltre ogni comprensione.
Tutte le ferite dell'uomo con cui avevo parlato in ospedale erano esposte,
in piena vista.
Sotto quelle ferite l'espressione era colma di una rabbia appena repressa.
Odio. Quando ghign verso di me, lottai per sostenere il suo sguardo.
Getta le armi e togliti di mezzo, sibil.
Le sirene erano molto pi vicine.
Scossi la testa. Non lo far mai, Colin, e tu lo sai.
Non  cos che mi chiamo.
La bambina lottava contro di lui, cercando di respingerlo coi minuscoli
pugni. Lui le teneva il coltello puntato contro il viso.
Il terrore filtr nella mia voce. Non...
Allora togliti di mezzo.
Esitai. Era una situazione impossibile. Lasciarlo andare era fuori discus-
sione - assolutamente fuori discussione -, tuttavia non potevo neppure sal-
targli addosso. A giudicare dalla sua espressione, sembrava pronto a mette-
re in pratica le sue minacce. Di certo anche lui aveva sentito le sirene, e
non aveva intenzione di farsi trovare l quando fosse arrivata la polizia. Se
io ero deciso a fermarlo, lui non aveva niente da perdere. Un altro omicidio
significava ben poco per lui.
Coraggio. Pensa! Ecco cosa devi fare. Reardon ha fatto ci che vole-
vi, dissi. Adesso non puoi fare del male a sua figlia. Significherebbe non
rispettare le regole.
L'alba  passata. Tutti i giochi sono fatti. Hai tre secondi.
Non farlo, Colin.
Due secondi.
Appoggi il coltello sulla guancia di Karli. Uno.
D'accordo.
Mi rilassai e gettai via lo spray e il manganello. Ma non mi mossi. Do-
vevo far durare ogni secondo il pi possibile, nella speranza di trovare una
soluzione.
Adesso togliti di mezzo.
Riluttante, feci un passo fuori dal vialetto. Non vuoi pi parlare con
me?
Abbiamo finito. Mi si avvicin, per girarmi attorno. Ho ottenuto da
te pi di quanto volessi.
L'accenno a Lise mi fece stringere i pugni. Ma prima che potessi dire
qualcosa...
Luci. Lampeggiavano sopra di noi. Rosse e blu, spazzavano il giardino,
gettavano ombre pulsanti alle sue spalle, sulla casa, che sembr quasi
muoversi. Rimasi assolutamente immobile. Lui guard per un momento
dietro di me, poi riprese a fissarmi, l'espressione colma di rabbia. Premette
il coltello nella piega del collo di Karli.
 troppo tardi, Colin, gli dissi. Non puoi fuggire.
Ssst, sussurr lui alla piccola, senza togliermi gli occhi di dosso.
Dietro di me sentii portiere che si aprivano e voci concitate.
Polizia!
Rumore di gomiti appoggiati sui cofani delle auto. Radio che gracchia-
vano. Non avevo bisogno di voltarmi e non osavo farlo. Erano i rumori di
un reparto armato che si organizzava, allargandosi, prendendo posizione.
Non potevo vederli, ma fui immediatamente consapevole delle armi punta-
te su di noi. Contro Barnes, che aveva assassinato un agente.
Sollevai un braccio, la mano che tremava, e urlai: Detective Mark Nel-
son. Restate dove siete!
Avrei voluto che gli sparassero, se avessero trovato una linea di tiro, ma
sapevo che era troppo rischioso. Lui avrebbe avuto il tempo di usare il col-
tello. Se anche fossero riusciti a colpirlo, non volevo neppure pensare a
quello che sarebbe potuto succedere dopo, con me e Karli sulla linea del
fuoco.
Barnes stava cullando la bambina, avvicinando la testa a quella di lei. Le
parlava dolcemente, col fiato che si condensava nell'aria. Ssst, dai.
Colin, non puoi fuggire. Perch non la metti gi?
Ssst.
Alzai lo sguardo verso la finestra illuminata sopra di noi, vidi il sangue,
e provai una fitta al cuore. Hai ottenuto quello che volevi.
Quello  il detective Mark Nelson. Barnes parlava dolcemente all'o-
recchio della piccola urlante, ma continuava a tenere lo sguardo fisso su di
me. Voleva che vedessi quello che stava per fare. Dovrebbe pensare a te,
ma non lo fa.
Hai avuto quello che volevi, Colin. Cosa pensi di ottenere adesso?
Barnes m'ignor. Aveva un'espressione risoluta. Aveva deciso cosa fare,
e si stava preparando a farlo. La rabbia era scomparsa, sostituita da qualco-
sa di pi orribile: aspettativa.
Ti faranno a pezzi, non lo capisci? gli dissi.
Non m'importa. Posso portare il mio raccolto a casa con me.
Cristo...
Un altro brivido. Karli si dibatteva contro il suo petto, ma lui la teneva
stretta con la mano rotta. Le luci della polizia disegnavano strisce sul viset-
to contorto della bimba.
Mark avrebbe dovuto proteggerti, le sussurr. Per ha deciso che
preferisce farti morire, pur di prendermi.
Barnes, sei un...
D'altra parte, Mark fa sempre cos. Non vedi?
Sei un illuso. Certo che lo era. Ma nella sua testa aveva un senso. Scap-
pare gli era impossibile, tuttavia poteva prendere un'ultima cosa da portare
con s. Non aveva importanza che tutto si basasse su una patologia assur-
da: per lui era reale, perci l'avrebbe fatto. Non c'era niente che potessi fa-
re per fermarlo. Guardai il viso di Karli, poi il suo. Quando lui chiuse gli
occhi, mi sentii mancare. Un sorriso gli aleggiava sulle labbra.
Colin...
... per una frazione di secondo mi sembr di essere altrove. Fu solo un
lampo, ma la sensazione mi vibr nella mente e si propag in tutto il cor-
po. Il rumore delle onde mi ruggisce nelle orecchie e io artiglio la superfi-
cie del mare, che si dissolve sotto le mie braccia. Sto annegando e tutto si
confonde... Poi, di colpo, vedo la spiaggia, sfocata, lontanissima e, mentre
annego, capisco che lui  l, sulla spiaggia! Grazie al cielo! Oh, Dio mio,
lui  salvo!
... e poi mi ritrovai a fissare di nuovo Barnes. Osservavo il suo braccio
che s'irrigidiva, pronto a tagliare la gola di Karli. Tutto il resto scomparve.
Puoi farcela.
Colin, gli dissi. Credo che tu abbia commesso un errore.
Ssst. La sua voce era cos soffocata che la sentii appena. Arriva.
Sei in un grosso guaio, pi grosso di quanto credi. Non lo senti, dentro
di te?
Non mosse il braccio. Rimase teso e immobile, pronto a scattare. Per
apr gli occhi e mi guard.
Lo sento anch'io, dissi.
Davvero?
Karli non pu, invece.
Mi sforzai di fissare il petto ustionato, che si alzava e si abbassava al
ritmo del respiro. Cercai di sembrare ipnotizzato da quel movimento. E
sorrisi, come se quello che stavo dicendo avesse davvero senso. Empatia.
Ti ho dato qualcosa, in ospedale, mormorai.
Lui annu. E io lo porter con me.
Scossi la testa, continuando a sorridere. Per hai commesso un errore.
Lo hai preso, credendo che Lise sia morta odiandomi, rendendosi conto
che non l'amavo abbastanza da volerla salvare. Non  vero.
Mi fiss. La sua espressione s'indur, quasi impercettibilmente. Riuscii a
impedire alla mia mano di tremare quando la sollevai verso il suo petto.
Sai a cosa stava pensando quand' morta, Colin? gli chiesi. Sai cosa
c' dentro di te? Io lo so. Stava pensando a quanto mi amava.
No, non  vero.
Il suo sorriso si spense lentamente. Adesso c'era qualcos'altro nel suo
sguardo. Un principio di paura? Stava pensando alle conseguenze di quello
che gli avevo appena detto. Lo immaginai anch'io. Era come se una lama
di luce si stesse facendo lentamente strada nel suo petto. Fino a quel mo-
mento era rimasta celata nell'oscurit che regnava l dentro, ma, ora che
gliel'avevo fatta notare, cominciava a crescere. Adesso che lui ne era con-
sapevole, bench non fosse del tutto convinto, non riusciva pi a ignorarla,
ci avrei scommesso.
Annuii. Lei mi ha visto sulla spiaggia, ed era felice che io fossi in sal-
vo. Non voleva che tornassi in acqua per salvare lei.
Non  vero, sibil. Ma non ci credeva. Glielo lessi in faccia. E comin-
ciava a fargli male: si faceva strada dentro di lui come una scheggia infila-
ta in un muscolo.
Possibile che il suo braccio si fosse leggermente rilassato? Il coltello si
era spostato di un soffio dalla gola di Karli. Gli tremava la mano.
Insisti.
Mi dispiace, Colin, ma  proprio cos. Ecco cos'hai adesso dentro di te.
 una cosa che non avevi preso in considerazione, vero?
Era impallidito. Sempre cos scrupoloso... aveva programmato ogni mi-
nimo dettaglio. Cos meticoloso. Anche la semplice possibilit di aver
commesso un errore era troppo, per lui. Rovinava tutto.
L'altra faccia del sacrificio, continuai. Lise non voleva che io morissi
per lei.
La sua mano si abbass lentamente, finch il coltello non penzol lungo
la gamba. Lottai contro l'impulso di saltargli addosso. Respirava con af-
fanno.
Dovevo condurlo dove volevo io. Mi chiedo quante altre cose simili ci
sono l dentro.
Il petto si blocc di colpo. Un secondo pi tardi, il coltello cadde a terra,
con un sussurro nella neve. Lui emise un rumore leggero, come un lamen-
to.
Alzai di nuovo il braccio e gridai pi forte che potevo: Non sparate!
Che nessuno spari!
Fissai Barnes. Mi stava ancora guardando, ma la sua espressione era
completamente vuota, quasi catatonica, come se la sua mente si fosse chiu-
sa per sfuggire all'orrore che aveva scoperto dentro di s. Aveva bisogno di
avvelenare l'amore prima di poterlo sottrarre alle persone. Il pensiero di
aver ingerito amore allo stato puro gli risultava semplicemente insopporta-
bile.
Karli si dibatteva e lui sembrava non avere pi la forza di trattenerla, co-
s io feci un passo in avanti, con cautela, e gliela presi dalle braccia.
La sua mano vuota fluttu incerta nell'aria. Quindi se la port al petto,
cominciando ad artigliarlo quasi con dolcezza. Dalle ferite prese a scorrere
sangue fresco. Poi, senza preavviso, gli cedettero le gambe e lui raggiunse
il suo coltello sulla neve, rannicchiandosi lentamente in posizione fetale, le
braccia strette attorno alle gambe.
Feci un passo indietro, stringendo forte Karli, e abbassai su di lei uno
sguardo quasi incredulo. Era viva. Barnes era a terra. Sembrava che stessi
bene anch'io, bench solo in quel momento mi resi conto di quanto mi bat-
teva forte il cuore. Cristo, tremavo come una foglia.
Passi alle mie spalle lungo il sentiero, nel giardino.
Sollevai lo sguardo verso la finestra, verso il vetro rotto e le striature di
sangue. Eileen.
No!
Mercer mi super a tutta velocit. Cosa le hai fatto?
Colsi per un attimo l'espressione del suo viso, piena di disperazione, pa-
ura e odio. Prima che potessi intervenire, era gi addosso a Barnes. Non si
capiva se si fosse inginocchiato o se fosse caduto. Le grosse mani lo affer-
rarono alla gola, in faccia, lo colpivano, stringevano.
Cosa le hai fatto?
Posai a terra Karli e cercai di trattenere Mercer, ma lui mi scroll via con
violenza, come se non rappresentassi nulla per lui. Nel dolore e nella per-
dita aveva ritrovato quella forza che gli era mancata durante il giorno.
Sembrava gigantesco: la personificazione di tutte le emozioni che aveva
dentro, grosso e inarrestabile come un orso.
Fermatelo!
Gli altri agenti si erano avvicinati, formando un semicerchio davanti alla
porta della casa. Stringevano le pistole con entrambe le mani e le tenevano
puntate verso il terreno. Nessuno di loro fece il minimo movimento verso
Mercer. Si limitarono a guardare.
Aveva preso Barnes per il collo e lo aveva sollevato di peso, per poi sca-
raventarlo di nuovo in terra. Gridava ancora, urlava, tutto concentrato ver-
so un unico scopo: fargli del male. Barnes sembrava un pupazzo: andava
dove lo sbatteva Mercer, la testa ciondoloni.
Agguantai di nuovo Mercer, gli infilai il braccio sotto un'ascella e cercai
di bloccarlo, afferrandogli il collo e trattenendolo pi che potevo. Sembra-
va un macigno, un peso morto. Di colpo, ci furono altre mani addosso a
lui: finalmente altri agenti erano accorsi in mio aiuto. Feci un passo indie-
tro e lo lasciai a loro. Ce ne vollero quattro per tirarlo in piedi e trascinarlo
via lungo il vialetto. Ma lui continu a tirarsi appresso Barnes per qualche
istante, sempre gridando di lasciarlo andare, finch le sue parole non si
sciolsero in singhiozzi incoerenti. Lo vidi afflosciarsi sotto il loro peso e
restare inginocchiato nella neve, il viso sepolto tra le mani.
Guardai Barnes. Era immobile. Il viso e la testa erano coperti di sangue.
Sotto di lui, la neve era striata di rosso, forse in seguito all'aggressione di
Mercer, forse per le precedenti ferite. Ripresi in braccio Karli e il capo del
reparto di rinforzo armato si diresse verso di me. Mi si ferm accanto, ab-
bass lo sguardo su Barnes e sbuff. Mercer le ha salvato la vita, detecti-
ve. Dopo, quel bastardo se la sarebbe presa con lei, disse poi. Mi fiss,
perch fosse chiaro. Come ha fatto con Andy.
Gli restituii lo sguardo. Coglione.
Scroll le spalle. Gli passai la bambina. Lui la prese e si allontan lungo
il sentiero. Rimasi a fissare la sua schiena per un istante, poi mi chinai su
Barnes e cercai una pulsazione. Niente. Provai ancora.
Cazzo.
A pochi metri da me, Mercer era ancora in ginocchio. I suoi singhiozzi si
erano dissolti nel nulla. Lo guardai. Quella storia avrebbe definitivamente
chiuso la sua carriera.
Caro sergente Mercer. Se ha trovato questo biglietto, significa che ha
fatto la sua scelta.
Aveva fatto la sua scelta, come sempre: il lavoro prima della moglie. E
adesso, troppo tardi, aveva scelto il contrario. Provai un'immensa tristezza
per lui. E comprensione.
Il nostro dovere  offrirgli tutto il sostegno che possiamo.
Scrutai la casa immobile e silenziosa, il sangue sulla finestra, e cercai di
recuperare il coraggio. La prima cosa che potevo fare per sostenerlo era
entrare l dentro.
Assicuratevi che non entri in casa, gridai.
Gli agenti si limitarono a guardarmi. Ma suppongo ci rendessimo tutti
conto che, in quel momento, John Mercer non sarebbe andato da nessuna
parte.
Mi alzai, respirai profondamente e pensai: Possibilit di negare.
Il coltello giaceva accanto a Barnes.
Allungai una mano e, per quel che valeva, lo spostai pi vicino al cada-
vere.
4 dicembre, ore 7.30
10 minuti dopo l'alba
Eileen
A vari chilometri di distanza, dalla parte opposta della citt, Eileen dor-
miva.
Il sogno era quello che aveva gi fatto, prima che la telefonata di Hunter
la svegliasse. Nel sogno, lei vagava per casa, accorgendosi delle assenze,
degli abiti che mancavano dall'armadio, degli scaffali svuotati dai libri.
Giorni prima, quando ne aveva parlato a John, era preoccupata che lui po-
tesse andar via, che potesse prendere le proprie cose e abbandonarla. Ora
invece capiva ci che aveva cercato di dirle quel sogno. Le cose che man-
cavano non erano quelle di John, ma le sue, e lo erano sempre state. Nei
giorni a venire, a seconda delle circostanze, quel sogno avrebbe potuto di-
ventare realt. Per ora, tanto per cominciare, se n'era tirata fuori. Non ap-
pena aveva riparato il telefono, Eileen aveva chiamato Debra e, come pre-
visto, la sorella non aveva esitato un secondo ad andarla a prendere.
Il sogno la condusse nello studio di John e lei si accigli nel sonno. C'era
qualcosa di diverso, qualcosa che non andava. La stanza sembrava immo-
bilizzata in un vortice di violenza invisibile. Le carte di John erano state
strappate dal muro, rimanendo ferme a mezz'aria. Eileen si guard attorno,
meravigliata, osservando quelle pagine sospese attorno a lei.
Crac.
Si volt verso la finestra. Vide il vetro rotto e il sangue. Sembrava che
qualcuno, in preda alla rabbia, l'avesse colpito con un pugno e, nel farlo, si
fosse ferito. Un secondo pi tardi, il sangue si allarg sul vetro.
Forse era stato John, inferocito per essersi reso conto di averla perduta.
Ma nemmeno quello le tornava.
La mente addormentata la fece muovere verso il tavolo del computer. Il
biglietto era l dove l'aveva lasciato e lei lo guard, sussultando allorch
un miscuglio di sangue e saliva apparve al centro, come se qualcuno ci a-
vesse sputato sopra, disgustato. John non l'avrebbe mai fatto. La singolare
logica dei sogni le disse che doveva essere stato un altro, ma lei non sape-
va chi.
Eileen lo raccolse con cautela.
Il sangue era orribile, ma non aveva importanza. Era solo un sogno, e lei
ricordava esattamente cosa c'era scritto sul biglietto, perch ci aveva pen-
sato a lungo. Si tranquillizz. Nel sogno, guard il biglietto e lesse quello
che avrebbe letto suo marito non appena tornato a casa.
D'accordo, John. Se  questo che vuoi, spero che tu sia felice.
Per mi hai mentito e mi hai tradito. Non sei riuscito a telefo-
narmi quando te l'ho chiesto. Non sei neppure riuscito a dirmi la
verit. Non so spiegarti quanto male mi abbia fatto. Ma quel che
 peggio  che ti amo ancora e, proprio per questo, ti capisco.
Per te  la cosa pi importante in assoluto e perci devi farlo.
Tuttavia cerca di capire che non posso pi restare qui mentre lo
fai. E forse neppure dopo che lo avrai fatto.
Sono sana e salva. Mia sorella sta venendo a prendermi. Ti
prego, non chiamarmi. Ti chiamer io quando sar il momento
giusto per me.
Ti amo, per sempre, E. x x
Addormentata nella camera degli ospiti della sorella, Eileen si gir nel
letto, allungando il braccio verso il lato vuoto. Infine non sogn pi nulla.
EPILOGO
La funzione doveva cominciare alle due del pomeriggio e io feci in mo-
do di non arrivare troppo presto. Non volevo sedermi nella cappella prin-
cipale, per due ragioni. Anzitutto era probabile che sarebbe intervenuta un
sacco di gente e non intendevo rubare il posto a qualcuno che aveva pi di-
ritto di me a essere l. E poi non sapevo neppure se fosse il caso di andarci.
Considerato quello che era successo, temevo che mi sarei sentito come un
pesce fuor d'acqua.
Ma ero anche curioso, cos, alla fine, mi comprai un abito nero elegante
e praticamente mi costrinsi a uscire di casa. Alle due meno cinque stavo
parcheggiando in uno spazio inghiaiato, di fronte alla chiesa. Mancavano
pochi giorni a Natale, ma dagli eventi di quindici giorni prima il tempo si
era mantenuto clemente. Da allora non aveva pi nevicato. Quel giorno l'a-
ria era fredda e tagliente, il cielo di un azzurro terso. Mentre attraversavo
la strada, l'asfalto risplendeva, ancora screziato dalla brina della notte pre-
cedente.
Mi avviai verso il vialetto d'ingresso, con la busta in mano. Ero stato in-
certo se portarla con me. L'avevo presa mentre uscivo, per ancora non sa-
pevo cosa ne avrei fatto. Forse me la sarei semplicemente riportata via al
termine della funzione.
Tirava una brezza gelida, che mi ghiacciava il viso e mi faceva sventola-
re la cravatta sopra la giacca.
In fondo al vialetto, vicino alla chiesa, era parcheggiata una fila di auto
nere. La processione era gi arrivata, la bara gi all'interno. Gruppetti di
giovani e di vecchi si stavano radunando all'ingresso, dopo aver ceduto il
passo alla famiglia e agli amici pi intimi. Altri aspettavano sul prato l at-
torno, intenti a finire l'ultima sigaretta. Nessuno parlava. Sembravano tutti
ingobbiti attorno ai propri pensieri e alle proprie emozioni, come se voles-
sero proteggerli dal freddo.
Un arco di pietra a sesto acuto dava accesso al portico della chiesa, ai la-
ti del quale si aprivano le cappelle. La soglia della porta di sinistra, che da-
va sulla cappella in cui si teneva la funzione, era gremita. A destra c'era
meno gente. Mi diressi da quella parte. Sul fondo era stato sistemato uno
schermo: chi non trovava posto all'interno, poteva seguire da l la cerimo-
nia.
Mi sedetti in un banco verso il fondo, da solo.
Ges le disse: 'Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche
se muore, vivr; chiunque vive e crede in me, non morr in eterno'.
L'officiante fece una pausa, sistemandosi gli occhiali sul naso. Alle sue
spalle, il coro in tunica bianca sembrava un mazzo di candele ancora da
accendere.
Siamo qui riuniti oggi per piangere la scomparsa di Scott Andrew
Banks.
Persino nelle immagini sgranate del video si capiva che diverse persone
piangevano silenziosamente. Scott era stato ritrovato poco dopo l'alba di
quello stesso giorno, legato a un albero a un paio di chilometri dalla radu-
ra. L'unica volta in cui l'avevo visto, a parte la scomposizione dei quadri
del suo computer, era stato nel rapporto del medico legale. Da l avevo
scoperto che le sue ferite erano esattamente uguali a quelle dell'uomo che
avevo interrogato in ospedale; Barnes, o comunque si chiamasse, aveva
creato sul proprio corpo un'immagine speculare delle sofferenze di Scott. Il
giovane era morto lentamente, assiderato. Era probabile che non avremmo
mai saputo con certezza cos'era accaduto fra loro quella notte.
Sullo schermo, si scorgevano l'officiante e le prime due file dei convenu-
ti. Mi sembr d'individuare Jodie, nella prima fila a destra. Strano che non
l'avessi ancora incontrata. L'avevo intravista quella notte in ufficio, ma non
avevo mai parlato con lei. Il giorno seguente ci avevano tolto il caso.
L'uomo di Hunter l'aveva interrogata e io avevo letto la trascrizione. Era
stato allora che avevo cominciato a pormi delle domande. Pi che altro
m'interessava quello che non c'era nella trascrizione. Mi faceva venire in
mente la foto che Scott teneva nel portafoglio: delle persone vediamo solo
ci che loro vogliono farci vedere.
La morte  sempre tragica, stava dicendo l'officiante. La scomparsa
di una persona cara  qualcosa che la maggior parte di noi ha sperimentato,
e tutti sappiamo quanto la perdita sia devastante. Scott, un giovane pieno
di vita e di talento, ci  stato sottratto prima del tempo, e ci rende la sua
mancanza ancora pi difficile da sopportare. Qui ci sono Teri, la madre,
Michael, il padre, e la sua fidanzata, Jodie. Fra poco intoneremo un inno,
tutti insieme, poi Jodie ci parler di Scott e condivider con noi alcuni dei
suoi ricordi.
Abbassai lo sguardo sulla busta che tenevo in mano, tuttora indeciso sul
da farsi. Il computer di Jodie e Scott era ancora sotto sequestro al diparti-
mento, ma l'hard disk era gi stato analizzato e il documento che avevo
nella busta non risultava incluso nella lista di file che la squadra informati-
ca aveva coperto da segreto istruttorio. Era comunque evidente che l'aveva
scritto Scott, il che poteva significare che Barnes l'aveva cancellato quando
lo aveva rapito. Per se n'era tenuto una copia, per servirsene come pro-
memoria nel bosco con Scott, mentre cercava di metterlo contro Jodie.
Cinquecento motivi per cui ti amo.
Barnes l'aveva lasciato nella costruzione di pietra, insieme col biglietto
per Mercer. Le pagine finali non erano state stampate, oppure erano andate
perdute, perch la lista si fermava al numero 274. Ma era gi qualcosa.
D'impulso, ne avevo fatto una copia. Non avrei dovuto, ma pensavo che a
Scott avrebbe fatto piacere se Jodie ne avesse ricevuta una. Dopo aver letto
la trascrizione del suo interrogatorio, per, non ne ero pi cos sicuro. C'e-
rano alcune cose di cui avrei voluto parlarle, prima.
Anche quando i nostri cari ci vengono a mancare, anche nel dolore,
dobbiamo sempre tenere a mente una cosa. Sono salpati verso altri oriz-
zonti, ma l'orizzonte dipende solo dal nostro attuale punto di vista. Un
giorno, anche noi compiremo lo stesso viaggio, e li rivedremo. In questo
confidiamo e crediamo, attraverso Ges Cristo Nostro Signore.
Amen.
Mi rilassai. Non ero mai riuscito a trovare una giustificazione adeguata
per credere al conforto della religione, anche se in certi momenti ne avrei
avuto davvero bisogno a livello emotivo. La vita eterna, uno scopo finale,
un Dio che ci osservava con benevolenza dall'alto... per me non erano altro
che pie speranze. Chi ci aveva lasciato non esisteva pi, se non nei nostri
cuori e nel ricordo. Non c'erano nessun premio finale, nessuna punizione.
Nessun piano divino.
In passato, tuttavia, mi ero accorto che i funerali mi concedevano una
tregua da quella difficile posizione intellettuale. Per mezz'ora riuscivo a
trarne conforto. Riuscivo a pensare che, in effetti, le persone continuavano
a esistere e, se ci venivano sottratte, era perch era giunto il loro momento,
oppure perch qualcosa o qualcuno ce le aveva portate via: un furto del
quale Dio avrebbe tenuto conto. Per mezz'ora riuscivo a illudermi che la
domanda: Perch? potesse trovare una risposta con almeno un minimo
di senso.
Ma quel giorno non mi sentivo cos.
Ripensando a ci che era successo a casa di Mercer, sapevo bene che
non si era trattato di un messaggio dall'oltretomba. Anzi proprio il contra-
rio. Lise era e restava dispersa in mare e, ovunque fosse il suo corpo, di
certo non pensava pi a nulla. Non mi amava n mi odiava. Se n'era sem-
plicemente andata.
Che importanza poteva avere quello che lei aveva pensato in quei brevi
istanti in mare? Non avrei mai saputo cosa le era passato per la mente;
qualunque cosa avessi deciso di credere, non avrebbe fatto la minima dif-
ferenza. Solo perch sentivo cos tanto la sua mancanza ero portato a im-
maginare l'espressione del suo viso anche in quel preciso istante, come se
fosse ancora con me. Avrei voluto ascoltare ci che aveva da dire. Ma l'u-
nica realt era quella che io stesso imponevo, quella che io stesso mi ero
inventato. L'unico aldil su cui si pu contare  la mente di coloro che ci
lasciamo dietro.
Stava a me scegliere se basare il mio ricordo su quei terribili e impene-
trabili ultimi istanti, oppure pensare a tutti gli anni che li avevano precedu-
ti. Se avessi scelto la seconda possibilit, non avevo dubbi su ci che avrei
letto sul suo viso o le avrei sentito dire.
Da quel momento, avrei scelto di vederla sorridere. E avrei immaginato
che ogni sua parola sussurrata al mio orecchio fosse soltanto la verit.
Non potevi farci niente.
Al termine della funzione, Jodie usc dalla chiesa, socchiudendo le pal-
pebre per difendersi dalla luce. Il cielo era uniformemente grigio, ma co-
munque luminoso, e ovunque lei guardasse il mondo sembrava risplende-
re. Faceva anche un gran freddo. Il suo respiro si condensava nell'aria e,
insieme col gelo improvviso sulle guance, le ricordava fin troppo bene
quella notte.
Mantieni il controllo.
Ma lei continuava a tremare. Un paio di volte, durante il discorso, aveva
dovuto interrompersi per bere un sorso d'acqua. Le tremavano visibilmente
le mani, e adesso era anche peggio. Aveva la gola contratta, lo stomaco...
Tutto dentro di lei era teso e contratto. Riconobbe quella sensazione. Un
miscuglio di terrore e di disperazione che stava salendo inesorabilmente in
superficie. Ma rifiut di arrendersi al pianto; non poteva e basta. Non do-
veva. Se l'avesse fatto, la gente avrebbe cercato di consolarla e lei sarebbe
andata in pezzi una volta per tutte, forse irrimediabilmente.
Ma il fatto era che non sarebbe successo, ovviamente, e l stava il pro-
blema. Provava dolore, disperazione, senso di colpa a livelli insopportabili,
eppure continuava a sopportarli. Ogni secondo conduceva al successivo e,
per tutto il tempo, qualcosa dentro di lei continuava a bruciare, senza pos-
sibilit di sollievo, come se la sua anima si fosse assopita troppo vicina al
fuoco. Se qualcuno l'avesse toccata, se avesse pensato troppo a quello che
era successo, si sarebbe svegliata urlando.
Perch nessuno qui sa la verit.
Ma se le faceva male - se era difficile - allora andava bene. Se lo merita-
va e non poteva sottrarsi. I funerali dovevano essere un momento catartico,
in cui potevi lasciarti andare e in cui tutti avrebbero condiviso la tua pena,
cercando di distogliere lo sguardo dalla tragedia per celebrare invece la vi-
ta che l'aveva preceduta. Dovevano essere l'occasione per dirsi addio, per
dire: Ti abbiamo amato. Non aveva importanza quanto lei volesse nascon-
dersi, sparire: era suo dovere trovarsi al centro di tutto quello. Non lo do-
veva soltanto a Scott, ma a tutte le persone presenti. Di fatto era lei a rap-
presentare il cuore della tragedia, aveva un ruolo da svolgere. La gente a-
veva bisogno di lei. Non era colpa loro se in realt lei non aveva nessun di-
ritto di rappresentare il punto focale del dolore, se era stata lei la causa di
tutto.
Non puoi pensarla cos.  stupido.
Ma non lo era. L'intensit del senso di colpa era del tutto giustificata. Pe-
r lei non poteva condividerlo e non poteva permettersi di lasciarsene
schiacciare. Non poteva accettare simpatia n conforto.
Jodie respir a fondo e si mosse verso un gruppetto di persone. Circola-
re, far vedere a tutti che stava bene e controllare che stessero bene anche
loro. Strinse mani e abbracci amici comuni, la famiglia di Scott, i colle-
ghi. Grazie per essere venuti. Ancora e poi ancora, sentiva pronunciare
le stesse parole da gente diversa. Siamo cos dispiaciuti per la tua perdi-
ta, le dicevano. Fammi sapere se c' qualcosa che posso fare. Era quasi
insopportabile, ma lei si sforz di annuire, d'interpretare il ruolo che ci si
aspettava da lei. Sorrisi gentili e brevi ricordi condivisi. Gente che le dice-
va quanto fosse stato toccante il suo discorso. Lei doveva lottare contro
l'impulso di voltare le spalle e fuggire via. E, s, quanto l'aveva amato.
Nessuno di loro sapeva che l'aveva tradito, o quanto le erano sembrate fal-
se le sue stesse parole. Tutte, tranne alcune, alla fine, quando aveva co-
minciato a cedere: Mi manca tanto. Vorrei che fosse qui per potergli
spiegare. Ma nessuno aveva capito cosa nascondevano quelle ultime pa-
role.
Cresceva dentro di lei, una persona dopo l'altra: Jodie si sentiva vacilla-
re, doveva sforzarsi. Non poteva piangere. Non poteva mostrare la deva-
stazione che aveva dentro. La certezza che tutti l'avrebbero interpretata
come una manifestazione di angoscia non faceva che peggiorare la situa-
zione. Non poteva sopportarlo. Doveva andarsene di l alla svelta, prima di
affogare nella propria tristezza, nella propria vergogna.
Mi dispiace, pens.
C'era un uomo che se ne stava appena in disparte, appoggiato a un albe-
ro, e la osservava pazientemente. Jodie gli lanci un'occhiata e poi distolse
lo sguardo, innervosita dal modo in cui lui la osservava. Come se l'avesse
colta in fallo. Chi era? Aveva qualcosa di familiare... Torn a guardarlo.
Pi o meno la sua stessa et, alto, con un abito nero e una busta in mano.
Un secondo dopo lo riconobbe: l'aveva visto quella notte alla stazione di
polizia.
Un poliziotto. Il suo cuore manc un colpo.
Adesso che i loro occhi si erano incontrati lui le sorrise, ma, bench il
sorriso fosse amichevole, lei distolse subito lo sguardo. Mark qualcheco-
sa... ora l'aveva riconosciuto. Era quello che aveva interrogato l'uomo
all'ospedale, quello con cui John aveva parlato al telefono quando ancora
credeva che Scott fosse vivo. L'euforia di allora era in netto contrasto con
la disperazione che aveva provato da quel momento in poi. E adesso stava
arrivando anche il panico.
Devi parlarci.
Okay. Jodie si fece forza, cerc di mantenersi calma, e si diresse verso di
lui. Il vento le sollev una ciocca di capelli sul viso e lei se la infil dietro
l'orecchio.
Salve, gli disse, socchiudendo le palpebre nella luce. Grazie per esse-
re venuto.
Volevo esserci, disse Mark. Non sapevo se era il caso... comunque
volevo esserci. Come vanno le cose?
Oh, be', sa... Esit. Era una domanda cos diretta e personale, soprat-
tutto da parte di uno che neppure la conosceva. Ma nel contempo aveva
una sua particolare onest. Sorrise, un sorriso privo di divertimento. Non
troppo bene.
Capisco, mormor lui. Ci hanno tolto il caso, ma ho letto la trascri-
zione dell'interrogatorio. Per quel che vale, mi dispiace per quello che ha
passato.
Grazie. Jodie not di nuovo le parole che Mark aveva usato, offrendo-
le comprensione non soltanto per la sua perdita, ma anche per l'intera vi-
cenda: Per quello che ha passato...
Il panico stava aumentando. Lui sapeva?
Come sta John? gli chiese.
Mark spost lo sguardo sul vialetto, riflettendo. Sembrava che non ci
fosse una risposta semplice per quella domanda.
Jodie era consapevole d'ignorare molte cose. Da quella notte, non aveva
pi visto John, ma l'agente che aveva raccolto la sua deposizione aveva
fatto qualche cenno alle sue difficolt. Frammenti di un quadro, insuffi-
cienti per completarlo.
Sta bene, rispose infine Mark. Per ora  fuori dal dipartimento, e ci
sono indagini ancora in corso, ma poteva andare peggio.
Se lo vede, lo ringrazi da parte mia.
Lo far.
Per qualche istante nessuno dei due parl, ma Jodie non si decideva ad
allontanarsi. In qualche modo, non voleva.
Il silenzio la spinse a dire: Cosa ne  stato di quell'uomo?
Mark stava ancora guardando il vialetto.  morto.
Glielo avevano gi detto durante la deposizione, e si rese conto che
Mark doveva saperlo. Era come se le tirassero dolcemente fuori la verit,
senza il suo permesso. Il cuore le batteva troppo forte. Eppure non si mos-
se.
Ancora non sappiamo chi era davvero, riprese Mark. Ma, da un certo
punto di vista, credo che non abbia importanza. Sappiamo quello che face-
va alle persone, le scelte che le costringeva a fare.
Lei aveva ripreso a tremare, ma cerc di mantenere ferma la voce. Giu-
sto.
Mark la guard. Scelte impossibili, aggiunse.
Il panico minacci di travolgerla. Lui sapeva. Jodie lo fiss, e Mark ri-
cambi lo sguardo. Era paralizzata. Ma sul viso di lui c'era una compren-
sione profonda, diversissima dal conforto che gli altri avevano cercato di
offrirle. Era autentica, vera. Nonostante tutto, Jodie prov un certo sollie-
vo. Avrebbe voluto sprofondare in quello sguardo, lasciarsi andare e re-
starci. Invece scoppi a piangere.
Su, su, le disse lui.
Non aveva avuto intenzione di mentire durante la deposizione; pi che
una menzogna era qualcosa che non aveva detto, e quell'omissione le era
venuta naturale. Aveva raccontato all'agente che quell'uomo l'aveva chiusa
a chiave nel ripostiglio: vero. E, quando lui le aveva chiesto cos'era suc-
cesso dopo, gli aveva detto che, dopo un po', aveva sentito Scott urlare: ve-
ro anche quello. Lui non le aveva chiesto cos'era successo nel frattempo.
Un volta rinchiusa nel ripostiglio, la voce le aveva detto di non pensare a
certe cose, di escluderle dalla mente; e lei aveva obbedito. In quel momen-
to, l'unica cosa che contava era uscirne viva e certe cose - la colpa e la ver-
gogna - non le sarebbero state d'aiuto. Il consiglio che le aveva dato la vo-
ce le era parso sensato e rassicurante. Non pensarci. Doveva uscire da
quella situazione, e doveva fare tutto ci che poteva perch se la cavassero
tutti e due. Ma soprattutto perch lei se la cavasse.
Cos aveva messo da parte tutte le emozioni e i sentimenti che avrebbero
potuto ostacolarla. Deliberatamente, aveva cercato di non pensare a cosa
fosse successo quando l'uomo con la maschera da diavolo era tornato da
lei. Alle scelte da compiere. E alla velocit con cui la voce aveva scelto al
posto suo.
Scott. La voce le aveva detto di ricordare il dolore che aveva subito, di
servirsene quando fosse arrivato il momento, e cos lei aveva fatto. Ma a-
desso quegli urli riempivano tutti i suoi pensieri. La voce le aveva chiesto
di dimenticare il fatto che lei aveva scelto di salvarsi la vita e adesso, sotto
la superficie, Jodie non riusciva a pensare ad altro.
Mi dispiace tanto.
Mentre piangeva, Mark le mise una mano sulla spalla. Su, su, ripet
dolcemente. Per come la vedo io, una cosa come questa non riguarda nes-
sun altro. Chi ne  stato coinvolto deve convivere con le conseguenze, ma
nessuno ha il diritto di giudicare.
Fissando il terreno, Jodie annu.
Dopo un momento, Mark le strizz leggermente la spalla, poi tolse la
mano. Ecco.
Le stava porgendo qualcosa. Jodie si aspettava che fosse la busta, invece
si trattava di un cartoncino. Lo prese. Un biglietto da visita. Sopra c'erano
il suo nome e il numero del Dipartimento di polizia. Le implicazioni erano
chiare.
Grazie, gli disse.
Se ha voglia di parlarne, sa dove trovarmi.
Grazie.
Va tutto bene. Fece un passo indietro, pronto ad andarsene. Si prenda
cura di s, Jodie.
Lei si accorse che teneva la busta stretta contro il petto. Come se la cu-
stodisse. Quella cos'?
Mark le sorrise con dolcezza e mormor: Sar per un'altra volta.
...
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...
FINE.
...
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...
RINGRAZIAMENTI.
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Ringrazio come sempre la mia agente, Carolyn Whitaker, e tutte le
splendide persone della Orion che mi hanno aiutato con questo libro e con
gli altri, soprattutto Jon Wood e Genevieve Pegg.
Altre persone hanno contribuito oltre a loro, e perci un enorme grazie 
dovuto a James Kennedy, che mi ha permesso di utilizzare i suoi versi, e a
Gary Li, per i preziosi consigli lungo il percorso.
Altri ringraziamenti personali per il sostegno e l'amicizia che mi hanno
offerto vanno agli scrittori John Connor e Simon Logan; J e Ang; Neil e
Helen, Keleigh e Rich, Ben e Megan, Till e Bex, Cass e Mark, Gillian e
Roger, Katrina, Emma Lindley, Marie, Debbie, Sarah, Nic, Jodie, Emma e
Zoe, Jess, Carolyn, Julie, Louise, Beccy Ship e Paula, Liz e Ben, Colin,
Fiona e tutti gli altri del Dipartimento di sociologia di Leeds. E, come
sempre, grazie a mamma, pap e Roy.
Ma, soprattutto, un gigantesco grazie a Lynn: senza di te non sarebbe
stato possibile. Perci questa storia di amore tenebroso  dedicata a te, ma
col solito vecchio amore un po' sdolcinato. Ora e sempre.
...
.
...
FINE.